La lingua cinese secondo
Padre Matteo Ricci
di Filippo Mignini
Questa settimana la rubrica ricciana di Cronache Maceratesi pubblica una parte della lettera che Matteo Ricci scrisse al padre Martino de Fornari il 13 febbraio 1583. Nella porzione di testo che rendiamo nota, il gesuita maceratese descrive in maniera completa e dettagliata i tratti caratteristici della lingua cinese, sottolineando quelli divergenti dalle lingue europee. Ricci imparò la lingua cinese affinché la sua missione di evangelizzazione risultasse più efficace e più fruttuosa.
Al p. Martino de Fornari S.I. Padova; Macao, 13 febbraio 1583
[…] Subito mi detti alla lingua cina et prometto a V. R. che è altra cosa che né la greca, né la todesca; quanto al parlare è tanto equivoca che tiene molte parole che significano più di mille cose, et alle volte non vi è altra differentia tra l’una e l’altra che pronunciarsi con voce più alta o più bassa in quattro differentie de toni; e così quando parlano alle volte tra loro per potersi intendere scrivono quello che vogliono dire; ché nella lettera sono differenti l’una dell’altra. Quanto alla lettera non è cosa per potersi credere se non da chi lo vede o lo prova come ho fatto io. Ha tante lettere quante sono le parole o le cose, di modo che passano di settanta mila, e tutte molto differenti et imbrugliate; […]Tutte le parole sono d’una sola sillaba; il loro scrivere più tosto è pingere; e così scrivono con pennello come i nostri pintori. Tiene questa utilità che tutte le nationi che hanno questa lettera, se intendono per lettere et libri, benché siano di lingue diversissime, il che non è con la nostra lettera. Per il che il Giappone, et Sian e Cina, che sono regni molto distinti e grandi, di lingua anco toto coelo diversa, se intendono insieme molto bene e l’istessa lettera potrebbe servire a tutto il mondo. Perciocché questa lettera ag che è posta per il cielo, noi li possiamo chiamare cielo; il giappone ten, il siano d’altra maniera, il latino lo chiamerà coelum, il greco ouranó, il portughese ceo et altri di altro modo; simile dico di tutte le lettere. A questo agiuta che la lettera non tiene articoli, né casi, né numeri, né generi, né tempi, né modi, ma a tutto danno rimedio con certi adverbij che si dichiarano molto bene. Il più litterato tra loro è chi sa più lettere, e questi sono che entrano nei governi e nelle dignità. […]. Io mi detti subito alla lingua e messi nella testa un buon dato di esse e già le so tutte scrivere. Qua [Michele Ruggieri] stava il p. Michele napolitano che haveva levata quest’impresa molto avanti con la sua virtù e diligentia e ha tanto credito tra loro che il Tutano, che è un viceré d’una delle tredici provincie della Cina, lo mandò a chiamare e gli ha dato là dentro un luogo per stare, di dove si spera grandissimo servitio di Dio; perché, come i Cini non habbino nissun credito ai loro idoli, facil cosa sarà persuaderli la nostra verità se si potrà trattare con loro; e sino adesso hanno guardata la loro legge di non lasciare entrare nessun forestiero in sue terre. Adesso pare che il Signore vuol aprire gli occhi a questo regno tanto grande, e non sappiamo come questo Tutano, non obstante la legge, admette forestieri. Io, se non m’inganno, di qui a un mese andarò anco dentro dove lui sta e anderemo avanti in la lingua e lettere loro.[…]
Tratto da Matteo Ricci, Lettere, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 45-47.
