La dodicesima traduzione
delle opere di Matteo Ricci

di Filippo Mignini
Il capitolo VIII dell’opera ricciana Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina (che i lettori di questa rubrica conoscono ormai molto bene!) ci fornisce una descrizione di alcune usanze cinesi che Ricci aveva imparato a conoscere nel corso della sua permanenza nel Regno del Drago.
Li Madou fu il primo, nella storia della nostra civiltà occidentale, che, con metodi scientifici, dette una descrizione esatta degli usi e costumi della Cina. In Della entrata, il gesuita maceratese non si limita a narrare le successive tappe della sua missione religiosa, ma dedica interi capitoli alla descrizione dello stato politico ed economico del Paese, dà interessanti e precise descrizioni della lingua, della scrittura e del pensiero cinese. Se il successivo secolo XVIII vide l’Europa prendere la Cina come modello, anche se eccessivamente idealizzato, ciò si deve in gran parte alle descrizioni ricciane che prime fornirono della Cina immagini non fantastiche, ma rispondenti alla realtà effettiva.
[…] Tutti i magistrati hanno il proprio sigillo di quel magistrato fatto dal primo Re di questa famiglia,con il quale segnano tutte le cose che fanno giuridicamente con intenta [tinta] di color roscio senza altra cosa. Questo conservano con grande diligentia e, se lo perdessero, non solo perderiano il loro offitio, ma sarebbono anco castigati gravemente; e così, quando vanno fuori di casa, lo portano secco serrato con chiave e sigillato con altro sigillo, dentro di una cassetta, sempre avanti agli occhi; et in casa dicono terlo sotto il piumaccio del letto. Gli huomini gravi non vanno a pe’ per la città, ma si fanno portare in quelle sedie o lettichette, che sono coperte di tutte quattro le parti, e non si vedono, differenti dai magistrati che usano di sedie scoperte di tutte le parti. Le Matrone anco sono portate in queste sedie coperte, ma d’altra foggia da quella de gli huomini; i cocchi e carrozze sono prohibite. Vi sono alcune terre edificate in mezzo de’ fiumi e de’ lachi, come Venetia nel mare; per queste vanno per la Città con barche assai belle. E, per esser tutta la Cina bagnata e divisa con molti fiumi e canali, usano molto più che noi di barche per il camino, e sono assai più belle e commode che le nostre; percioché quelle proprie de’ magistrati grandi sono sì grandi che vi può uno andare con tutta la sua fameglia senza nessun disagio, come se stesse in terra, per esservi molte stanzie, sale, cocina, dispensa, e sì bellamente adornate, che paiono case de’ nostri grandi principi. E così alle volte, volendo fare tra loro qualche convito, lo fanno nella barcha per potere con esso andare passeggiando per il laco e per il fiume; e tutte sono coperte di quella loro vernice, che chiamano ciorone, di varij colori pinte ed indorate, con i suoi suffitti, colunne e impannate che fa una bella vista. Ai maestri fanno molto più honore che noi, et solo un giorno che fu uno maestro di qualsivoglia scientia et arte, tutta la sua vita lo chiama maestro, e non si può porre a sedere seco, se non stando ad un lato, ovunche se incontrino, e gli parla con molto rispetto e cortesia. Il giuoco di carte e dati, che anco è usato in queste parti, è solo di gente bassa; i più gravi usano per passa tempo, et anco per giuocar denari, del tavoliero et anco de’ scacchi assai simili ai nostri, se non che il Re mai esce delle quattro case intorno al suo luogo, ne anco doi letterati che stanno al suo lato; non hanno la Donna, ma tengono doi pezzi assai artificiosi, che chiamano pannella di polvere, che stanno avanti ai doi cavalli dietro alla pedina, che in questi doi luoghi sta avanti una casa. Questo pezzo nell’andare è simile al Rocco, ma nel ferire e dare scacco sempre bisogna che vi sia nel mezzo un scacco, o sia proprio o dell’adversario, di modo che per difendersi della sua ferita o scacco, vi sono, l’oltre il mutarsi, altri doi; l’uno è porre un altro pezzo nel mezzo, o togliere, se è nostro, il pezzo che sta di mezzo. Il più grave di tutti i giochi è uno di più di ducento pietrine in ambe le parti bianche e nere, in un tavolero di trecento casette, e con queste, che vanno ponendo una ad una, procurano l’uno al altro por nel mezzo alcune dell’adversario, restando signore di quel campo; e di poi nel fine quello che guadagnò più campo del tavolero è il vincitore. I mandarini sono tanto dati a questo giocho che occupano alcuni molta parte del giorno in esso, durando un giocho più di un’hora; e quei che sanno ben giochare a questo giuoco, se ben fosse persona che non avesse altra abilità, sono in ogni parte accarezzati et imitati, et alcuni gli pigliano per maestri per insegnare a giocare a questo giuoco. […]
Tratto da Matteo Ricci, Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata 2000, pp.76-77.