“Anche la speme,
ultima dea,
fugge i Sepolcri”
Note in calce
di Filippo Davoli
Mentre sul resto d’Italia infuria la bufera della suina; mentre nel sud le catastrofi idriche seminano terrore e morte; mentre l’Abruzzo fatica a ricostruire il proprio capoluogo e altrove si mozzano mani, si scannano parenti, ci si arrampica sui tetti delle fabbriche, Macerata galleggia imperitura e indifferente su tutto il resto. Oh intendiamoci: non che io ambisca a primati così infausti, né che voglia negare lo slancio da parte di nostri concittadini – peraltro encomiabile e come sempre generoso – nei riguardi di altre comunità in difficoltà. Mi riferivo all’impermeabilità della nostra città. Tornano ogni tanto avieri invecchiati che qui fecero il Car e pronunciano con innamoramento estatico: “Bella, la mia Macerata… è ancora come l’ho lasciata io… e guardi che sono passati quarant’anni, eh…”. Che nel suo male è anche un bene (par di sentire qualche voce amica che sussurra incupita “qui non succede mai nulla…” – e laméntati… non lo vedi come va il mondo?).
Leggevo, qualche giorno fa sul giornale oppure direttamente qui in “Cronache maceratesi” che anche la perfida e incorruttibile Suina sta battendo in ritirata da Macerata. È pur vero che non si è ancora ben capito se sia più letale o più blanda della stagionale; così come non è chiaro – come diceva il sottosegretario alla sanità – se non c’è da allarmarsi, oppure – come diceva lo stesso sottosegretario – se si debba correre a farsi vaccinare. Vaccino sì, vaccino no, mentre gli sfidanti temerari del virus e del contagio ripetono “vàccino loro, a farsi festeggiare dalle industrie farmaceutiche” ed altri riemergono dalle ceneri come l’araba fenice dopo una settimanella di febbre e spossatezza, rimane un fatto in controtendenza nazionale: la Suina, di fronte a Macerata, arretra.
Foscolianamente verrebbe da chiedersi se “anche la speme” non abbia deciso di fuggire il “sepulchrum maceratensis”, la “città sonnolenta” – come l’ha definita il Vescovo -, la città con “il mare a venticinque chilometri e la montagna a trenta” (sì, ma qui che c’è? – eh, quante storie… sempre a sottilizzare…).
Qui che c’è? Beh, tanto per cominciare credo ci sia la più alta percentuale di candidati sindaci: spuntano come funghi. In barba alle pari opportunità, poi, sono tutti maschi (ne comincio a perdere il conto). Le elezioni, a Macerata, sono una kermesse efficacissima a ridestare chiunque: non c’è San Giuliano che tenga (del resto, è una festa talmente breve…). Il vero carnevale, da noi, non è quello prequaresimale – come a Venezia o a Viareggio – né quello d’importazione (orribile acquisto…) di Halloween. Certo, almeno in questo aspetto del carnevale politico, la nostra città è paradigmatica del Paese (non a caso, più che una città è proprio un paese, Macerata).
Lo scrivo però senza ironia, ed anzi con una punta di dolce soddisfazione: amo le pietre e la percorribilità da un capo all’altro, non saprei vivere senza le mie memorie e la felicità degli incontri inevitabili (basta fernarsi in centro, o nei Corsi Cairoli e Cavour, ed ecco passare tutti quelli che cerchi – ed anche tutti quelli che ti cercano). Basterebbe così poco – mi ripeto spesso – a ridare lucentezza a un simile gioiello… tornare a vedere la mia gente “che mira, ed è mirata, e in cor s’allegra” (anche se questo non è più Foscolo, ma Leopardi…).
Ho aperto la pagina centrale di “Cronache maceratesi”, poco fa, trovandoci la terribile notizia della sparatoria avvenuta ieri sera a Sforzacosta. Inutile negare che sono sotto choc, anche in relazione all’irenica figurazione che – sia pure per battute e umorismo – ho inteso dare della nostra Macerata attraverso il mio corsivo qui sopra.
Quel buffo “e laméntate… non vedi come va il mondo?”, a metà del mio scritto, riceve oggi una disarmante risposta: “Quel mondo che dici sta anche qui”. Purtroppo.
Rimane chiaro che una “città sonnolenta” non può divenire – a fronte di questi eventi – un valore cui tenersi stretti, se il cambiamento lo si intuisce solamente in peggio. Può esserci, deve esserci un meglio. Può e deve esserci una sorta di “avanguardia della tradizione” che, se da un lato radica nella nostra notoria, felicemente mezzadra, bonomia e silenziosa laboriosità, dall’altro deve – proprio in forza dell’esperienza secolare – saper aprirsi alle sfide contemporanee affrontandole con coraggio.
Mi auguro segretamente che il fatto terribile di questa notte rimanga un “apax legòmenon” all’interno di una letteratura, per così dire, che è piena di pagine umanissime e luminose.
Macerata, amore mio, che fine stai facendo?