Caccamo, cosa c’era prima del lago

LUOGHI E TRADIZIONI

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di Eno Santecchia

Con circa cento famiglie e 250 abitanti, Caccamo oggi è la frazione più popolata del Comune di Serrapetrona, ma intorno all’anno 1935 l’abitato era composto da tre edifici, anzi due soli complessi. Ce ne parla A. D. che vi ha abitato da giovane per tredici anni.

La strada nazionale 77 non era ancora asfaltata, al civico 30 c’era il palazzo ottocentesco dei signori Piermattei, tutt’uno con la chiesetta di San Giacomo. Nelle vicinanze lo stabile dove aveva sede l’osteria di Carloni, con all’ultimo piano la scuola. Poco prima dell’ultima guerra giunse da Avacelli di Arcevia il fabbro Gorino Verdini e si stabilì a fianco dell’osteria.

Nella zona sottostante l’attuale casa cantoniera, i Piermattei possedevano un frantoio, un mulino, una gessara e un terreno coltivato a ortaggi dal mezzadro Capradossi e irrigato con l’acqua del Chienti. Il fiume non aveva subito i due sbarramenti artificiali a monte e la sua portata era maggiore. I buoni meloni e cocomeri in vendita nei dintorni all’epoca non provenivano da Fondi (LT), ma da quell’orto.
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Ancor prima  del lago di oggi Caccamo era un luogo di passaggio e ritrovo favorito dalla sua posizione sulla via per Roma, a metà strada tra lo spartiacque dei Sibillini e il mar Adriatico. L’osteria di Venanzo Carloni, molto conosciuta e frequentata da gente di passaggio, era l’unico posto di ristoro dove si poteva degustare buoni salumi e bere Vernaccia. L’osteria aveva sale interne, posti a sedere all’esterno e qualche camera per alloggiare. Non era difficile vederci il questore e il prefetto di Macerata diretti alla capitale. Per la classica “foglietta” di vino, la gente comune frequentava le cantine.

Caterina, una giovane di 14 anni, la mattina presto preparava il pane. La corriera proveniente da Macerata e diretta in Umbria lasciava ogni mattina il giornale per i signori Piermattei.

Cucinava Angelina, il marito gestiva l’annesso spaccio, le sue specialità erano le tagliatelle fatte a mano e altri piatti casarecci. L’energia elettrica non era ancora arrivata, le abitazioni erano illuminate con le lampade ad acetilene e carburo o con i lumi a petrolio. Non si conosceva neanche il gas in bombole, si cucinava con il carbone, solo le famiglie agiate avevano i fornelli a petrolio. Davvero altri tempi.

I Carloni possedevano una vigna e gli alimenti e i vini erano di produzione propria. I maiali erano allevati in proprio e la produzione d’insaccati era ottima.

A gennaio Carloni chiamava delle donne per selezionare i chicchi buoni dai grappoli d’uva appesa ad appassire in soffitta sin dal mese di settembre per farne dell’ottima Vernaccia. Questo spumante rosso scuro con ben tre fermentazioni naturali allora non era DOCG, ma sempre prodotto in quantità limitatissime, non tutti potevano permetterselo.

Vicino all’osteria c’era una fonte chiamata “di Carloni” dove si abbeveravano cavalli e muli che da Serravalle di Chienti trasportavano il carbone a Civitanova Marche.

All’ultimo piano dell’edificio aveva sede la scuola elementare (fino alla terza classe) frequentata da tanti bambini. La maestra Elvira Mogliani viveva nell’annesso alloggio. L’insegnante doveva mantenere una condotta morale integerrima, quando si fidanzò con il capitano Salvatori di Belforte del Chienti e voleva fare un giro con la sua Balilla prendeva insieme la bambina che ora ricorda.

A breve distanza, in una casa ora sommersa dall’invaso, abitava la famiglia di Domenico Quadraroli con due fratelli e i quattro figli Tarcisio, Orlando, Enrico ed Egisto. Tutti al lavoro davanti al deschetto a creare scarpe da lavoro su misura; i Quadraroli sono mastri calzaturieri da 350 anni.

Le signorine Fernanda e Augusta Piermattei erano maestre ma non avevano necessità d’insegnare; d’estate si recavano in vacanza a San Rossore in Versilia. Il fratello ing. Giacomo insegnava a Imola e veniva solo d’estate; Alfredo il padre di A. era il suo uomo di fiducia.

Nei pressi dell’attuale ponte per Caldarola ce n’era uno di mattoni che fu fatto saltare durante l’ultima guerra. Prossimo alla chiesetta c’era un gelso secolare con il tronco cavo che d’estate regalava ombra e buone more. L’albero è stato tagliato da tempo, allora si raccontava che avesse visto i francesi passare nel 1799.

A maggio nella chiesetta si celebrava il mese mariano, la gente giungeva dai dintorni e rimaneva fino a tardi conversando. Le principali escursioni che ricorda la narratrice sono: del martedì di Pasqua verso la Madonnetta di Pieve, il 15 agosto a Garufo portando appresso i cibi da cuocere e il 22 luglio a Santa Maria Maddalena con gli asini. Nei giorni precedenti il 2 agosto passavano i pellegrini diretti al “Perdono” di Assisi.

Anche oggi Caccamo di Serrapetrona e i suoi abitanti sono accoglienti come un tempo ed è rimasto un luogo d’incontro privilegiato nei fine settimana e non solo.


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