I gioielli del romanico
nella Valle del Chienti

di Alessandra Pierini
Il Romanico sembra aver trovato nel Maceratese la sua collocazione ideale e le splendide abbazie del periodo si integrano perfettamente con l’ambiente e il paesaggio, quasi come se ne fossero parte integrante. Nonostante questa caratteristica in comune, ogni abbazia ha caratteristiche proprie e assume delle sue connotazioni a seconda dell’ordine monastico che ne ha curata la costruzione e di aspetti storico culturali che ne hanno condizionato le caratteristiche.
Risalendo idealmente il fiume Chienti la prima abbazia che incontriamo è quella di Santa Maria a Piè di Chienti. I primi documenti relativi all’esistenza della chiesa e alla sua appartenenza all’abbazia farfense risalgono già al 936 ma due epigrafi ancora conservate nella controfacciata fanno pensare che la Chiesa sia stata costruita nel 1125 e per volere dell’abate Aginolfo. Della facciata originale, restaurata tra XVII e XVIII secolo non è rimasta traccia, solo nella parete destra esterna ammiriamo una bella meridiana che permette di calcolare l’ora solare ma alla maniera romana, cioè con la tipica divicione in terze, seste e none. Entrando all’interno della chiesa il visitatore rimane allo stesso tempo meravigliato e disorientato. La Chiesa è altissima, divisa in 3 navate da 10 pilastri i quali sorreggono degli archi. Proprio a metà la chiesa è divisa in due sia da uno spazio superiore, che sembra essere proprio un’altra chiesa, sia da un complesso sistema di archi che in qualche modo isola il luogo della celebrazione. Quello che si sente entrando è un inevitabile senso di inadegutezza quasi che tanta altezza e maestosità schiacciasse con il suo peso ogni orgoglio e ambizione. Nella Chiesa superiore la sensazione è attutita e si riprende la padronanza delle cose e di se stessi. Degli affreschi che un tempo ricoprivano sicuramente per intero le pareti della chiesa resta ben poco: danneggiati, specialmente nella chiesa inferiore dall’umidità, hanno perso i loro colori vivaci. La Crocifissione e la Madonna con gli angeli musicanti del Maestro di Offida sembrano essere ricoperti dal velo del tempo che rende irrecuperabile il loro antico fasto. E’ spostandoci nella parte posteriore della chiesa che riusciamo a cogliere a pieno la sua struttura di fondo: un’abside circolare dalla quale emergono a loro volta delle absidelle radiali le danno una forma unica e originale. Sempre da dietro è possibile ammirare il campanile con la campana del 1485.

Ci spostiamo lungo il fiume fino ad arrivare ad un bellissimo viale di cipressi alberati su modello toscano. Il viale lungo ben 1 chilometro, come gentilmente misurato dall’autista, porta fino al piazzale della Chiesa di San Claudio.
L’Arcivescovo di Fermo Mons. Ercole Attuoni li fece piantare nel 1934 e sembra abbia affermato: “Quanto vorrei poter vivere abbastanza a lungo per vederli già grandi!” In effetti i due filari regalano al luogo una suggestione particolare. La Chiesa poi non può che lasciare senza parole. Già dall’esterno è evidente come la Chiesa, menzionata in documenti dell’XI secolo ma forse esistente già da prima, sia una costruzione del tutto originale. Appaiono immediatamente due chiese, una superiore ed una inferiore ognuna dotata di un suo ingresso e collegate da uno scalone esterno a destra. Verosimilmente lo scalone non esisteva nell’antichità e si poteva salire solo dall’interno della chiesa inferiore. Essendo quella di San Claudio una chiesa Piebana, probabilmente la chiesa superiore era riservata al Vescovo di Fermo che per molto tempo ebbe qui la sua residenza estiva e la cui diocesi era proprietaria dell’ abbazia. Elemento inconfondibile di San Claudio sono le due torri, alte 16 metri danno alla costruzione uno slancio imperativo verso l’altro e svettano verso il cielo con i loro 16 metri di altezza e 4,25 di diametro. Oltre alla loro funzione decorativa va ricordata quella di osservatorio della valle. La Chiesa è dedicata a San Claudio Martire, ritratto accanto a San Sebastiano, in un affresco con cazzuola e martello, strumenti del suo lavoro. San Claudio infatti era uno scultore il quale subì il martirio per aver rifiutato di scolpire la statua di Esculapio, dio pagano. Nel giorno della visita però a San Claudio si festeggia San Vincenzo, protettore delle campagne , come ci spiegano gli abitanti del borgo.
Riprendiamo il nostro itinerario e percorrendo un tratto di strada un po’ più lunga arriviamo nella radura paradisiaca dell’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra.

Basta guardarsi un po’ intorno, soprattutto in una giornata piovigginosa in cui non ci sono i soliti schiamazzi di quanti vengono qui per il tradizionale pic nic, per ritornare al 1142 e immaginare i 12 fratelli i quali, partiti dall’Abbazia di Chiaravalle di Milano, per insediarsi in un terreno tra Macerata e Villamagna, donato loro da Guarnerio II, Duca di Spoleto e Marchese di Ancona, trovarono questo luogo in un’insenatura del fiume Fiastra e lo considerarono il luogo ideale per costruire la loro Abbazia. Oltre alla Chiesa costruita con i materiali recuperati dalla vicina Urbs Salvia, i monaci fondarono qui un intero complesso monastico composto di tutti i locali necessari nella vita di tutti i giorni: chiostro, refettorio, sala delle oliere, grotte e quant’altro e conducendo qui la loro vita all’insegna della Regola di San Benedetto conquistarono stima e benevolenza sia del Papa che dell’Imperatore, sia dei laici che dei religiosi. La loro vita trascorse serena finchè nel 1422 Braccio da Montone non saccheggiò e devastò l’Abbazia. Nel 1456 essa fu ceduta in commenda (affidamento a persona di fiducia di beni ecclesiastici per la loro amministrazione) fino al 1586 quando Gregorio XIII l’affidò ai gesuiti. La convivenza durò ben poco, i monaci se ne andarono per tornare solo nel 1984. Nel 1773 alla soppressione dei Gesuiti, la Chiesa e tutti i suoi beni fu rono donati a Alessandro Bandini e alla sua morte al figlio Sigismondo il quale costruì la sua residenza sopra al chiostro. Alla sua morte senza eredi , il tutto fu affidato alla Fondazione Giustiniani Bandini che ancora oggi la amministra. Qui ogni cosa, ogni muro, ogni luce, ogni ombra sembra aver conservato ed esaltato nel tempo ogni momento di questa storia. I monaci e la loro vita sembrano aver impregnato ogni mattone della loro spiritualità e l’elevarsi ad alti pensieri è quasi una necessità.
Così il romanico pur portando il segno di tempi antichissimi e apparentemente lontani da noi rappresenta un pretesto e un’occasione per riscoprire nelle architetture dettate dallo spirito il segno della nostra cultura religiosa e sociale.