«Le sue parole risuonano nel nostro cuore»
Il ricordo di Mario Graziosi, poeta contadino
COLMURANO - E' morto lo scorso anno a 78 anni. Chi lo ha conosciuto parla di «un uomo vicino a noi. Spesso ci stupiva, specialmente quando ricordava e raccontava aneddoti»

Mario Graziosi
Il poeta contadino, le storie degli inverni coi geloni, le lacrime davanti al fuoco per scaldarsi, i suoi scritti sulla vita di campagna, la storia del cane e di una bilancia. Un anno fa è morto a 78 anni Mario Graziosi, conosciuto a Colmurano proprio come il “poeta contadino”.
Oggi chi lo ha conosciuto lo ricorda parlando di un uomo che «è ancora qui, vicino a noi, talmente vicino che se solo volessimo le sue parole risuonerebbero distintamente nel nostro cuore. Mario Graziosi scriveva della vita di campagna, degli usi e dei costumi di tempi passati intimamente legati alla terra, all’aria, al fuoco, all’acqua. Ci parlava dell’importanza della semplicità e di come la “moderna società” ci stava cambiando profondamente senza che ce ne rendessimo conto e questo produceva in lui una lacerante malinconia. Parlava di un passato amaro, faticoso, povero fatto sì, di grandi sacrifici, ma anche di profonda dignità. Un passato che, a ben guardare, non è peggiore del futuro che ci stiamo costruendo, fatto per lo più di fin troppo facili e vuote aspettative imposte da altri».

Di sé Graziosi scriveva: «Sono nato nei primi minuti del 2 febbraio 1948, al numero sei di contrada San Valentino Campolargo di Loro Piceno». Diceva di essere cresciuto «“a pangótto” (pane bollito). Sì, nella “sotto-alimentazione” consentita dai circa ottomila metri quadrati di terreno di proprietà di nonna Carolina da cui attingere il sostentamento per la nostra famiglia composta da cinque persone; unitamente ai proventi di qualche giornata che, qua e là, mio padre poteva guadagnarsi grazie al suo duro lavoro». Raccontava di una casa dal pavimento in mattoni e dal soffitto con travature in legno a vista». Una casa dove la porta non aveva telaio e questo consentiva il passaggio di topi ma anche di aria e in inverno questo non era il massimo perché «sembrava unirsi subdolamente alla drammatica scarsità di legna, e al fatto che i bambini, da dopo “la fasciatura” e fino alla cresima, vestivano con i pantaloni corti: a gambe nude. Ho ancora il vivo ricordo del dolore che provocavano i geloni ai piedi unitamente ai lividi di calore che si formavano per cercare di stare con le gambe il più possibile vicino al fuoco. Fuoco acceso in un camino che spesso rigurgitava una grande quantità di fumo che bruciava la gola e arrossava a tal punto gli occhi da farli lacrimare».
Un uomo schivo, lo ricorda chi lo ha conosciuto, ma che «spesso ci stupiva, specialmente quando ricordava e raccontava aneddoti: storie più o meno vere e più o meno fantasiose, tramandate dalle “voci dei paesi” e, non da ultima, anche dalla sua». Come quello in cui diceva: «A Sarnano, molto tempo fa, viveva un bizzarro personaggio, famoso per la sua “battuta facile”. I suoi numerosi racconti poi, oltre a suscitare ilarità, spesso lasciavano ampio spazio alla riflessione, il che non era poca cosa. Si chiamava Normato. Normato possedeva un piccolo cane che era libero di muoversi dove e come voleva. Un giorno, il macellaio del paese, pensò che fosse giunta l’ora di prendersi gioco di Normato e del suo cane, avrebbe così avuto anche lui la sua storiella da raccontare in giro. Con fare adirato il macellaio si avvicinò a Normato e gesticolando gli urlò: “guarda che il tuo cane mi ha mangiato un chilo di carne”. Normato, senza por tempo in mezzo e senza dire una sola parola, prese il cagnolino in braccio, mosse qualche passo, lo poggiò sulla bilancia della macelleria e finalmente parlò: “Amico mio… vedi la bilancia? Segna poco meno di un chilo. Immaginiamo che questa sia la carne che ti manca… Ma ora, il mio cane dov’è?».