L’ottava traduzione
delle opere di Matteo Ricci

di Filippo Mignini
Padre Claudio Acquaviva S.I. (1543-1615) viene nominato Generale dell’Ordine dei Gesuiti nel 1581, mantenendo questo incarico per ben 34 anni. L’8 marzo 1608, Ricci scrive al p. Acquaviva la lettera che oggi proponiamo nella nostra rubrica quindicinale. Data la sua estensione e, allo stesso tempo, la sua densità di contenuti, è sembrato opportuno renderne nota solo una prima parte, dando appuntamento al lettore tra quindici giorni per la seconda. L’epistola è datata 8 marzo 1608; Ricci si trova a Pechino da sette anni: dopo un primo tentativo fallito di entrare nella Città Proibita (1598), il nostro conterraneo vi era giunto nuovamente nel 1601 insieme al p. Diego de Pantoja e vi aveva fondato una residenza.
Dall’incipit del brano, emerge la difficoltà, sperimentata in prima persona da Ricci e dai suoi confratelli, di far pervenire notizie in Europa. Per ovviare a tale inconveniente era necessario utilizzare una serie di accorgimenti: riferire all’inizio della lettera la data delle ultime missive ricevute e quella dell’ultimo corriere partito; scrivere la stessa lettera in almeno due copie le quali viaggiavano seguendo due diverse vie (l’una attraverso il Mar Cinese Meridionale approdava a Goa in India e da qui ripartiva alla volta dell’Europa, circumnavigando l’Africa; l’altra toccava prima le Filippine e il Giappone e poi, attraverso l’Oceano Pacifico, arrivava in Messico, da dove partiva per l’Europa).
Vi lascio ora gustare le parole di Ricci, attraverso le quali vuole informare il padre Acquaviva circa la sua missione evangelizzatrice.
Al p. Claudio Acquaviva S.I., Preposito Generale – Roma
Pechino, 8 marzo 1608
Ihs. Maria.
Molto R.do in Chr. P.re
Pax Christi etc.
Quest’anno ricevetti la charità delle lettere di V.P. nelle quali mostrava dolersi di parecchi anni in qua non avere riceuto le mie lettere né gli avisi che di qua ogni anno soleva e soglio mandare; né meno mi dolsi io di essere perdute tante lettere e non aver potuto avisare V.P. delle necessità di questa impresa della Cina; con tutto questo confido nella bontà divina che, dopo quella lettera, Le ne capitarebbe alcuna alle mani, o almanco per le lettere altrui, specialmente della buona memoria del P. Valignano, sarà informato del tutto. Questa mi determinai scrivere adesso per via del Giappone e della nova Spagna per provare se per quest’altra via vanno le lettere più secure. E perché si è dato ordine, che nelle tre residentie del mezzogiorno, che stanno più presso a Macao, si facci un’annua del successo della christianità della Cina, non mi metterò in questa a raccontare le cose particulari delle altre case minutamente, ma toccarò brevemente quello che in summa si può dire di questa impresa et alcune cose di questa casa e residentia di Pachino, che, per stare nella corte e sedia regia, è la più importante e di dove dipende il bene de tutte le altre.
Stiamo nella Cina in quattro case venti della Compagnia, tredici sacerdoti, e gli altri fratelli […].
Habbiamo battezzati già da due mila anime in queste case, e andiamo ogni giorno più guadagnando credito, specialmente nelle due corti di Pachino e Nanchino.
La residentia di Cantone, che sta in Xaoceo, andava assai prospera; ma, con i travagli che gli anni addietro hebbe per via di Macao, come si scrisse, sta adesso molto fredda, e con puoche speranze di far quivi molto frutto: e così trattiamo di mutarla per altra provincia che sarà molto facile. Quella di Nanciano andava anco assai prospera, ma nel miglior fervore, avendo compra un’altra casa maggiore, permese Iddio che certi letterati per invidia ci imponessero molte calunnie, e i magistrati furno forzati a prohibirci il fare christiani, comprare quella casa, e tutto restò raffreddato. Con tutto, come queste non sono cose nove nelle nove christianità, non ci perdiamo d’animo, massimamente che in un contrasto sì grande con i principali della città ci soccorse Iddio, come suole ai suoi servi, tanto che anco stanno i nostri in piedi in quella città con molto buon credito. A questo agiutò molto il governatore della città, mio amico e conosciuto quando stava in questa corte, al quale io aveva raccomandato i padri che quivi stanno.
Nella corte di Nanchino e Pachino stessimo più quieti. In questa casa facessimo quest’anno da cento trenta a quaranta christiani, e alcuni di loro molto buoni e letterati, che ci danno più credito adesso che la molta turba del popolo. Ci consolano molto le domeniche e molto più i giorni solenni quando empiono la chiesa e stanno con tanta divotione, confessandosi molti et alcuni ricevendo il santissimo Sacramento.
Un christiano, vecchio di ottantacinque anni, si ammalò, e parendogli che poteva morire, come nel vero moritte, si apparecchiò quanto potette per l’altra vita, confessandosi et ordinando le sue cose, desiderò molto ricevere il santissimo Sacramento, che, per esser novo nella christanità, non aveva anco ricevuto. Ma crescendo l’infermità, ci determinassimo che, per non aver commodità in sua casa de dir Messa, né potersi portare decentemente il santissimo Sacramento a sua casa, che non era necessario ricever questo viatico. Laonde, sapendo egli questa nostra determinazione, il giorno della Epifania, stando mezzo morto, si fece portare in una tavola da sua casa alla nostra, che sono due o tre miglia, e ci entrò nella sala dicendo: “Datemi il santissimo Corpo di Christo”, con spavento di tutti i christiani, che stavano per udir Messa. Per il che lo feci porre nel mio letto, e quivi, con quell’apparato che si poté, gli dessimo quello che egli tanto bramava; e stando per comunicare, avanti tutti i christiani, in alta voce disse che perdonava a certi huomini, che alcuni giorni inanzi con false calunnie gli avevano fatto spendere ben di scuti, chiedendo egli a Dio che gli perdonasse i suoi peccati. Dopo questo, in sua casa ricevette la Extrema Untione e se ne fu al cielo, lasciando comandato a sua moglie, che non era anco battezzata, et agli altri suoi, che, nel seppellirlo non usassero de nessuna cerimonia gentilica, ma in tutto si reggesse per quello che i padri gli dicessero, come fecero molto puntualmente.