Elezioni provinciali?
Riecco le toghe rosse

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO
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di Giancarlo Liuti

Il datario dei timbri va aggiornato con cura. Altrimenti sono guai. Difatti il 15 maggio del 2009 capitò che in calce agli elenchi dei presentatori della lista Lam di Luigi Gentilucci l’ufficiale autotenticatore appose la data del 15 maggio 2008. Ossia l’anno prima, quando la Lam non esisteva ancora. Un errore, questo, del quale non aveva colpa la Lam, i cui elenchi erano corretti. Tuttavia il Tar ritenne che ne venisse invalidato l’intero documento e accolse i ricorsi del centrosinistra e del centrodestra, che puntavano entrambi a sbarazzarsi dell’insidioso concorrente. Le elezioni, dunque, si svolsero senza la Lam. La quale, poi, si rivolse al Consiglio di Stato sostenendo la illegittimità della sua esclusione dal voto per una inesattezza così banale, fortuita e, ripetiamo, non imputabile a lei. E il Consiglio di Stato, basandosi anche sull’ammissione dell’autenticatore, le diede ragione. Le elezioni furono annullate e adesso torneremo a votare.

Chi ha sbagliato? Il timbro, certo. E poi? Il Tar ? Il Consiglio di Stato? Premesso che tutte le sentenze meritano rispetto, il Tar considerò insuperabile quel vizio di forma mentre il Consiglio di Stato è entrato nel merito, ha valutato la sostanza delle cose e ha reputato che quella svista non fosse tale da influire sulla regolarità delle procedure elettorali perché facilmente accertabile, immediatamente correggibile e per di più commessa dall’ufficio che aveva autenticato, ritenendole regolari, le firme della Lam. Questi sono i fatti ed è stucchevole che per l’ennesima volta si debba tornare a parlarne.

Ma, purtroppo, si deve. Perché adesso ci ha messo il becco pure Berlusconi, che ha detto: “L’annullamento delle elezioni provinciali di Macerata dimostra come la sinistra usi le toghe politicizzate”. Ci risiamo, dunque, con le accuse di preordinati intrighi a danno suo e del Pdl da parte di pubblici poteri cui è affidato il controllo di legalità del vivere civile (una vecchia abitudine, questa: si ricorderà che lui, sconfitto nelle elezioni politiche del 1996 e del 2006, gridò subito ai brogli, dopodiché, in entrambi i casi, venne smentito dai conteggi). E adesso, a parte il curioso tentativo di far entrare nello stesso calderone il bunga bunga di Arcore e la presidenza di  Franco Capponi, il ritornello non cambia: come i magistrati di Milano, Palermo, Napoli, Roma, Perugia e insomma di mezza Italia, pure quelli del Consiglio di Stato sono “toghe rosse” al servizio della sinistra eversiva, pronti a manipolare le carte, stravolgere i princìpi del diritto, sovvertire la volontà popolare. Ma lasciamo perdere. Non è questo il punto che c’interessa.

Chiediamoci invece di quale livello sarà la campagna elettorale delle prossime provinciali. Le avvisaglie, ahinoi, non sono confortanti. Capponi fa bene a porre in evidenza le cose positive fatte dalla sua amministrazione. Fa bene a lamentare le difficoltà e i ritardi che l’annullamento delle elezioni ha causato al governo democratico del territorio. Fa bene a sottolineare il danno finanziario che ne è derivato. E, per dar forza all’impegno con cui il centrodestra intende affrontare il prossimo esame delle urne, fa bene ad annunciare che la sua candidatura sarà sostenuta dalla presenza a Macerata di Berlusconi e di ben quattro ministri. Giochi le sue carte, che non sono né poche né cattive (le carte dei suoi avversari, per ora, non sembrano migliori). Ma rinunci alla storia delle “toghe rosse” in agguato sempre e dovunque. Una storia che con la vicenda della Provincia di Macerata non c’entra assolutamente nulla. Una storia che, dai e dai, contribuisce a diffondere la perniciosissima idea che tutto è complotto, impostura, losca manovra. Una storia che, dai e dai, avvelena il confronto politico, disinforma la gente e, paradossalmente, rischia di ritorcersi contro lo stesso partito che la racconta (di quale colore – bianco, azzurro – erano le toghe del Tar?).

Ci aspetta una campagna elettorale infuocata. Nella quale, fatalmente, non mancheranno, nell’una e nell’altra parte, cadute di stile, eccessi di asprezza, cedimenti alle chimere della demagogia. Ma, santo cielo, si cerchi di evitare che venga inquinata dalla rissa su temi come la presunta nipote di Mubarak, la sua vera età, il “golpe morale”, il “sovvertimento della volontà popolare”, l’uso “indebitamente criminoso” delle intercettazioni telefoniche, la lotta all’ultimo sangue dell’avvocato Ghedini contro la procura di Milano, con tanto di appello – udite udite – alla corte di Strasburgo per denunciare – udite udite – “violazioni dei diritti umani”, come in Cina, in Uganda, nel Sudan, in Iran, nell’ex Germania nazista, nell’ex impero sovietico. Temi che con le nostre elezioni provinciali, quelle annullate e quelle da rifare, c’entrano, ripetiamo, come i cavoli a merenda.

La sentenza del Consiglio di Stato è, come tutte le sentenze, discutibile. Ma – l’abbiamo spiegato – non si può onestamente affermare che sia frutto di frode e non abbia una sua sensatezza. Anzi, tenendo conto della realtà dei fatti e della consistenza logica delle ragioni, con qualche malizia si potrebbe dire che semmai un “sovvertimento della volontà popolare” ci fu nell’escludere dalle elezioni la Lam, un movimento politico che una pur esigua “volontà popolare” intendeva portare, legittimamente, al voto dei cittadini. Insomma, auguriamoci che questa campagna elettorale sia, nel nostro piccolo, dura, sì, ma seria. Tale da dimostrare che noi maceratesi siamo gente che in occasione di una chiamata alle urne su importanti questioni locali non si abbandona alla baraonda del vero fatto passare per falso e del falso fatto passare per vero che oggi impazza nella politica nazionale.



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