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Sisto V derubato
La colpa non è solo
dei ladri

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di Giuseppe De Rosa

Ci si interroga nei circoli camerti, la cui voce è resa sempre più flebile a motivo delle rare energie umane che continuano a dissiparsi per debolezza propria o per intervento di stolte autorità. Ci si interroga – dicevamo – sull’identità dell’autore di quello che, replicando e surclassando la mia definizione, risalente al 2006, di “Furto più clamoroso”, è oggi pervenuto a un non più oltrepassabile “furto straordinario ed esplosivo”. Ovviamente, come le forze di polizia e quei quattro concittadini disperati che osano perdere tempo con queste anticaglie, anch’io brancolo nel buio. Però due osservazioni potrei azzardarle: del furto anche della seconda formella, scoperto lo scorso 7 gennaio, non è difficile individuare una specie di indiretto corresponsabile (anzi, più d’uno) e al contempo dall’episodio si può cogliere una significativa metafora del tempo che vive oggi Camerino.

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Per fortuna poco tempo dopo il primo furto alcuni cittadini si costituirono in comitato per la raccolta di fondi necessari a riprodurre ex novo una copia della Tranquillità, oltre alle copie delle altre tre formelle scampate. Nel pieghevole, che ancor oggi forse qualcuno conserva, era esplicitamente paventato il rischio che le altre tre formelle potessero fare la fine della prima e pertanto si invitavano i sottoscrittori a essere generosi, sì che la prevedibile minaccia non avesse a verificarsi. Le autorità municipali (ricordiamolo: nel tempo si sono succedute due giunte di diverso orientamento politico, ma l’assessore alla cultura è rimasto sempre lo stesso), cui spetta un compito di prima linea in difesa dei propri beni culturali, fu assai tiepida con l’iniziativa. Non si hanno riscontri scritti, anche se verbalmente fu detto agli esponenti del comitato che laddove non fosse arrivata la sottoscrizione sarebbe intervenuto il comune. La raccolta si arrestò alla soglia dei quattordicimila euro, ma alla riproduzione della Tranquillità, di cui s’era fatto carico il laboratorio Morigi di Bologna, non si è ancora dato inizio perché la debita autorizzazione è pervenuta solo nel mese di ottobre 2010.

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Dunque in primis ostacoli burocratici e lo scarso entusiasmo degli amministratori, che peraltro avevamo avuto modo di constatare già all’indomani del 25 aprile 2006, quando fummo costretti a scrivere: «Poche ore dopo che la notizia si era diffusa ci siamo recati in piazza del Duomo. Ci saremmo aspettati una mezza mobilitazione cittadina e invece ci ha accolto la sovrana incrollabile indifferenza camerinese. A noi il gesto sembrava di inaudita gravità, unico nella storia pluricentenaria del monumento (almeno dall’invasore rivoluzionario francese la statua si era salvata), ma gli astanti, le autorità in vario modo preposte non lasciavano tradire alcuna emozione. Erano trascorse alcune ore e, piuttosto che porre sotto sequestro l’area, chiamare per un sopralluogo la polizia scientifica (o abbiamo visto troppi telefilm polizieschi?), recintare il monumento per non disperdere la possibilità anche remota di rinvenire prove, gli investigatori si ponevano smarriti l’interrogativo inquietante su chi fosse il proprietario del monumento (come se ciò fosse in qualche modo essenziale per le indagini)». Il 7 gennaio 2011, quando anche l’inverosimile è accaduto, la scena che ci si è parata di fronte non è stata granché differente.

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Ma se c’è qualcosa di ancora più inquietante del secondo furto queste sono le modalità di consumazione del delitto e di scoperta della sua commissione. La piazza dove campeggia la statua di Sisto V è chiusa al traffico da mesi, salvo uno stretto percorso per il transito, senza possibilità di sosta. Da quel lato (est) si accede solo in entrata a Camerino, ma non v’è uscita. Chi ha commesso il furto contava su una città stremata e spopolata, dove era praticamente certo che in un’ora alta della notte nessun’auto o nessuna persona sarebbero passate e nessuno si sarebbe potuto affacciare da palazzi in gran parte istituzionali e deserti. Se poi fosse vero che la formella dell’Allegria (Hilaritas) era stata già trafugata da due giorni senza che nessun camerinese di passaggio se ne fosse accorto, allora saremmo proprio alla disperazione. Se ci sono voluti due giorni prima che il più esposto monumento della città fosse degnato di uno sguardo da qualcuno, vuol dire che Camerino è destinata ad essere la prima città di uno spopolato pianeta Marte oppure l’ultima della popolosa Terra.

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Aveva ragione Federico Zeri quando, accorso a Ca­merino subito dopo il sisma del ‘97, esplose in sanguigna collera per la vulnerabilità delle nostre opere d’arte, abbandonate ai calcinacci e alla mercé degli eventi naturali, e in un moto d’ira ebbe a gridare “Bruciamo tutti i quadri in piazza!”. Noi camerinesi che per lunghi cinque anni dopo un furto così clamoroso abbiamo lasciato che le altre formelle fossero esposte allo stesso rischio li abbiamo bruciati – eccome! – i quadri in piazza.

 


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