Sono innamorato
della mia gente
di Filippo Davoli
Sono innamorato della mia gente. Una delle pause migliori – nella frenesia della quotidianità – reputo sia quella nelle sale d’aspetto degli ambulatori. Lì, se il costume degli incontri occasionali resiste all’usura provocata dal bon ton imposto dalla postmodernità, chiunque è disposto a parlare con chiunque altro; andando al sodo dei problemi familiari più spinosi, dalla salute alle tasse, con una libertà e una confidenza che non è dato incontrare nemmeno nel migliore scambio di battute tra parenti stretti. Una volta era così anche negli uffici postali, dove ancora non avevano scoperto che si potevano mettere le panchine per alleggerire la tensione dell’attesa. Contrariamente a quanto accade dal dottore, alle Poste si colloquiava di più facendo la fila incolonnati (agevolati forse dalla stanchezza); ieri, invece, ho assistito ad un fenomeno inedito: in un ufficio postale di periferia stracolmo, non volava una mosca. Sguardi inebetiti, cordialità soffiate appena in un respiro afono, quella rassegnazione che fa molto città e snatura il nostro più eccellente equivoco: a Macerata granne siamo sempre stati un grande paese.
Così, per questo mio non-corsivo settimanale, ho deciso – anche a seguito del crack finale del mio hard disk – di ricordare la dolce e potente naturalezza della mia gente. Con questi versi che prima o poi pubblicherò:
- Escono la domenica mattina
con le fiammanti utilitarie
e un’andatura da accompagno,
quasi fermi nel sole invernale.
I contadini solidi nel riposo
col cappello che rade la cappotta
sorridendo bruniti
al ciglio deserto della carreggiata,
frenando nelle discese, rallentando
al ticchettio del contagiri. Vanno
ad una passeggiata con la macchina.
- Sono piceni assennati, porosi
- nel tratto bianco delle residue mulattiere.
Le donne hanno il vestito buono fiorato,
l’oro di casa le orna come madonne
e le bambine portano le orecchine
con il pendaglio, e un filo di smalto
e le trecce imbrigliate nei fermagli.
Ostentano con garbo un italiano
che l’assedio dei simili tritura.
I fumatori arrochiti parlano basso,
pasteggiano le parole con sobrietà.
- Le vecchie si salutano per strada
sollevando la testa e le mani,
beate nel cappotto coi bottoni grandi
e il collo di finto pelo. Vanno alla messa
dolci nel passolento della lucidità.
