Maulo: “L’Italia una e plurale
nel patchwork dei dialetti”

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Gian Mario Maulo

Da Gian Mario Maulo, ex sindaco di Macerata:

Ho una vecchia  coperta composta di tanti piccoli scacchi di stoffa dai colori variegati, armonicamente   cuciti insieme a formare un disegno di fantasia sopra un unico tessuto di base: un patchwork.

Quando osservo il territorio dal finestrino dell’aereo, o scorro col mouse le MAPS di internet per individuare un campo, una strada, una casa, colgo in dettaglio la continuità/diversità delle aree, il passaggio da una coltivazione ad un’altra, i confini segnati da sfumature di colori, siepi, filari, i passaggi graduali o improvvisi da un tipo di terreno ad un altro…Una varietà che si stempera in unità, dove nessun territorio finisce e nessun territorio comincia..

Anche per la lingua, per l’accento e per la pronuncia, ma molto più per il parlato quotidiano e familiare, il dialetto, l’Italia è un patchwork, un tessuto composito continuo/discontinuo di lingue locali, prima ed oltre un’unità linguistica.

L’unificazione politica ( per annessione, o per  espansione, o per plebiscito …) ha  favorito l’estendersi graduale della lingua ‘italiana’, letteraria e minoritaria,  dalle classi colte al popolo, con il sostegno delle istituzioni e della scuola, poi con il potere dei media;  ma la ricchezza espressiva delle lingue popolari locali ha continuato a convivere con la ‘koinè’, in una impercettibile osmosi e  contaminazione, tipica delle lingue che vivono di profonde radici locali.

Un  federalismo linguistico e un ‘bilinguismo’ quasi, che   rimpiangiamo e riscopriamo, dopo averlo trascurato o considerato residuo di un’ Italia minore o addirittura retrograda. L’Italia è un tessuto di realtà civili locali che fondano democraticamente lo Stato dal basso e con esso coesistono istituzionalmente, a diversi livelli e per diverse funzioni, secondo un principio di sussidiarietà; anche la lingua italiana, costituitasi lungo secoli di storia culturale, composita e variegata, diventata sempre più la lingua di tutti, con una funzione pubblica, istituzionale,  politica, sociale, oltre che letteraria,  fa della nostra patria una democrazia sostanziale; con essa coesiste a livello locale una ‘seconda’ (o prima, almeno in ordine di tempo)  lingua dalle radici altrettanto profonde, con altre funzioni, altro spessore ed altra efficacia, con una sua forza comunicativa e spesso altrettanta, anche se non pari, dignità letteraria.

Il dialetto racchiude in sé suoni,  colori, profumi, immagini,  gesti,  riti,  credenze di una comunità; in esso si rispecchiano la cultura e la storia di un popolo: usanze, concezioni morali e sapienziali, appartenenze, tendenze, sensazioni, pregiudizi, allergie, relazioni, migrazioni…In esso si concentra un vissuto denso e ricco di sfumature altrimenti non registrabili. Chi parla in dialetto comunica con tutto se stesso, concentra nella parola l’insieme delle arti: disegna, dipinge, recita, canta, danza e crea ambienti . Con il dialetto si parla tra “noi”, con la lingua di tutti si parla agli altri: il dialetto annulla le distanze,  definisce un insieme, delinea un’identità, crea  un’atmosfera, fa trasparire perfino le venature dell’anima; la lingua  comune, invece,  allarga gli orizzonti, traccia percorsi di dialogo fra diversi, produce omologazioni positive.

L’Italia dei dialetti, tessuta di segni,  inflessioni, tonalità, risonanze, suoni, cadenze, stili, dipinge una patria al plurale, un caleidoscopio vivente, un puzzle reale almeno tanto quanto la lingua comune, un patchwork che disegna l’Italia una e plurale, con le sfumature impercettibili e i passaggi graduali da un dialetto ad un altro, da una parlata ad un’altra, da un territorio ad un altro. Una lingua, tanti dialetti in un tessuto continuo. Una patria, tante comunità locali.


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