Un pomeriggio da guida turistica
“Il fascino di riscoprire la mia città”

MACERATA - Dallo Sferisterio all'università in giro per monumenti
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100_4161Macerata

di Alessandra Pierini

Essere una guida turistica vuol dire provare ogni volta a vivere la città in cui si è nati come se fosse la prima volta, mettersi nei panni degli ospiti e guardare scorci e monumenti con i loro occhi, intuirne le curiosità per poterle soddisfare. Allo stesso tempo però è necessaria una buona dose di passione per i propri luoghi perchè solo comunicando l’amore per la propria identità locale e territoriale, si regala un’esperienza memorabile. E’ quello che ho cercato di fare accompagnando un gruppo di 50 persone provenienti da Sestri di Levante “tra Portofino e le Cinque Terre” precisano.

Ritrovo subito dopo il pranzo tipico a base di Vincisgrassi, che hanno scambiato per lasagne visto che nessuno ha fatto notare loro le differenze, coniglio ripieno e zuppa inglese. Ci avviamo per Piaggia della Torre. La visita ufficiale inizierà dallo Sferisterio ma come non fare una breve sosta davanti ad una chicca come il portale di Santa Maria della Porta anche per sottolineare che stiamo scendendo per le Scalette?  “Questa è una città molto faticosa – mi fanno notare – si sale e si scende continuamente, impensabile spostarsi in bicicletta.” Continuiamo a camminare e arriviamo in piazza Mazzini che attraversiamo per arrivare fino allo Sferisterio. Un attimo per reperire le chiavi (anche questa è una nostra prerogativa, i monumenti sono tutti chiusi, ma nei dintorni c’è sempre qualcuno che ha le chiavi, basta cercare)ed entriamo nella splendida arena. Il sole fa capolino, la luce è davvero suggestiva e anche di giorno lo Sferisterio non perde il suo fascino. Gli ospiti sono estasiati e la cosa che più li impressiona è che l’arena sia all’aperto, da fuori non si erano affatto resi conto. Racconto loro dei cento consorti che hanno donato questo teatro, realizzato su progetto di Ireneo Aleandri, a lustro e decoro della città nel 1829. Continuo parlando della palla al bracciale, gioco tipico dell’epoca del quale lo Sferisterio con il suo poderoso muro di 90 metri per 36 era il tempio. Mi ascoltano attenti ma i loro sguardi sono rapiti dagli archi, dalla particolarità dello spazio tanto inconsueto.

Non resisto e racconto del gossip del 1921 quando il Conte Pieralberto Conti mise in piedi una Aida, successo senza precedenti, 17 repliche e 70.000 spettatori, per dar modo all’amata e amante Francisca Solari di esibirsi a Macerata, per poi arrivare agli spettacoli che attualmente interessano lo Sferisterio. “Non fanno una stagione di prosa qui dentro? E’ un vero peccato” mi fa notare qualcuno, chissà forse un’idea da valutare. Usciamo e ci avventuriamo tra i vicoli per giungere alla “Cocolla” dietro al Duomo. Nel percorso raccolgo domande e curiosità quindi una breve sosta per spiegare da dove viene il nome Macerata (forse da macerare la canapa, pratica diffusa in passato, o dalle macerie della vicina Helvia Recina”), come è nata la città, chi sono i “pistacoppi” ed ecco che neanche finisco di parlare e due volatili si avvicinano pericolosamente al gruppo. Risaliamo fino ad arrivare davanti alla facciata della Cattedrale, incompiuta come quasi tutte le chiese cittadine. Narro la storia di San Giuliano l’ospitaliere, insediatosi sulle sponde del Potenza per espiare la colpa di aver ucciso i genitori credendo di aver scoperto sua moglie con un amante. Nel Duomo, dopo un attimo di raccoglimento, è un tripudio di domande, dai quadri, all’organo, al trittico di Allegretto Nuzi.

Usciamo per visitare l’antistante tempietto della Madonna della Misericordia, dalla particolare forma circolare. Preciso che le ali costruite dietro la chiesa sono del 1953, che il portale bronzeo è di Carlo Cantalamessa e gli interni del Vanvitelli. Finisco di parlare e uno dei miei turisti mi si avvicina e mi dice: “Posso essere sincero? E’ stato davvero un pazzo quel tizio che nel 1953 ha costruito i muri dietro il tempio, ma come si fa? Quelle tapparelle poi, stonano assolutamente in una piazza così bella. Lo stesso vale per la Cappellina in duomo, quella vetrata è davvero inguardabile. Dovreste stare più attenti sa…. Io lo dico per voi” e dice davvero molto bene. Ci affrettiamo, dobbiamo ancora visitare Piazza della Libertà. Ci fermiamo davanti al cinquecentesco Palazzo della Questura, da lì li guido con lo sguardo alla scoperta dei vari elementi della piazza:la rinascimentale Loggia dei Mercanti con la seconda loggetta oggi aperta, ma in passato chiusa per secoli dopo che un legato pontificio pensò bene di far costruire lì la sua camera da letto, il Palazzo del Comune in cotto, la Torre Civica, mutilata del suo prezioso orologio che regalava allo scoccare dell’ora uno splendido carosello con i magi e l’angelo in adorazione di Maria col Bambino, ancora il teatro, l’università insediatasi nel collegio che era dei barnabiti e la Chiesa di San Paolo.

Entriamo nel teatro e sorpresa, stanno provando lo spettacolo che andrà in scena la stessa sera. Il teatro è completamente buio. Lo avevo definito il nostro gioiello, una vera bomboniera. I nostri amici sono molto delusi. Non posso permettere che se ne vadano scontenti, parlo con il regista francese, lo imploro, si mette una mano sul cuore e accende. Tutti gli sguardi si levano allo stesso momento , vi giuro, si sente un coro di “Oh, che meraviglia”. I visitatori composti e silenziosi cercano di cogliere più possibile e di memorizzare nel poco tempo che abbiamo a disposizione. Non lo dimenticheranno, ne sono certa. Usciamo, la stanchezza comincia a farsi sentire e qualcuno approfitta delle panchine. Ultima tappa, Aula Magna. Qui c’ è poco da dire. L’atmosfera di rigidità e inflessibilità che si respira è tangibile, si siedono come tanti studenti universitari e cercano di immedesimarsi. A qualcuno dico che qui ho discusso la mia tesi di laurea, in un attimo la notizia fa il giro della sala e mi chiedono “Cosa hai provato? Deve essere molto emozionante rientrarci“ e mi raccontano di figli e nipoti laureati e laureandi. E’ il momento dei saluti. E’ strano quale empatia riesca a stabilirsi con dei viandanti in così poco tempo. Mi danno la mano, tutti e cinquanta. Prometto che la prossima volta sarò io ad andare a trovarli. Mi ringraziano ma dovrei essere io a ringraziare loro per avermi fatto riscoprire ancora una volta Macerata.



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