Edilizia pubblica, la denuncia del Sunia
«Case solo al 20% di chi è in graduatoria.
Regione non può sostenere gli investimenti»

MACERATA - L'analisi del segretario provinciale Gianni Ciccarelli che ripercorrere le tappe delle costruzioni in città, la prima risale al 1922: «Tutto bene fino a quando ad occuparsene è stato lo Stato. Marche troppo piccole per finanziare un piano decennale. Emergenza causata anche dalla carenza di immobili in affitto»

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Gianni Ciccarelli

di Luca Patrassi

L’analisi, impietosa, porta la firma del segretario provinciale del Sunia Gianni Ciccarelli, noto anche per il ruolo tecnico svolto per decenni in Erap. L’edilizia residenziale pubblica latita, nel capoluogo e in provincia: l’offerta non arriva a coprire il 20% della domanda e non ci sono più gli investimenti massivi fatti nello Stato negli anni Sessanta. Il passaggio delle competenze alle Regioni ha avuto esiti negativi.

Ciccarelli parte con un’analisi storica: «Macerata, fin dal 1804, era dotata di un indirizzo urbanistico, come risulta da documenti presenti all’Archivio di Stato, dai quali si desume che lo sviluppo della città poteva avvenire secondo due direttrici, una verso l’attuale via Cavour, con prevalente destinazione commerciale, mentre l’attuale via Cairoli aveva una prevalenza di attività artigianali. Macerata a cavallo degli anni 1950/60 ha avuto il nuovo piano regolatore generale redatto dall’architetto Pierluigi Piccinato, regista del nuovo quartiere popolare di Collevario; la città ha un futuro urbanistico moderno. E’ fondamentale sottolineare come lo sviluppo della città abbia avuto impulso dietro importanti interventi dello Stato».

Chi realizzava cosa e per chi. «E’ utile sottolineare che gli interventi di edilizia residenziale pubblica avevano come soggetti attuatori più enti, nello specifico Demanio dello Stato, Icp poi Iacp (istituto autonomo case popolari), Incis (istituto case impiegati dello Stato) Gescal ed Inacasa. Dal dopoguerra e fino agli anni 60 molte edificazioni avevano connotazioni ed inquilini già identificati: case per sfollati d’Africa, case per esuli istriani, case per lavoratori agricoli, case per terremotati, case per forze dell’ordine ed infine ufficiali e sottufficiali dell’Aeronautica».

 

Gli interventi  di costruzione: «Icp (ora Erap) ha in provincia l’atto fondativo nel 1919 con presidente Marcello Romano. Il primo edificio costruito risale al 1922 in via De Amicis 3. Successivamente: quartiere Pace, nove lotti negli anni 1948 a seguire, anno 1959, edifici realizzati intorno alla chiesa per un totale di 20 edifici. Piazza Pizzarello intervento Incis due edifici, datati 1940. Quartiere S.Croce “Ficana”, 12 edifici datati anno 1952, compresa la prima sede storica dello Iacp in via Martiri della Libertà 28. Quartiere Santa Lucia sei edifici datati 1953. Quartiere San Francesco intervento Inacasa, 11 edifici datati anni 1960-1968. Quartiere Vergini, Iacp sei edifici nel 1957. Via Panfilo, Iacp, cinque edifici nel 1966. Quartiere Manzoni, Inacasa 4 edifici, datati 1965. Quartiere Via Spalato/Spadoni, Gescal e Iacp, 11 edifici, datati 1952-1964. Quartiere Stazione, Incis, due edifici, datati 1949. Collevario: Gescal, Inacasa e Iacp, 32 edifici, realizzati a partire da metà anni ’60 fino ad oggi. Montanello un edificio. Piediripa innumerevoli interventi a cominciare dagli anni 1970 tutti Iacp per un totale di venti edifici. Sforzacosta, tre interventi Iacp a cominciare dagli anni 1970. Villa Potenza innumerevoli interventi a cominciare dagli anni 1970 tutti edificati dallo Iacp per un totale di 4 edifici».

A non brillare sul fronte dell’edilizia residenziale pubblica è sempre stato il centro storico: «Qui purtroppo – argomenta Ciccarelli – registriamo pochi interventi, il primo nel 1980 in vicolo Costa, a seguire in via padre Matteo Ricci, Cocolla e Lauro Rossi, per un totale di 40 appartamenti». La considerazione statistica: «La città è ultima in confronto agli altri capoluoghi di provincia come alloggi pubblici nel centro storico. Questo lungo elenco dimostra come la città abbia avuto uno sviluppo a macchia di leopardo, fino agli anni ’60 mentre dopo, con l’attuazione del Piano di edilizia economica e popolare, si siano concentrate le edificazioni in alcuni quartieri, anche istituendone qualcuno prima inesistente, Collevario».

L’attenzione al risvolto aggregativo: «La costruzione di questi edifici veniva accompagnata spesso anche da spazi destinati alla crescita sociale del quartiere, al proposito nel quartiere San Francesco la scuola materna con relativo circolo sociale, analoga visione per l’edificio di vicolo Costa ove al piano terra viene ricavato un locale per la cittadinanza, stessa soluzione in via Pace. Questa concezione è applicata anche in altre città ove oltre l’edificio di edilizia residenziale pubblica ci sono scuole materne, a Tolentino e Recanati ed infine la ristrutturazione di edifici storici con destinazione case di riposo, a Civitanova e Recanati ed infine “Casa Protetta” a Macerata e Civitanova Alta. E’ importante evidenziare come in alcune città italiane queste soluzioni, ovvero integrare la casa con il posto di lavoro, la scuola gli spazi associativi impianti sportivi, era già presente, ed al proposito hanno fatto scuola e tendenza gli interventi realizzati da industriali come Marzotto ed Olivetti».

Le differenze nei territori: «Nel capoluogo lo sviluppo è avvenuto in modo omogeneo, a Civitanova invece si è avuta una progettualità figlia delle attività industriali ed artigianali che la città sviluppava. Sono esempi le case di via Carducci edificate nell’area prospiciente l’industria Cecchetti, analogamente gli edifici di San Marone destinati alle maestranze della fornace Ceccotti, il lungomare aveva edifici per pescatori e operatori del cantiere navale ed infine l’edificio destinato ai lavoratori della vetreria recentemente ristrutturato dopo una querelle lunga 60 anni fra enti locali e Demanio. Solo dagli anni 1980 con il nuovo Peep di San Marone la città si è allargata verso l’entroterra e si sono avute numerose edificazioni anche per la crescente domanda frutto dell’aumento popolazione, ammirevole al proposito un intervento Ina Casa in Via D’Annunzio villaggio “le casermette”. Civitanova sconta anche la scelta di spostare verso la costa il tracciato dell’autostrada». L’analisi: Tutto bene «fino a quando l’edilizia pubblica ha avuto come motore lo Stato, anche grazie alla certezza dei finanziamenti derivanti dai fondi ex Gescal, una trattenuta sulla busta paga dei dipendenti pubblici e privati, ma il successivo trasferimento delle competenze dallo Stato alla Regione ha progressivamente inaridito i finanziamenti con le relative costruzioni».

Attenzione alla qualità: «L’edilizia pubblica in Italia veniva connotata e declinata anche in piccola forma d’arte, al proposito importanti artisti (Burri, Cascella tra gli altri) realizzavano delle piccole targhe in ceramica mentre è superfluo ricordare come i più importanti urbanisti, architetti ed ingegneri non solo italiani abbiano sviluppato i progetti». Altra riflessione firmata dal segretario maceratese del Sunia: «Il grosso degli interventi, numero di alloggi realizzati, è andato incontro ad una richiesta di case e l’edilizia pubblica ha assolto a questa richiesta ma oggi la realtà non è molto distante da quella di 80 anni fa: oggi l’emergenza rimane nella considerazione che circa 80% delle domande rimangono inevase, Macerata e Civitanova hanno 500 domande con circa 100 assegnazioni nel biennio di competenza della graduatoria; l’emergenza odierna deriva dalla mancanza di appartamenti privati, offerti a un prezzo accessibile. L’impennata della domanda, da parte di famiglie di stranieri e la concorrenza di studenti universitari, rende il mercato schizofrenico con prezzi che solo parzialmente vengono calmierati con l’applicazione del contratto a canone concordato. Una Regione piccola come la nostra non è in grado di finanziare un piano decennale come fu quello, ultimo, previsto dalla Stato nel 1978. La legge 457/1978 ha portato in provincia in soli 12 anni 71 nuovi edifici e ben 618 appartamenti, cifre che oggi fanno impallidire i pochi interventi realizzati, al netto dei finanziamenti per il sisma ed ecobonus che però non hanno avuto influenza sul totale degli alloggi disponibili per i richiedenti. Il piano casa recentemente proposto dal governo, non dà grosse prospettive per la nostra provincia avendo come motore economico anche i privati che probabilmente vedono le piccole province poco redditizie per investimenti, ma l’edilizia pubblica deve fornire una casa e non dare redditività: ecco perché l’attore principale deve rimanere esclusivamente il pubblico, meglio se direttamente lo Stato».


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