Grandi ladri
e ladri di polli

Le due facce della crisi: una è la causa, l’altra è l’effetto. Il Gatto, la Volpe, Pinocchio e la gallina dalle uova d’oro di Esopo

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di Giancarlo Liuti

In una frazione di Montefelcino, nel Pesarese, ignoti ladri sono penetrati in un pollaio e hanno rubato alcune galline. Analoga segnalazione dalla zona di Gimarra, tra Fano e Pesaro, dove al furto è seguita, forse per comodità di trasporto, una immediata resa dei conti tramite la decapitazione di quei disgraziati pennuti. E non basta. Nei giorni scorsi la cosa si è ripetuta in vari centri dell’Ascolano, specialmente a Castel di Lama, nella vallata del Tronto, con la scomparsa di galline, papere, faraone, conigli e, in aggiunta, cassette di pomodori. Fin qui le denunce ai carabinieri, ma gli episodi di criminalità aviaria sarebbero assai più numerosi. Insomma, sono tornati i ladri di polli.

Sì, ladri di polli. Un’espressione, questa, che metaforicamente si riferisce a chiunque rubi cose di scarso valore, specie quando il ladruncolo si accontenta di poco pur potendo, per la sua posizione, aspirare a molto di più. Ed è il caso di quei politici o pubblici funzionari – sembra sia capitato in Puglia – che avrebbero agevolato l’assegnazione di grossi appalti in cambio, si mormora, di una cassetta di pesce fresco, con dentro, sconosciute da noi, prelibatissime “cozze pelose”. Ora, invece, tale espressione sta riacquistando il suo significato letterale: ladri di polli nel senso che rubano proprio polli.

  Essendo difficile ipotizzare che questi furti siano opera di bande armate composte da malavitosi extracomunitari, è logico che la ripresa delle razzie nei pollai sia da mettere in relazione con gli effetti della crisi economica e con le sue conseguenze, a volte insopportabili, per interi nuclei familiari assillati dal quotidiano problema di nutrirsi. Non saprei come definire in altro modo il furto di generi alimentari, fra cui un paio di scatolette di tonno, per un valore di qualche decina di euro, commesso da una donna dell’Est europeo in un supermercato di Civitanova. Galline, conigli e tonno: proteine della carne, necessarie per tenersi su. E che ci sia di mezzo il bisogno di proteine animali lo dimostra l’episodio forse più illuminante verificatosi, pare, nel contado ascolano, dove ladri notturni hanno rubato un giovane vitello e l’hanno macellato subito, nei campi, dividendosene equamente le parti ancora calde.

Dunque la crisi economica, che una volta si chiamava carestia. Mi viene in mente l’assalto ai forni descritto dal Manzoni nei “Promessi Sposi” e quel rabbioso grido della folla – “Pane, pane, aprite, aprite!” – che fu il segnale di una cruenta protesta di popolo. Ci risiamo? Speriamo di no. Ma ancor più mi pare istruttiva (tempi duri pure quelli del misero falegname Geppetto) la vicenda di Pinocchio e del Gatto e la Volpe, due imbroglioni che non bastandogli far visita ai pollai turlupinano l’ingenuo burattino di legno facendogli credere di poter moltiplicare le sue cinque monete seppellendole nel Campo dei Miracoli, sotto l’albero degli zecchini d’oro. E qui, grazie al Collodi, il riferimento all’attuale crisi calza come un guanto.

  Tempi di ladri, certo. Ma di due specie. Da una parte ci sono i ladri di polli e dall’altra, ma prima di loro, ci sono altri ladri, quelli che la crisi l’hanno provocata, vale a dire la sciagurata spregiudicatezza degli speculatori finanziari d’altissimo bordo, gente che aveva in mano – e continua ad avere – le sorti del mondo. Indurre la gente a mettere i risparmi sotto l’albero degli zecchini d’oro, appunto. Beh, non è stato forse questo il sistema ideato da Bernard Madoff, finanziere di indiscusso prestigio internazionale e presidente del Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici di Wall Street? E non è forse vero che con questo sistema da Gatto e la Volpe il nostro Madoff è riuscito a truffare qualcosina come 177 miliardi di dollari e a buscarsi – siamo negli Usa, non in Italia – una condanna a 150 anni di galera? E il pesantissimo segno premonitore dello sconquasso planetario che stiamo vivendo non fu forse, nel settembre del 2008, il fallimento – debito di 640 miliardi di dollari – del colosso bancario Lehman Brothers che aveva alimentato la peste dei cosiddetti “titoli tossici” diffusasi nel sistema mondiale del credito con progressive e drammatiche ricadute sull’economia reale?

Che fare, adesso, per ripararci dai danni della finanza creativa e selvaggia, della finanza alla Gatto e alla Volpe? Stringere, tutti, la cinghia. Specialmente quelli – e sono milioni – che già ce l’avevano stretta. Poveri Pinocchi! E’ giusto? No, ma è necessario. Ci sarà, per salvarli, una Fatina dai Capelli Turchini? Chissà. Per ora abbiamo un Fatino che si chiama Mario Monti ed è bianco di capelli. Ce la farà? Spes ultima dea. E, intanto, Gatti e Volpi continuano a circolare e non è detto che non ci riprovino. Chi sono? Le agenzie di rating Standard&Poor’s, Moody’s e Ficht? I top manager con liquidazioni da sogno? Gli stramiliardari faccendieri di casa nostra?

Ventiquattr’anni fa Antonello Venditti ebbe un gran successo con la canzone “Questo mondo di ladri”. Profetico. Ed è superfluo ripetere l’elenco quasi infinito delle ruberie – dei politici, certo, ma soprattutto dei non politici – che pongono l’Italia in testa ai paesi più corrotti e più corrompibili della terra. I rimedi? Tanti, a parole. Ma poi una severa legge contro la corruzione rimane lettera morta perché a destra la si pretende meno severa. E allora? Non resta che tener ferma – in cuor nostro, a mo’ di decalogo etico – la distinzione fra grandi ladri e ladri  di polli. Intendiamoci, le galline non bisogna rubarle. Ma, come ci ricorda la favola di Esopo, ci sono anche le galline dalle uova d’oro. Che non stanno nei pollai di campagna, risiedono in sontuosi palazzi, vengono nutrite in abbondanza, continuano a produrre uova che vanno in borsa e fanno crescere lo spread. E, quelle galline lì, ci sono state rubate da un pezzo.


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