Il drammatico racconto
degli Eccidi di Chigiano e Valdiola

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Valdiola

di Maurizio Verdenelli

“Gettarono quei ventisei corpi sotto il ponte e se ne andarono. Io tornai il giorno dopo a bordo dell’autocarro dei fratelli Lucarini e caricammo le salme dei partigiani per dar loro in un posto sicuro degna sepoltura… avevano combattuto da eroi contro le truppe nazifasciste che, bene equipaggiate, erano risalite da Braccano (dopo aver trucidato don Enrico Pocognoni) sbucando all’improvviso dalla boscaglia al di là del ponte di Chigiano, all’ombra della torre di Aliforni…”. Non trattiene le lacrime Radio Ripanti da Serra San Quirico (An). Aveva appena 17 anni in quei maledetti dieci mesi a cavallo tra l’ottobre ’43 e il luglio ’44: “Ora ne ho 85 e non so se il prossimo anno potrò ancora venire qui a ricordare…”.

Il racconto drammatico ha scosso, domenica pomeriggio, la vasta assemblea che si è riversata sulle dolci colline tra San Severino ed Apiro:  la terra marchigiana, tenera e protettiva come una grande madre che 67 anni fa assistette agli ‘Eccidi di Chigiano e Valdiola’. Eccidi perchè -come ha ben riferito il prof. Sergio Labate (Università di Macerata)- i nazifascisti sfogavano sadismo e spirito di vendetta sulla gente inerme, uccidendo chiunque sulla propria strada, perfino un contadino che a Corsciano lavorava sui campi.

Alla cerimonia intorno all’altare che ricorda, sul ciglio della strada, tanto sangue innocente, tre sindaci delle popolazioni che hanno avuto vittime: Cesare Martini (San Severino Marche), Gianfabio Giorgioni (Gagliole) e Massimo Cantiani (Serra San Quirico, che dice: “E’ un dovere morale essere ogni volta qui”), il consigliere regionale Angelo Sciapichetti e il presidente dell’Anpi, Bruno Taborro. Con loro gonfaloni e labari.

Martini ha ricordato, nome per nome, tutti i morti di quel maledetto inverno ‘del nostro scontento’ e ha letto uno stralcio significativo di Cesare Manini, da Bevagna (Pg), tenente medico del 1. Battaglione ‘Mario’ che in quel periodo operava sopra San Severino. Una testimonianza che ben inquadra storicamente il valore della lotta partigiana pure in quelle valli: “Sanno (i nazifascisti ndr) che ormai la guerra volge al suo giusto epilogo e che saranno inevitabilmente colpiti dall’odio del popolo, purtuttavia ancora più di ieri si accaniscono contro gli inermi e disgraziati loro fratelli. Ormai  é questione di poco tempo ed il nostro martirio son certo gioverà grandemente alla vittoria, al ripristino di una vera e propria coscienza nazionale ed al convincimento di ognuno che anche la nostra vita, come la vita di tutti i nostri fratelli, sarà in avvenire sorretta e guidata da altri principi etici e morali atti a garantire un’esistenza libera e migliore”.

Il dottor Manini non morì  tra le dolci colline marchigiane. Farà in tempo a tornare nella ‘sua’ Bevagna dove si spense a soli 43 anni, nel 1956. Non farà in tempo neppure a vedere le ombre allungarsi sull’Italia di adesso.

“Viva l’Italia!” gridò il capitano Salvatore Valerio sacrificandosi per salvare i suoi uomini a Valdiola.

Che Italia resta, ora? “L’ultimo empito che ci ha fornito la consapevolezza dell’essere italiani, almeno per la mia generazione, é stata la vittoria ai mondiali di calcio in Spagna nel 1982” ha detto il prof. Labate (“Per quale libertà resistere? Attualità della Resistenza”). Quello del docente universitario maceratese “giovane, non giovanissimo” -che non ha dunque vissuto la guerra partigiana, ma iscritto all’Anpi- è stato un intervento che ha suscitato ammirazione ed applausi a scena aperta. E a conclusione, la stretta di mano convinta dei vecchi partigiani presenti a Valdiola, che la lotta per la Liberazione l’hanno vissuta sulla pelle.

Labate ha giustamente posto l’accento sul ‘nuovissimo’ significato del 67° anniversario celebrato domenica 3 aprile: “il multiculturalismo”. Tra le vittime degli scontri -di vera e propria battaglia con oltre duemila combattenti si parlò infatti nei comunicati d’encomio del Comando Alleato e nei notiziari di Radio Londra, Radio Mosca e Radio Roma- non ci sono solo morti italiani, vittime civili ed inermi, ma pure africani, slavi, russi. “Tutta gente che sognava non di morire ma di vivere bene, in un mondo migliore. Gente che s’incontrò nel nome del supremo valore della Libertà. Altro che gli odierni steccati, altro che l’odierno equivoco senso di appartenenza!” ha detto Labate che ha parlato di equazione tra Risorgimento e Resistenza, dolendosi che quest’ultimo avvenimento storico sia stato quasi ‘depennato’ tra quelli che hanno rifondato la Nazione, sopratutto in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Per i suoi coetanei -ha detto sostanzialmente il giovane docente – la Resistenza è un periodo poco conosciuto, del quale inoltre non appare necessario sapere molto. Ormai le generazioni si succedono una all’altra e l’oblio si consolida mentre tra coloro che sanno, sembra diventato assai imbarazzante sollevare la storia che vide contrapposti italiani contro italiani.

Chigiano“Essere partigiani, oggi come ieri -ha affermato Sergio Labate- significa prendere posizione: necessariamente, perchè non prenderla significherebbe in ogni caso consentire che una situazione intollerabile continui a permanere”.

Ecco, allora, che nel nome di ‘Resistenza sempre’, l’occhio supera le dolci colline di Corsciano, Chigiano, Valdiola -“da difendere perchè custodiscono la memoria”-  spaziando ovunque l’oppressione continua ad esercitare la sua micidiale forza. Il 18 giugno scorso i sindaci maceratesi di San Severino Marche (Martini), Treia (Santalucia), Castel Raimondo (Marinelli) e Gagliole (Giorgioni) sono stati insieme con tanti altri loro colleghi europei e con altre decine di migliaia di persone,  a Parigi “vicini alla Resistenza ovunque sia” per commemorare i 30 anni di opposizione al regime di Teheran. I partecipanti hanno chiesto che la comunità internazionale protegga il Campo di Ashraf in Iraq preso di mira dalle forze di sicurezza di Baghdad. Il Campo è ora una vera e propria cittadina ed ospita 3.400 persone, per lo più appartenenti al gruppo dei Mujahedin, principale gruppo di opposizione al regime iraniano.

A Valdiola ha parlato anche la signora Soraya, iraniana. Ha perduto fratelli e parenti stretti nella repressione: ora vive a Castel Raimondo circondata dall’affetto di tutti. Una testimonianza commovente da parte di una giovane e coraggiosa ‘resistente’.

Il messaggio di Chigiano e Valdiola non si perde dunque con il passare degli anni, non è vuota retorica, la continua narrazione di un fatto che sembra perdersi negli archivi polverosi della storia, ma  che in realtà si accresce nella sua bruciante attualità diffondendo i suoi valori di libertà nel Villaggio globale che per Marshall Mc Luhan è il mondo.



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