Restauriamo il dipinto di Mussolini
e rivalutiamo Filippo Corridoni

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di Maurizio Verdenelli

“Sei tu, Mussolini?” gli chiese il commilitone. “Si”. “Benone: allora ho una buona notizia da darti. Hanno ammazzato Corridoni: crepino tutti questi interventisti!”. Era l’ottobre 1915, 1° guerra mondiale: Filippo era morto sul Carso goriziano sulla trincea delle Frasche, il capo rivolto verso il nemico come nell’estremo tentativo “d’andare avanti ancora”. Con Mussolini c’erano sospetto e profonda diffidenza ma pure malcelata stima. Tanto che il marchigiano di Pausula raccoglieva fondi in  trincea per sottoscrivere abbonati a Il popolo d’Italia che il futuro capo del fascismo dirigeva da quando s’era messo anima e corpo in politica dopo che l’ultimo tentativo d’impiegarsi come maestro era stato frustrato dalla scuola elementare di Tolentino cui aveva fatto domanda.

Pausula non si chiama più così ma Corridonia, denominazione sopravissuta (così non è stato per Urbisaglia-Bonservizi) anche alla caduta del fascismo che aveva fatto suo quel giovane uomo che in  28 anni di vita aveva collezionato 30 arresti in nome degli ideali socialisti e  del sindacalismo rivoluzionario e per i quali era stato costretto a prendere la strada dell’esilio in Francia. “Pippo” fascista? Un’operazione che il “padre” della Cgil, Giuseppe Di Vittorio considerò disgustosa. Tanto che sette anni dopo quel’autunno del ‘15, la Legione proletaria Filippo Corridoni s’opponeva alla conquista di Parma da parte dei miliziani di Farinacci e Balbo. In quella stessa Parma dove Filippo aveva preso parte qualche anno prima ai moti contadini. Anche per Alceste De Ambris, amico di Gabriele D’Annunzio e compagno di lotta di Pippo, lui non sarebbe mai stato fascista, mai “un servo” di quei padroni che aveva combattuto fieramente e la cui classe pensava d’abbattere attraverso lo strumento della guerra, pur odiandola. E neppure per Giovanni Spadolini che chiuse nel 1987 a Corridonia le celebrazioni per il centenario della nascita. L’ex presidente “treiese” del Senato definiva Corridoni “il poverello dei poverelli, completamente disinteressato ad ogni aspetto materiale della vita. Con le ginocchia che spuntavano dai pantaloni rotti, aveva conquistato Milano”. Fiamma d’ardito e spirito d’asceta era Filippo con un’infarinatura umanistica trasmessagli da un prozio francescano che l’aveva strappato così alla fornace dove lavorava il padre operaio. In realtà Corridoni –che avrebbe meritato miglior fortuna senza la contaminazione fascista- sarebbe rimasto quel che era: un sindacalista coerente, un “Don Chisciotte del sovversivismo” come scrisse nel suo testamento spirituale prima di cadere a San Martino del Carso sotto il piombo austriaco.

Come succede di frequente in Italia, c’è sempre qualche remora a frenare riabilitazione e valorizzazione delle “vittime” della storia: come se l’essere stato ingiustamente penalizzato possa essere quasi una ‘colpa’. Così Pippo continua ad essere “proprietà storica” del suo amico-nemico Mussolini, celebrato da quell’Italia del Potere e degli Agrari combattuti quand’era in vita. Dai quali, a ben guardare, ha avuto tuttavia le uniche onorificenze: una medaglia d’argento al valor militare convertita in oro, una statua enorme e bruttina al centro di una piazza piena di marmi, e il suo nome dato al paese nativo. Cartapesta, a ben guardare. E, a fronte, nessuna rivalutazione di un’attività spesa a favore della classe operaia e degli oppressi. Nessuna storicizzazione seria dei suoi scritti e di una personalità che diede struttura e significato al moderno sindacato. Un grande imbarazzo circonda il veemente Pippo, morto giovanissimo in una buca del Carso. “Se fosse vissuto, sarebbe stato più grande e migliore di Mussolini!” mi disse mio padre Enrico, una volta che il nostro treno proveniente da Perugia si fermò alla stazione di Corridonia. Avevo 8 anni, era la prima volta che sentivo parlare di lui. Dalla descrizione, mi sembrò un eroe, di quelli che non nascono più. Soprattutto di questi tempi.

Questo lungo ”cappello” è apparso necessario a sostegno della tesi nota come “Corridonia non è Predappio” portata avanti dal segretario provinciale del Pdci, Giuseppe Pieroni (che è del posto andando ad abitare qualche anno fa a Colbuccaro) per dire no al restauro dell’affresco di un Mussolini che a cavallo sbuca dalle pareti del municipio in stile littorio, conquistato nell’ultima tornata da una giunta di centro-sinistra.

E’ vero: Corridonia non è Predappio. Per molti motivi. Nel paese di Mussolini è nato anche un mio caro direttore al “Messaggero”, Vittorio Emiliani, già deputato del Psi a Pesaro, già presidente del Conservatorio Rossini e a lungo consigliere Rai. Una volta mi disse: “Mio padre, segretario comunale, era antifascista e ne fu dunque proposto il trasferimento. A quel punto mia nonna materna, cugina diretta del Duce si decise a chiedere la…grazia, attraverso una lettera scritta di proprio pugno. Un po’ le rompeva perché del cugino non aveva stima confidandoci che l’è matt…chissà dove ci porterà a finire! Mussolini riconobbe la calligrafia della cugina e mio padre venne dirottato nella vicina Urbino, dove sono cresciuto”.

Nella rossa Predappio, il Duce è sempre un buon affare e nessuno si sogna di privarsi di quel pezzo di storia che peraltro in politica comincia ad essere dimenticata: in proposito si provi a domandare ai ragazzi di destra perché votino Lega anziché il partito di Storace.

A Corridonia, Filippo non è un’attrattiva turistica e peraltro il centro storico è ormai più abitato da pakistani che da italiani. Anche loro, i primi, non sanno chi voglia rappresentare quel blocco di marmo bianco e quel pulpito che servì brevemente una volta sola dal 1936 ad oggi, per l’inaugurazione. Già, perché dopo il centenario celebrato alla chetichella 22 anni fa (mandai alla manifestazione una giovanissima collaboratrice de Il Messaggero ora redattore capo di “Panorama”: Emanuela Fiorentino che Spadolini abbracciò intenerito) di Corridoni non si è più parlato.

Eccetto che adesso. Sempre per via…di quel Benito da cui lui, Pippo, aveva ben ragione dal diffidare.

Parimenti con un gruppo (“Antifasciti sempre”) aperto su Facebook, Peppe Pieroni sta anch’egli portando avanti la battaglia contro il restauro del Mussolini “imperiale”: il segretario del Pdci, mio amico personale, è stato in passato un ottimo idraulico. Stavolta credo che abbia rotto …le tubature perché Corridoni meritava ben altro dibattito una volta che finalmente c’eravamo. Secondo noi se Filippo –come nella trama di una commedia di T. Wilder- potesse tornare per un giorno nella sua cittadina s’iscriverebbe intanto al Pdci. Subito dopo, armato di un piccone, sbriciolerebbe quel suo monumento in piazza. Tuttavia: chi ne erigerebbe uno nuovo? Perchè, uno pur sempre se lo merita ampiamente l’illustre figlio di Pausula. Ecco un argomento –la rivalutazione di Corridoni– da passare ai padri della critica storica e agli uomini del sindacato. Pure a Vittorio Sgarbi perché s’impegni in questo dopo aver appoggiato pubblicamente il restauro dell’affresco mussoliniano. E se, data la crisi, si pensa di spendere i soldi pubblici per attività più urgenti si lanci l’appello per un restauro gratis. Avrebbe qualche possibilità d’essere accolto nella dirimpettaia Macerata: nel capoluogo cioè dove c’è l’Accademia di Belle Arti e dove negli anni 80 nacque un’analoga querelle perché dopo il restauro dell’ex Casa del Fascio, in piazza Mazzini (ora sede del Catasto) inaugurata da Mussolini subito dopo la cerimonia a Corridonia, vennero ricollocati al loro posto i preesistenti fasci littori. Corsi e ricorsi della storia, quando questa ancora brucia d’attualità come la cronaca.



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