Tutti in piedi per Dante Ferretti:
«Perché non mi fate un museo?» (Video)
MACERATA - Il tre volte premio Oscar ha raccontato la sua vita. Falegname mancato (per altra vocazione), è diventato scenografo grazie ad un incontro al cinema con Umberto Peschi. A un anno gli bombardarono casa e alla madre che lo cercava rispose "Ciak". Cruciali gli incontri con Pasolini e Fellini «Ogni giorno mi chiedeva cosa avessi sognato. Iniziai a inventarmeli, spesso riguardavano anche Macerata. Da lì prendeva spunto per i suoi film». Tra gli aneddoti la notte con Naomi Campbell. Poi la proposta finale: «Perché non dedicate uno spazio ai miei bozzetti?»

L’ingresso di Dante Ferretti accolto dalla standing ovation del pubblico
di Alessandro Vallese (Foto di Fabio Falcioni)
«Chissà quanti fischi dopo che avrò parlato». È il primo scherzo di Dante Ferretti appena entrato agli Antichi Forni. Ma di fischi, naturalmente, non ce ne sono stati. Solo applausi. Lunghissimi. Tutti in piedi per il Maestro, tornato nella sua città natale per inaugurare la tre giorni di “Macerata Eccellenze”, manifestazione curata dalla Pro Loco. E davanti a un pubblico che lo ha accolto con una standing ovation, Ferretti ha ripercorso una vita straordinaria, con il suo inconfondibile stile: caustico, ironico, diretto, sempre pronto alla battuta.

Dante Ferretti
Arrivato da Roma insieme allo scrittore David Miliozzi, profondo conoscitore del suo mondo e curatore della biografia “Immaginare prima: le mie due nascite, il cinema, gli Oscar, cui è seguito Bellezza imperfetta. Io e Pasolini”, Ferretti è stato accolto dal presidente della Pro Loco Giovanni Pigliapoco e dalla giornalista Alessandra Pierini, che ha moderato l’incontro.

Il presidente della Pro Loco Giovanni Pigliapoco, lo scrittore David Miliozzi, lo scenografo Dante Ferretti e la giornalista Alessandra Pierini
Prima del suo ingresso, un video ha ripercorso i tre Oscar conquistati dal grande scenografo. Poi l’ingresso dal retro degli Antichi Forni e l’abbraccio della sua città. Miliozzi ha ricordato i tantissimi riconoscimenti ottenuti nel corso della carriera, compreso quello di Leonardo Di Caprio, che in un’intervista lo ha definito «lo scenografo più iconico della storia del cinema». Ferretti, ancora una volta, ha risposto a modo suo: «Non sapete quanto mi è costato farglielo dire».
Gli Antichi Forni non sono un luogo casuale per raccontare la storia di Ferretti. Proprio davanti, sulla Piaggia della Torre, c’era infatti la prima casa della sua famiglia. Ed è da qui che parte il racconto di un’infanzia segnata dalla guerra.

Ferretti aveva appena un anno quando, nel 1944, gli inglesi bombardarono Macerata. «Dovevano bombardare la caserma e invece presero casa mia». Il padre Elvio aveva una bottega in centro e corse per mettere in salvo la famiglia. Una scheggia gli fece perdere una gamba. Dante, invece, si salvò grazie a un armadio sistemato dal padre. E anche il ricordo più drammatico diventa, nella sua narrazione, una storia tutta da ridere. «Mia madre mi cercava sotto le macerie e io sembra gli abbia risposto “Ciak”».
Il padre si rimise in piedi con una protesi e Dante gli rimase vicino per anni. «Andavo a scuola e poi stavo vicino a lui». La famiglia abitava in via Tommaso Lauri, a due passi dall’Istituto d’arte che avrebbe frequentato.
Il padre, però, aveva già deciso il suo futuro: «Voleva che portassi avanti l’attività di famiglia». Ma Dante aveva un’altra passione. Il cinema. A dieci anni entrò per la prima volta al cinema Italia per vedere Ben-Hur di William Wyler. Fu una folgorazione. «Mi piacque tantissimo». E da quel momento iniziò una vera e propria doppia vita. Di giorno l’Istituto d’arte, di nascosto il cinema.

«Di notte rubavo i soldi nella tasca di mio padre e dopo mangiato dicevo che andavo a studiare con gli amici e invece andavo al cinema. Vedevo tre film al giorno con i soldi che gli rubavo». Tornava a casa la sera e diceva ai genitori: «Non sapete quanto ho studiato».
A scuola, però, i risultati non erano altrettanto brillanti. «Venivo sempre rimandato a ottobre, avevo addirittura 2 in ginnastica». Il padre non riusciva a capire: «Ma come, stavi sempre a studiare».
La svolta arrivò al terzo anno, quando Ferretti incontrò al cinema lo scultore maceratese Umberto Peschi e gli chiese in quale ruolo potesse entrare nel mondo del cinema. La risposta fu: lo scenografo. «Non sapevo cosa fosse e lui me lo spiegò».

Dante tornò dal padre e gli chiese di poter andare a Roma, all’Accademia di Belle Arti, per studiare scenografia. La risposta fu netta: «Non ci penso proprio, devi portare avanti la falegnameria». Così Ferretti l’ultimo anno si mise davvero a studiare. «Presi tutti 95 e 100. A parte in ginnastica, dove arrivai al 60». E con quei voti riuscì finalmente a convincere il padre a mandarlo a studiare scenografia a Roma.
La strada verso il cinema, però, passa ancora una volta dalle Marche. «All’accademia di scenografia di Roma avevo come insegnante di disegno tecnico l’architetto Aldo Tomassini Barbarossa, guarda caso anche lui di Macerata. Era pieno di lavoro e mi propose di seguire al posto suo due film ad Ancona. Ma come, ho fatto tanto per venire a Roma e mi rimandano nelle Marche?».
L’esperienza, invece, gli aprì una porta. Durante alcune riprese girate sul Conero, l’organizzatore generale rimase impressionato da quel ragazzo capace di portare avanti da solo due film e lo presentò a Luigi Scaccianoce, scenografo con numerosi assistenti e impegnato contemporaneamente su più produzioni. Ferretti iniziò così a lavorare nel cinema. Poi arrivò Pier Paolo Pasolini e Il Vangelo secondo Matteo. «Una volta Scaccianoce mi lasciò con Pasolini, che dopo un po’ iniziò a parlare con me ed è nato quel rapporto durato fino alla fine». Da Il Vangelo secondo Matteo a Salò, Ferretti lavorò con Pasolini fino alla sua morte. In questi giorni (dal 3 agosto al 13 settembre) è in corso una mostra a Gradara dedicata proprio al rapporto tra Ferretti e Pasolini.

David Miliozzi e Dante Ferretti
Poi il racconto si sposta sul rapporto con Federico Fellini, uno dei più divertenti. Ferretti era ancora assistente di Scaccianoce quando sul set di Prova d’orchestra il regista arrivò chiedendo una scenografia di un particolare beige. Scaccianoce tirò fuori la tavolozza dei colori, ma Fellini non era convinto. «Io allora guardai per terra, presi un pezzo di cartone e mi feci avanti. Scusate se mi intrometto, per caso un colore come questo?». Fellini rispose di sì e poi chiese: «Tu chi sei?». «Ma come, sono tre mesi che sto lavorando qui». Il resto è storia: Fellini fece allontanare Scaccianoce e affidò a Ferretti il completamento del film.
Ma non è finita qui. Appena rientrato da quel film, il collega Francesco Bronzi passò a prenderlo per andare al mare a Fregene. «Salgo in macchina e mi accorgo di essermi dimenticato il costume. Risalgo a casa per prenderlo e in quel momento squilla il telefono. Era Roberto Rossellini che mi dice tra tre ore ti vengono a prendere e ti portano in Cappadocia. Non sapevo nemmeno dove fosse. Pasolini mi voleva come scenografo per Medea, il primo film con la mia firma, con Maria Callas nel cast».

E poi arriverà Martin Scorsese. Il regista lo aveva già chiamato due volte. Alla terza Ferretti accettò. Sarebbero stati poi nove i film insieme, a partire da L’età dell’innocenza, girato a New York. «Volammo di notte. All’arrivo tra i sedili dell’aereo si alzò un braccio di colore. Era Naomi Campbell». E anche qui la battuta arriva puntuale: «Da lì posso dire: ho passato la notte con Naomi Campbell».
Poi gli Oscar. Tre statuette: due con Scorsese, per The Aviator e Hugo Cabret, e una con Tim Burton per Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street. Eppure, anche davanti a una carriera che ha fatto la storia del cinema, Ferretti riesce a sdrammatizzare: «Purtroppo ho 175 premi. Messi sulle mensole dell’Ikea. Si tengono e non si tengono».
Tra gli aneddoti più curiosi c’è quello legato ai sogni. Fellini gli chiedeva continuamente: «Dantino, che te sei sognato stanotte?». «Alla terza volta che me lo chiedeva iniziai a inventarmi i sogni, che spesso riguardavano anche Macerata. Da lì prendeva spunto per i suoi film. Ha ricostruito tutto quello che gli raccontavo».

Come il Vicolo Marefoschi, dove un tempo c’era una casa di tolleranza. «C’erano delle ragazze che fumavano e invitavano ad andare su». Una scena che Ferretti ritrova poi in La città delle donne. E proprio quella casa di tolleranza è protagonista di un altro ricordo. Un giorno Ferretti e quattro amici incontrarono il preside della loro scuola. Lo guardarono. Lui guardò loro. «Da quel giorno non abbiamo più avuto problemi a scuola».
Il viaggio nei ricordi si chiude tornando a Macerata. Alla città da cui tutto è partito, alla casa della Piaggia della Torre, all’Istituto d’arte, ai cinema, alle strade e ai luoghi che sono rimasti dentro l’immaginario del Maestro. L’incontro si chiude rilanciando una proposta di cui si parla da tempo: «Non so chi comanda in questa città, ma perché non fate uno spazio, un piccolo museo, dove contenere i miei bozzetti?».

Il presidente della Pro Loco Giovanni Pigliapoco, Dante Ferretti e lo scrittore David Miliozzi
Una domanda lanciata al pubblico, ma soprattutto all’amministrazione, presente in prima fila con gli assessori Francesca D’Alessandro, Lorella Benedetti e Pierfrancesco Tasso. E non è detto che resti soltanto una battuta. Ferretti ha infatti annunciato che già domani mattina è previsto un incontro con l’amministrazione comunale. Sarà la volta buona?
Quindi la notte con la pantera è stata solo un effetto scenico…. puah, niente museo.
Ha perfettamente ragione di fare un museo in memoria di DANTE FERRETTI.
Speriamo proprio sia la volta buona per un bel museo. Incrociamo le dita