Massimo Gasparon, l’architetto dell’opera
“Le nuove costruzioni maceratesi
mancano di stile”
SFERISTERIO OPERA FESTIVAL - L'intervista al braccio destro di Pier Luigi Pizzi
di Alessandra Pierini
Se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, gli occhi di Massimo Gasparon raccontano molto di lui. Di un azzurro non convenzionale, sembrano più assorbire e captare che semplicemente guardare, profondi, dal taglio orientale, quasi trasparenti sembrano riflettere i colori e le luci del Teatro Lauro Rossi dove lo incontriamo. Il teatro è la sua vita da 20 anni ed è il suo habitat naturale, si muove con disinvoltura e mentre parla, controlla i lavori e ascolta i rumori. Laureato in architettura, Gasparon ha iniziato giovanissimo, nel 1989, la collaborazione con Pier Luigi Pizzi, direttore artistico del Sof, come sceneggiatore e regista Der Rosenkavalier di Strauss a Genova. E’ solo l’inizio di una carriera che lo ha portato a lavorare in moltissimi teatri in giro per il mondo e ad ottenere grandi successi e soddisfazioni. E’ arrivato per la prima volta allo Sferisterio nel 2004 con la Francesca da Rimini per poi rimanere fedele allo Sferisterio Opera Festival fino ad oggi.
Quest’anno si è diviso i compiti con Pier Luigi Pizzi che lui chiama semplicemente con l’appellativo “Maestro” e cura ciò che accade al teatro Lauro Rossi. Ha ideato un dittico di cui curerà regia, scene e costumi: Juditha Triumphans di Vivaldi e Attila di Verdi.
Senza attendere la nostra domanda è lui che inizia a parlarci delle due opere con trasporto come se avesse urgenza di comunicare quanto di magico sta accadendo nel teatro “bomboniera” di Macerata ma soprattutto dentro di lui.
“Attila e Juditha hanno due cori, due cast e due orchestre diverse ma noi siamo sempre gli stessi e dobbiamo esserci comunque. L’Attila potrebbe sembrare più impegnativo ma la Juditha fa parte di un repertorio barocco che è meno definito e lascia grande libertà di rivestire la musica a piacimento. Il melodramma ottocentesco dà tutte le indicazioni per la messa in scena quindi bisogna far attenzione a superare quanto c’è di convenzionale, Juditha ha invece un’impostazione più moderna. Sono in una fase in cui cerco, dopo 20 anni di carriera di andare a fondo nella concezione del teatro e nel mio percorso generale. Se in passato facevo le mie scelte senza pensare troppo, oggi sono più consapevole e, ad esempio nella scelta dei costumi so che condiziono i cantanti anche semplicemente scegliendo di farli andare in scena scalzi o con le scarpe.”
Attila e Juditha, perchè ha scelto queste due opere?
“Ho voluto accomunare due opere completamente diverse, anche il Maestro è rimasto sorpreso quando le ho proposte ma poi ha capito l’eccezionalità del progetto. Io consiglio di vederle entrambe per completare un percorso. Ho voluto per le due opere la stessa struttura che ho poi declinato in modo completamente differente. E’ stato un esercizio di stile ma anche un progredire nella ricerca del motivo per cui faccio questo lavoro e sul perchè l’opera debba essere ancora attuale.”
E ha trovato una risposta?
“L’opera è sui generis, la musica la rende più emozionante e varca i confini della lingua. L’opera ha una componente sacrale, rappresenta una dimensione di condivisione e la necessità sociale di aggregazione, è un antidepressivo, è una catarsi borghese di massa. Si basa su affetti e passioni e anche se non si conoscono le parole, i sentimenti passano nelle arie e arrivano comunque al pubblico. Ad esempio in Juditha ho approfittato delle arie di Vivaldi per raccontare una storia parallela di passioni. Holofernes si innamora di Juditha in 5 o 6 arie che diventano sempre più audaci. Abbiamo cantanti bellissimi: lei sembra Sofia Loren, lui è un un ragazzo di colore e un baritono di grande sensibilità. Abbiamo fatto un lavoro di immediatezza ed essenzialità. Non possiamo negare che le passioni devono essere devastanti e se la massaia o l’operaio non possono viverle, l’opera deve offrire questa dimensione di straordinarietà a un pubblico sempre più smaliziato e avvezzo a scene forti.”
A che punto siete con le prove?
“Io lavoro per il pubblico, sono il primo spettatore di me stesso e sono molto esigente. Per questo credo che bisogna avere il coraggio fino all’ultimo di rischiare e limare.”
Dopo tante esperienze per il mondo come mai ha scelto Macerata?
“Macerata è per me un’esperienza eccezionale. Sferisterio e teatro Lauro Rossi permettono spettacoli unici. Nonostante le difficoltà mi sono messo al servizio dello spazio, senza lamentarmi. Al Lauro Rossi ho cercato in queste opere di scardinare le consuetudini, non c’è il sipario ad esempio. Ho sfruttato la dimensione cameristica in cui il pubblico è vicino all’orchestra e alla musica.”
Collabora da anni con Pier Luigi Pizzi. Quali sono i suoi pregi e quali i suoi difetti?
“Il Maestro ha molti pregi e i difetti sono solo pregi portati all’estremo. In certe cose è intransigente ma per la sua grande disciplina. E’ come essere soldati, dobbiamo arrivare per primi in teatro, avere le idee chiare e ammettere quando sbagliamo, sono cose fondamentali per creare un ambiente di lavoro sano e rispettoso. A volte il Maestro può essere aggressivo ma proprio in virtù di questa disciplina. Ha una grande energia e tempra fisica e nonostante abbia compiuto 80 anni ha un atteggiamento giovane, ha una grande cultura letteraria, artistica e operistica ed è ancora capace di imparare perchè in teatro c’è sempre chi ti dà qualcosa. Non ha paura di cambiare idea fino all’ultimo, all’inizio questo suo atteggiamento mi confondeva, poi ho imparato anche io. Il Maestro è generoso, sensibile, crede in ciò che fa, ha sacrificato la sua vita ala dimensione teatrale. Non accetta compromessi e spesso gli consiglio maggiore diplomazia ma lui dice che alla sua età ha il dovere di dire ciò che pensa.”
Com’è il vostro rapporto?
“E’ un rapporto tra colleghi che hanno un grande rispetto l’uno dell’altro, è un apprendimento reciproco, tra di noi c’è permeabilità e scambio osmotico di conoscenze.”
Lei nasce come architetto. Da architetto cosa cambierebbe di Macerata?
“Non cambierei nulla ma sono perplesso su alcune nuove residenzialità in zone limitrofe al centro che stravolgono questa città fatta di mattoni. Non ha senso la provincialità di far vedere che sono state fatte delle cose. Io sono un classicista e ritengo che ci debba essere una grande riflessione prima di invadere. In città ci sono altri interventi fatti nei secoli ad esempio i Cancelli, il Monumento ai Martiri della Libertà ma sono stati molto rispettosi, oggi ci vorrebbe una visione meno miope. Con 2000 anni di storia dell’architettura alle spalle non possiamo pensare di aver capito tutto in 50 anni e che Bernini e Borromini non siano nessuno. L’aggiornamento è modaiolo, io cercherei lo stile che va oltre.”



Basta guardare via Trento e il suo ecomostro, il residance le spighe ecc. ecc., ci voleva Gasparon per far aprire gli occhi ai maceratesi? I nostri avi si stanno rigirando dentro le tombe per questi scempi!!!
“Il Maestro ha molti pregi e i difetti sono solo pregi portati all’estremo. In certe cose è intransigente ma per la sua grande disciplina. E’ come essere soldati, dobbiamo arrivare per primi in teatro, avere le idee chiare e ammettere quando sbagliamo, sono cose fondamentali per creare un ambiente di lavoro sano e rispettoso. A volte il Maestro può essere aggressivo ma proprio in virtù di questa disciplina. Ha una grande energia e tempra fisica e nonostante abbia compiuto 80 anni ha un atteggiamento giovane, ha una grande cultura letteraria, artistica e operistica ed è ancora capace di imparare perchè in teatro c’è sempre chi ti dà qualcosa. Non ha paura di cambiare idea fino all’ultimo, all’inizio questo suo atteggiamento mi confondeva, poi ho imparato anche io. Il Maestro è generoso, sensibile, crede in ciò che fa, ha sacrificato la sua vita ala dimensione teatrale. Non accetta compromessi e spesso gli consiglio maggiore diplomazia ma lui dice che alla sua età ha il dovere di dire ciò che pensa.”
Mi sono accorto solo adesso di questo magnifico esempio di sublime peana: i giullari, i saltimbanco e i ministri per caso, alla corte del diversamente alto, non saprebbero fare di meglio….
Ma l’apologia è stata fatta in piedi oppure, come si usa in certi ambienti, in ginocchio???