Ogni rosa ha le sue spine….

Ancora una divertente commedia al Teatro Comunale di Loreto

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di Walter Cortella

Giovanni-Plutino-Maurizio-Tiberi-e-Maria-Rosaria-Boldrini

Giovanni Plutino, Maurizio Tiberi e Maria Rosaria Boldrini

Il 1° Festival Regionale UILT Marche – Premio Simona Galassi di Loreto vira e intraprende il viaggio di ritorno con una commedia brillante, «Due dozzine di rose scarlatte», scritta nel 1936 da Aldo De Benedetti e messa in scena dalla Compagnia Opora di Falconara M., per la regia di Giovanni Plutino. Le «rose scarlatte» di De Benedetti sembrano non appassire mai! Sono molte, infatti, le formazioni professioniste e amatoriali che di tanto in tanto ripropongono questo ever green, un vero classico universale della commedia, sospeso nel tempo e nello spazio e giocato da tre soli personaggi. E ogni volta riscuote grande successo di pubblico. Si tratta di una di quelle commedie che giocano sulle fantasie della seduzione, sui tradimenti immaginari, attraverso un sottile gioco psicologico che si dipana in un meccanismo teatrale perfetto, a metà strada tra l’arguzia del teatro inglese moderno e il vaudeville francese. L’opera di De Benedetti è un delicato e azzeccato mix di umorismo raffinato e di sensualità galante e discreta. In essa il «virtuale» si fonde con il «reale» e finisce per soggiogarlo. È una storia che parla di uomini e donne con il loro corredo di debolezze, vezzi e idiosincrasie.

Giovanni-Plutino-e-Maurizio-TiberiLa trama è semplice ma ben costruita. I Verani sono una coppia felicemente sposata da tempo. La loro vita coniugale scorre tranquillamente, forse troppo, tanto che la moglie Marina (M.Rosaria Boldrini), sentendosi un po’ trascurata dal marito (G.Plutino), assorbito da pressanti impegni professionali, sente il desiderio di evadere dalla pacata quotidianità e organizza una vacanza solitaria a Cortina. L’ingegnere, con la complicità dell’amico, l’avvocato Tommaso Savelli (Maurizio Tiberi), ne approfitta per tentare di sedurre una bella contessa inviandole due dozzine di rose scarlatte, accompagnate da un biglietto firmato «Mistero». Ma il mazzo di fiori sarà recapitato, per errore, alla moglie Marina. Per rimediare all’inconveniente, Verani finge di sospettare che le rose siano il dono di un ammiratore segreto, dando inizio a una catena di equivoci. Si sviluppa, così, una storia parallela sul desiderio e la necessità di sognare da parte dei personaggi, che ci fa riflettere sorridendo sulle nostre debolezze. Marina, lusingata dal misterioso spasimante, vive con intensità la sua avventura….virtuale. Non ha alcun sospetto. Anzi, nell’intimo crede che quell’uomo esista davvero, segno che il loro legame accusa latenti segni di usura e di stanchezza. Il marito, pur sapendo che tutto ciò è fittizio, viene colto dalla gelosia nel constatare che la moglie è di fatto innamorata di un altro. Gli eventi precipitano e in breve la coppia decide di comune accordo di dividersi. A questo punto, nel segno di Dumas il quale sosteneva che «le catene del matrimonio sono così pesanti che bisogna essere in tre per sopportarle», entra in gioco l’avvocato Savelli, da sempre segretamente innamorato di Marina. Approfittando della favorevole e insperata situazione, assume il ruolo di «Mistero» e le dichiara finalmente il suo amore. Inutile dire che la donna, infuriata, maltratta il pover’uomo che vede frustrata per sempre ogni sua speranza. Quando, infine, la realtà irrompe di nuovo al termine del volo fantastico, i tre protagonisti la accettano di buon grado: la coppia si ricompone e l’impenitente scapolo Savelli torna ad essere l’assiduo amico di famiglia.

Tradotta in molte lingue, Due dozzine di rose scarlatte è una divertente e garbata commedia che rispetta i classici tempi della commedia borghese. La scena è unica, ma ricca di eleganti elementi di arredo. L’azione, pur nella sua staticità, è sostenuta da dialoghi spesso pungenti e maliziosi che disegnano personaggi benestanti e un po’ superficiali. Il testo risulta leggero e di buon gusto e conta un’innumerevole quantità di trasposizioni teatrali e cinematografiche. Il regista, partendo dal sottotesto dell’autore, ha avuto la brillante idea di inserire due nuovi personaggi: la Coscienza universale che se ne sta silenziosa in disparte e che, “racchiudendo in sé tutte le vite intese come esperienze terrene, si limita a registrare ciò che accade” e il Tempo che invita lo spettatore a riflettere su alcuni profondi concetti esistenziali sfiorati dall’autore. L’esibizione della giovane Compagnia è da ritenersi nel complesso più che soddisfacente. Necessita di rodaggio e sicuramente il suo standard crescerà ad ogni replica. Decisamente positiva la prova dei tre protagonisti principali, con un lieve margine di vantaggio per Maurizio Tiberi: sempre attento e «in parte» nelle numerose controscene, ha delineato con tratti precisi un personaggio «meschino» ma in fondo bonario e simpatico. Il pubblico ha apprezzato lo spettacolo, sottolineando con un caloroso applauso finale la performance dei falconaresi.

 


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