Così mi parla un figlio ucciso dalla droga

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di Guido Garufi

Esce, edito dall’Associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”, il libro Fiocchi di Neve (così mi parla un figlio ucciso dalla droga” di Giuseppe Bommarito

È una scrittura densa e colloquiale, una sorta di romanzo giocato nella forma del dialogo tra Giuseppe e il figlio Nicola. Tra una presenza e un apparente assenza. E il libro serve, indirettamente, a colmare un vuoto o meglio ancora a riempire quella zona indistinta ed enigmatica che ci separa da chi non c’è più. Ha scritto un grande  e raffinato critico, Roland Barthes, che “si scrive per non morire e per poter morire”. Non è dunque un testo nostalgico, nonostante ad un’analisi  di superficie si possa sostenere questa tesi, direi anzi che è un libro pieno di energia e in qualche modo anche “aggressivo”. Il lettore lo può ben comprendere scendendo nella sostanza della lettera che gira   intorno al tema dell’uso della droga e a tutto l’universo davvero terribile che la circonda. Giuseppe Bommarito, fin dalle prime pagine, introduce il figlio ipotizzando una dimensione simmetrica alla nostra esistenza, quella che ci manda cenni e dalla quale appaiono segnali “spirituali”. Nicola si cela e si rivela nella stessa natura delle cose, in fiocchi di neve, in granelli di polvere in controluce e parla al padre, interrompe i lunghi monologhi e le lunghissime riflessioni del padre  e diventa  così una seconda voce. Dicevo dello stile dialogico che è stato scelto per trattare una materia “tremenda”, stile dialogico che serve però al lettore ad entrare davvero in questa materia che viene rimossa e quasi esorcizzata, così come spesso  accade nella dimenticanza e rimozione degli eventi spaventosi. Ed ecco che questo dialogo che Giuseppe intraprende anche nelle aule scolastiche, con genitori entrati nello stesso turbine e palude, diventa un dialogo che ci serve, rendendo il testo  fortemente pedagogico. Appaiono nomi e volti, storie controverse, come quella dello spacciatore Mario che ha deciso di far soldi vendendo la “roba” all’interno del circuito scolastico silenzioso e spesso omertoso, o della signora Giulia la cui figlia è entrata nel tunnel. E c’è un punto focale nel “racconto” di Bommarito, quasi un’indicazione che sta nella consapevolezza che il Sert e il metadone sono solo un primo passaggio per uscire da una dipendenza ed occorre invece e necessariamente una comunità, necessariamente e  obbligatoriamente. Raggiunge vette di dolore lancinante il dialogo tra padre e figlio quando viene affrontato il problema centrale  del perché, quando Giuseppe ipotizza che  il figlio sia stato  sorretto da una volontà di suicidio. Ma Nicola risponde, e questo ci fa pensare, che non si è trattato di un suicidio ma più semplicemente di un’overdose, e che probabilmente : “la mia morte è dipesa da tante cose messe assieme, anche da sbagli tuoi e di mamma, per i quali dovrai provare prima o poi a perdonarti, e pure da errori che possono essere imputati solo a me”. Questo libro che affronta una materia “pesante” è tuttavia un libro leggero, leggero come “fiocchi di neve”, perché l’autore è riuscito a rendere “umana” una materia infernale e proprio dalle due voci che si contrappongono e si intersecano nei vari capitoli, ne esce come una luce, una via, un cammino,  un orientamento che solo nel registro narrativo raggiunge il cuore e l’obiettivo.

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Il libro si trova in distribuzione gratuita presso la Bottega del Libro, in Corso della Repubblica (Macerata).



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