Delitto Brandi: l’arma trovata
non è compatibile con quella dell’omicidio

TOLENTINO - La colpevolezza dell'unico imputato, Sauro Muscolini, appare di udienza in udienza sempre meno certa
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di Cristina Grieco

Ritorna in aula il caso relativo all’omicidio di Felice Brandi. Stamattina davanti alla Corte d’Assise è ripreso il processo a carico di Sauro Muscolini, unico imputato per l’omicidio dell’ex barista ucciso nella propria abitazione in via Filelfo a Tolentino la sera del 30 luglio 2010 con 24 coltellate. Se finora la verità appariva sempre più lontana e confusa stamattina i due consulenti della difesa, Stefano Tombesi e Margherita Carlini, hanno affrontato con puntualità e precisione molti dei punti di questa vicenda rimasti ancora oscuri: dall’arma del delitto alle macchie di sangue sui vestiti dell’imputato. L’esito dell’udienza di oggi volge a conferma della ricostruzione dei fatti fornita da Muscolini, la cui tesi appare sempre più veritiera e compatibile con le risultanze scientifiche che emergono dalla scena del crimine.

Il dottor Tombesi, ha ribadito ancora una volta quanto già affermato nel corso di una precedente udienza dal consulente d’ufficio Stefano Cingolani: l’arma del delitto non sarebbe compatibile con le ferite inferte al corpo di Felice Brandi. Il coltello sarebbe infatti troppo grande rispetto a quelle che sono le lesioni rinvenute sul corpo della vittima. 

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Il coltello e i vestiti che indossava Sauro Muscolini la sera dell'omicidio

Altro punto importante è che a quanto pare la perizia effettuata in sede di incidente probatorio dalla dottoressa Loredana Buscemi, nominata dal GIP Pannaggi, non risulterebbe attendibile in quanto non rispetterebbe il protocollo sancito dal Blood Stain Pattern Analysis, tecnica forense per l’analisi delle tracce di sangue di derivazione americana che la stessa Corte di Cassazione già all’epoca del caso Franzoni, aveva definito di necessaria applicazione anche in Italia per gli studi sulle tracce ematiche. La perizia parlava infatti di “schizzi” di sangue, ma Tombesi, come aveva fatto prima di lui il CTU Cingolani, ha avuto modo di accertare che non essendo stata recisa alcuna arteria, dalle ferite è fuoriuscito unicamente sangue di tipo venoso che non provoca alcuno zampillio ma unicamente del gocciolamento.

La criminologa Margherita Carlini si è invece soffermata sulla dinamica del delitto. In particolare ha posto un focus sull’impetuosità dello stesso affermando che il movente della droga, che sarebbe poi quello contestato al Muscolini, apparirebbe troppo debole per scatenare un delitto così efferato. Allo stesso modo, ha detto la Carlini, appare poco credibile che in un delitto“d’impeto”, come lo ha definito anche la Pubblica Accusa, il carnefice parta da casa con già indosso l’arma del delitto.

La criminologa ha rilevato anche come la dinamica dei fatti raccontata dal Muscolini appaia compatibile con quelle che sono le risultanze che emergono dalla scena del crimine. In particolare, appurato che non è stata recisa alcuna arteria, le macchie sui vestiti così estese risulterebbero compatibili con un ingresso sulla scena del crimine trascorsa almeno mezz’ora dall’omicidio. Sarebbero infatti macchie da contatto con la pozza di sangue quelle rinvenute sui vestiti del Muscolini e appare inverosimile, ha riferito ancora la Carlini, che in un delitto“d’impeto” qualcuno dopo aver compiuto l’omicidio aspetti mezz’ora e poi si chini a controllare se la vittima sia o meno ancora viva.

Sono stati poi ascoltati altri tre testimoni della difesa tra cui il proprietario di un bar frequentato dall’imputato il quale ha confermato che Muscolini non era una persona violenta e che non era dedito all’alcol.

Il processo è stato rinviato al prossimo 16 aprile quando verranno ascoltati altri testimoni della difesa.  



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