Best di Montefano
ed Eloisa Glorioso

Col neoliberismo una cappa aspirante ha molta più dignità di una persona
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sciopero_best-5-300x200di Giancarlo Liuti

Comincio da due nomi: “Best” e “Glorioso”. Il primo indica la multinazionale americana che fino al mese scorso costruiva motori per cappe aspiranti a Montefano e occupava centoventisei dipendenti. Il secondo è il cognome di Eloisa, una giovane donna in attesa di un bambino che nascerà ai primi di gennaio e il cui marito lavorava, per l’appunto, alla Best. I due nomi alludono entrambi a qualcosa di molto positivo. “Best” è il superlativo di “good” e significa migliore, più che migliore, quasi buonissimo. E “Glorioso” si riferisce all’onore, all’orgoglio, alla felicità. Ma la cronaca dei nostri giorni insegna che, messi insieme, questi nomi cambiano segno e finiscono per esprimere il contrario di sé. Infatti la Best ha gettato improvvisamente sul lastrico i suoi tecnici e i suoi operai, ha chiuso a chiave lo stabilimento montefanese e nel segreto della notte ha trasferito parte dei macchinari in Polonia. Ed Eloisa Glorioso ha ricevuto, senza alcun preavviso, la lettera di licenziamento del marito e adesso il suo sposo, lei e il bambino che sta per arrivare si trovano in mezzo a una strada.

Di situazioni come questa ce ne sono molte, in Italia e altrove. E si cerca di affrontarle con laboriose trattative a livello aziendale, sindacale e politico finalizzate a ipotesi di cassa integrazione straordinaria, mobilità assistita, ricollocazione del personale in altre imprese del circondario. Intanto ai lavoratori della Best non resta che organizzare presìdi ai cancelli e andare in tv da Santoro – c’era anche Eloisa col pancione – per chiedere di non esser lasciati soli. Ripeto: nulla di nuovo sotto il sole della crisi economica. Del resto è inevitabile che un’azienda in difficoltà – e la Best sembra esserlo, se non a Montefano forse su scala di gruppo – ricorra a drastici tagli dell’occupazione o si sposti in altri paesi dove il lavoro costa meno e le tasse sono inferiori. E’ la legge – non scritta ma inflessibile – della globalizzazione e in particolare di quell’arrembante forma di capitalismo che si chiama neoliberismo. Ci sono dei rimedi? Sì, anche se palliativi. E stanno nei cosiddetti ammortizzatori sociali. Ben vengano dunque le trattative, i tavoli di confronto, i presìdi, gli scioperi, le denunce televisive. Ma questo, benché importante, è un altro discorso. A me, stavolta, interessa soprattutto quella cosa che si chiama dignità della persona.

La prendo alla larga. Avrete notato che di una persona si può dare qualsiasi giudizio anche molto sprezzante, ma altrettanto non è ammesso per un oggetto, una merce, un prodotto. Se dite in pubblico o scrivete in un giornale che un detersivo o un dentifricio fa schifo, sarete condannati a un cospicuo risarcimento. Se invece lo dite di un essere umano – si pensi al linguaggio della politica, dello sport, dello spettacolo – non accade nulla, è consentito. Ecco allora che fra le conseguenze del predominio assoluto dell’economia su ogni altro valore c’è la subordinazione della persona alle cose. Non più persone che si servono delle cose, ma cose che si servono delle persone. Una presunta dignità delle cose, insomma, viene prima della sacra dignità delle persone.

Torniamo a Montefano. Erano i giorni dei santi e dei morti. I lavoratori della Best erano stati messi, inopinatamente, in ferie. “E’ una nostra idea”, gli era stato detto. Sembrava addirittura un gesto gentile. Poi, il due di novembre, ecco una telefonata: “Domani non andate in fabbrica, l’abbiamo chiusa. Sono già partite le lettere di licenziamento”. E la notte qualche furgone era giunto di nascosto dalla Polonia per caricare i macchinari migliori. Questa è la versione dei dipendenti. Troppo di parte? Sarà, ma la versione della Best non la conosciamo. Sappiamo soltanto che l’amministratore delegato ha accettato – ma dopo, solo dopo – di partecipare a incontri con esponenti politici e sindacali.

Nel quinto canto della “Divina commedia” e a proposito della sorte toccata alla sua persona Francesca da Rimini dice: “Il modo ancor m’offende”. Aggiorniamo allora il discorso, mutando la commedia divina in un dramma nient’affatto divino. Eloisa Glorioso, e altri centoventicinque con lei, sono persone, non sono cappe aspiranti. E non offende il “modo” con cui gli è stato tolto il pane di bocca? Come si sarebbe comportata la Best se oggi vivessimo in un’epoca dove una persona vale più di una cappa aspirante? Avrebbe convocato per tempo i propri dipendenti, avrebbe mostrato i bilanci,  avrebbe esposto la necessità che loro accettassero qualche sacrificio, avrebbe dimostrato che in caso contrario sarebbero stati inevitabili provvedimenti incresciosi, avrebbe ascoltato le loro proposte, si sarebbe essa stessa dichiarata disponibile a ridurre qualche pretesa. Ma oggi viviamo in un’epoca completamente diversa, l’epoca delle cappe aspiranti e non delle persone. Ecco dunque la furbata di metter tutti in ferie, ecco la decisione di chiudere a chiave lo stabilimento, ingiungere di non presentarsi al lavoro, impedire di entrare perfino per ritirare gli oggetti personali custoditi negli armadietti, trasferire di nascosto gli impianti. Trattative? Sì, ma a fatto compiuto. Con la pistola sul tavolo. Hanno dunque ragione i sindacati a parlare di “sistemi selvaggi”, “violenza inaudita”, “comportamento provocatorio”, “vigliaccheria”? Pare proprio di sì. Il “modo”, infatti, “ancor m’offende”. E offende tutti, i tecnici e gli operai della Best, i cittadini non soltanto di Montefano, la nostra società, i valori etici della Costituzione repubblicana.

La settimana scorsa raccontai l’episodio di Esanatoglia, dove si ritenne giusto rispettare la dignità di un capriolo morente. Nessun rispetto, a Montefano, per la dignità degli esseri umani? Se queste hanno da essere le conseguenze della globalizzazione e del neoliberismo, diciamolo forte che non vanno bene. Negli effetti? Certo, ma anzitutto nei modi.



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