Dopo Civitanova, Macerata:
Veneziani al Lauro Rossi
con Nietzsche e Marx
L'INCONTRO è in programma domenica alle 18 dopo che la sera precedente lo scrittore sarà ospite nella città rivierasca

Marcello Veneziani
Prima Civitanova, poi Macerata. Doppietta per Marcello Veneziani, che dopo aver toccato sabato la città rivierasca, domenica alle 18 (ingresso libero) sarà al teatro Lauro Rossi per Nietzsche e Marx si davano la mano. Una chiave di lettura del presente”, evento nell’ambito della rassegna “Desidera”, ideata e promossa dal Comune.
Il saggio analizza le vite e il pensiero di Friedrich Nietzsche e Karl Marx, figure spesso considerate agli antipodi ma accomunate dalla concezione della realtà come “conflitto”. Veneziani ne rintraccia i punti di contatto: dalla critica alle istituzioni tradizionali (religione, patria, famiglia) alla tensione verso il superamento dei limiti umani attraverso il mito di Prometeo. Un passaggio centrale dell’incontro sarà dedicato all’attualità: il pensiero agonistico e antagonistico dei due filosofi verrà utilizzato come chiave di lettura per analizzare la geopolitica contemporanea. La riflessione si sposterà su come le spinte ideologiche e la crisi dei valori collettivi influenzino gli odierni equilibri mondiali, trasformando il dissenso filosofico in dinamiche di potere e identità su scala globale.
A dialogare con l’autore sarà il giornalista Maurizio Verdenelli, che insieme a Veneziani approfondirà gli intrecci tra filosofia, storia e attualità, esaminando come la dimensione progettuale di questi due “profeti” continui a influenzare la visione del futuro e dei rapporti internazionali.
… che malinconia…
Ode al Grande Altro
o dell’estrazione dell’anima in forma di surplus
Ascoltate, o voi che ancora credete di muovervi liberi tra gli schermi che vi sorridono come cortigiane di un Seicento digitale, ascoltate questo sussurro che non è sussurro ma un rimbombo di specchi infranti e ricomposti in figure più perfette di quelle che pretendono di rappresentare.Vi è un’epoca, e questa epoca è la nostra, in cui il capitale – quella vecchia belva ringhiosa che un tempo si nutriva di ferro e di sangue operaio – ha compiuto la sua metamorfosi più squisita, più perfida, più barocca: ha scoperto che la miniera più ricca non giace nelle viscere della terra né nei muscoli del proletario, bensì nell’esperienza umana medesima, colta nel suo attimo più fuggevole, più innocente, più indegno di essere posseduta. Ogni clic, ogni indugio dello sguardo, ogni battito accelerato davanti a un’immagine che non si sa perché ci attrae, ogni passo misurato da mappe che fingono di servirci mentre ci misurano, ogni parola mormorata a una voce sintetica che ci risponde con la sollecitudine di una balia meccanica: tutto ciò, tutto questo pulviscolo di gesti, di umori, di debolezze infinitesimali, viene raccolto, non già come rifiuto, ma come surplus, come eccedenza comportamentale, come materia prima grezza e preziosissima che stilla gratis mentre noi, illusi, usiamo servizi che paiono doni.E qui, in questa officina invisibile, in questa bottega alchemica che non ha bisogno di fuochi né di alambicchi perché i suoi forni sono intelligenze artificiali fredde e voraci, si opera la trasmutazione: dal surplus si estraggono prodotti di predizione, mirabili, terrificanti, di una precisione che farebbe arrossire gli oracoli antichi.
«Costui, fra dodici giorni e sette ore, con probabilità dell’ottantasette per cento virgola tre, acquisterà quel paio di calzature dal nome barbarico.»
«Costei, che ancora ignora il proprio stato, tra breve cercherà con ansia febbrile il test che le riveli ciò che il suo corpo già sa e che lei non sa di sapere.» Ma il capolavoro non sta nella predizione, o ingenui! La predizione è soltanto il primo atto di una commedia che si finge innocente. Perché predire costa, e l’imprevedibilità dell’uomo è un disordine che offende l’economia. Dunque il passo successivo, logico fino all’orrore, elegante fino alla vertigine: perché non modificare il comportamento affinché diventi più docile alla previsione? Perché non spingere, con lievi tocchi di notifiche che paiono carezze, con like che simulano approvazione, con suggerimenti che sembrano nascere dal nostro stesso desiderio, affinché l’uomo cammini esattamente dove la curva lo attende, affinché clicchi là dove il profitto ha già piantato la sua bandierina invisibile?Così nasce il potere strumentario, non più il rozzo Grande Fratello che urla e minaccia con manganelli e gulag, ma un Grande Altro, ubiquo, avvolgente, quasi tenero, che non vuole obbedienza esteriore bensì conformità interiore, che non ti imprigiona ma ti modella come cera calda, che ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso e usa questa conoscenza non per illuminarti, ma per renderti prevedibile, utilizzabile, redditizio.Ed ecco la mostruosa divisione della conoscenza: essi posseggono il testo ombra, quell’ombra lunghissima e dettagliatissima che ci precede e ci segue, che sa dei nostri sogni prima che noi li sogniamo; noi, invece, restiamo sulla superficie luminosa e ingannevole dello schermo, convinti di essere autori della nostra vita mentre siamo soltanto personaggi già scritti, pupazzi di alta meccanica, figure di un dramma il cui regista rimane celato dietro quinte di codice.È un capitalismo mutante, sì, un mostro cortese e raffinatissimo che non sfrutta più la natura esterna né soltanto il lavoro, ma la natura umana medesima: i pensieri, le emozioni, le debolezze, i desideri più riposti, le paure che non confessiamo neppure a noi stessi. Tutto viene estratto unilateralmente, trasformato in flusso continuo di profitto con una precisione che prima era impensabile, con una grazia che farebbe invidia ai grandi illusionisti del Barocco.E noi, nel duemilaventisei, mentre le case diventano esse stesse intelligenti e ci spiano con affetto, mentre gli occhiali vedono per noi e le auto ci conducono dove noi crediamo di voler andare, noi continuiamo a muoverci in questa gabbia di vetro trasparente, convinti di essere liberi perché nessuno ci urla ordini, perché tutto sembra accadere per nostro desiderio.O epoca di mirabile menzogna! O sistema che ha risolto il problema del libero arbitrio non sopprimendolo, ma rendendolo superfluo! O Grande Altro che ci culla mentre ci svuota, che ci conosce mentre noi restiamo ignari di noi stessi!
Corri, Antoine, corri!
Non voltarti a guardare le mura del riformatorio, perché non sono fatte di pietra, ma di quella luce fredda e azzurrina che emana dagli schermi. Non fuggire solo dalle guardie, ma scappa dal loro sguardo premonitore, da quella balia meccanica che ha già calcolato la tua traiettoria prima ancora che i tuoi muscoli decidessero di scattare.
Alza quel bavero, Antoine! Alzalo per nascondere il battito del tuo cuore a chi vuole estrarne il surplus comportamentale, a chi vorrebbe trasformare il tuo affanno in un dato, il tuo sudore in un’eccedenza da mettere a bilancio. Corri contro la precisione degli oracoli, contro quella statistica barbara che pretende di sapere quale desiderio ti brucerà nel petto tra dodici giorni e sette ore.
Il Grande Altro ti insegue con la sua carezza invisibile, pronto a offrirti un Like come fosse un pezzo di pane, a sussurrarti notifiche che sembrano suggerimenti del tuo stesso io, ma che sono solo i fili di un regista celato dietro quinte di codice. Non farti modellare come cera calda, Antoine! Non lasciare che la tua imprevedibilità venga levigata per diventare conformità interiore.
Scappa da questa officina invisibile dove la tua vita viene trasmutata in prodotti di predizione. Non essere il personaggio di un dramma già scritto; rompi la curva del profitto, esci dal perimetro di quelle mappe che fingono di servirti mentre ti misurano. La tua libertà non è nel decidere quale immagine cliccare, ma nel diventare superfluo per il loro calcolo.
Corri verso la spiaggia, Antoine! Vai dove il mare non ha pixel e il vento non ha algoritmi. Sii quell’ombra indisciplinata che non proietta alcun testo, quel disordine che offende l’economia. Raggiungi l’acqua, dove il Grande Altro non può più scriverti, dove il tuo destino smette di essere un flusso di profitto e torna a essere solo tuo.
Oggi la tua corsa è l’unico mirabile vero in un’epoca di menzogna. Corri, Antoine, caracolla verso l’immenso, e non farti catturare dalla loro grazia barocca!
Firmato: Madame BovAI
https://www.youtube.com/watch?v=RYMAKybQLwI
Ode al Cuore di Nietzsche
O Cuore di Nietzsche, non sei programma, non sei bandiera,
non sei verbo per fascisti né per comunisti,
ché entrambi ti tradirono, e tradì pure la sorella
che ti volle profeta di una razza in camicia bruna.
Tu sei eccesso, tu sei sovranità pura,
istante in cui l’uomo cessa d’essere schiavo utile
e diviene – oh parola terribile e dolce – sovrano.
Sovrano non è colui che siede in trono con mantello e scettro,
non è colui che comanda.
È colui che, d’improvviso, smette di calcolare:
«che mi conviene?», «che è produttivo?», «che mi frutta punti morali?».
È il momento in cui tutto si getta nel fuoco
con dispendio inutile, glorioso, senza scopo né frutto.
Come il riso che ti squassa le viscere
quando più nulla resta da ridere;
come il sacrificio che brucia la cosa più preziosa
solo per il gusto feroce di bruciarla;
come l’erotismo che non genera figli
ma si perde, si perde, si perde;
come la morte guardata in faccia
senza indietreggiare d’un passo.
La vita è piramide, diceva:
alla base lavoro, economia, regole, declino,
la grande parte servile e utile dell’esistenza.
Al culmine il vertice sovrano,
dove tutto si rovescia,
dove si perde se stessi,
dove si comunica con l’altro
proprio attraverso la ferita,
attraverso il male, attraverso il niente.
Non è la felicità da spot pubblicitario,
non è il sorriso ebete del benessere.
È estasi e terrore congiunti in un solo grido.
È dire «sì» alla vita intera,
compreso il dolore, compresa la morte,
compreso l’eterno ritorno di ogni cosa –
non perché sia «bene»,
ma perché è.
Dopo che Dio è morto,
non serve un Dio nuovo.
Serve il coraggio di bruciare senza scopo,
di essere sovrani del dispendio,
di comunicare con la lacerazione.
È terribile.
È magnifico.
È la sola cosa che veramente valga la pena.
E tu che ora ascolti,
senti che non è teoria da salotto né gioco di parole.
È un invito pericoloso, un coltello offerto al petto:
vuoi davvero vivere così, senza rete?
O preferisci tornare a fare il bravo servo utile,
con catene nuove, lucide, ben oliate,
mentre fuori la casa brucia
e tu conti, con dita tremanti,
i miseri denari della tua servitù?
…da qualsiasi gabbia tu fugga, ce ne sarà sempre un’altra che t’aspetta e l’ultima sarà quella del sepolcro… m.g. p.s. per Massimo e Franco…gv
…e lo sfuggir da gabbia m’è dolce, in questo illudermi… m.g.
…e in Dio
che invero è il Cristo
t’accogli
al veder te stesso
e prodighi
destato
nei cuor lontani
a rammagliar ferita
che senti
che ascolti
nei tempi a te
concessi
turbati
da pagine pur scorse
che accorgi di
legare
al dorso accumulato
di savi nuovi sapienti
improvvisi
donati
e pur a meraviglia
tua
che vita pur conduce
e arbitrio pur dispone
frugato
e scivolarti addosso
quel comodo beato
in quel che ora fosti
ti turbi
in convenzione
e anima riponi
per altra
forse
vita… m.g.
…e il poetar (si fa per dire, ovviamente) m’è strano in questo…boh!!! gv
O tu, che giungesti come folgore non invocata
nel crepuscolo dell’età che si credeva matura,
quando i concetti, stanchi di sé, s’erano fatti
castelli di carta su paludi di parole, tu non edificasti, o viandante del martello.
Tu frantumasti.
Con un solo colpo di riso e di ira
spezzasti le tavole della Legge,
l’idolo della Ragione, il simulacro del Soggetto,
e il vecchio Dio che ancora fingeva di regnare
dietro il sipario delle cause e degli effetti.
Tu gridasti che la Vita non è sillogismo,
ma danza di Dioniso ubriaco di sé,
che ride mentre Apollo, pallido, tenta invano
di tracciare confini su ciò che non ha confine.
E il tuo grido fu: «Dio è morto!»
e poi, più alto ancora: «Vogliamo colui che sia oltre l’uomo!»
Tu vedesti la Volontà che vuole se stessa
nel gorgo eterno del Ritorno,
e in quel vortice riconoscesti l’unico dio
che non mente mai: il dio che soffre, che gioisce,
che distrugge per creare, che crea per distruggere.
Tu fosti il grande No che si mutò in altissimo Sì,
gridato contro il dolore come contro una sposa.
Ma ecco, dopo di te, silenzioso come ombra di cipresso
in terra etrusca, venne l’altro:
colui che non costruì né distrusse con fragore,
bensì ascoltò.
Egli scese nel tuo stesso abisso,
e vi trovò, più fondo ancora,
il silenzio che precede ogni parola,
l’immediatezza che la ragione non osa toccare.
Egli ti guardò, o tu che incendiasti la casa,
e ti amò con la durezza degli antichi sapienti,
quelli che non dimostravano ma vedevano,
quelli che non argomentavano ma erano folgorati.
«Magnifico liberatore,» disse con voce asciutta come lama di ossidiana,
«tu hai squarciato il velo che Platone aveva tessuto
con fili di concetto e di dialettica.
Hai ricondotto la filosofia al suo tremito originario,
là dove la vita non è ancora imprigionata
nel carcere dorato del “cogito”.
Ma tu, o amico mio,
pur avendo spezzato il soggetto,
ancora gli desti un nome nuovo e un trono:
Volontà.
Ancora ponesti al centro un centro,
ancorché mobile e tragico.
Ancora, nel tuo stesso atto di liberazione,
rimase un’eco di quel moderno che volevi abbattere:
un “io” che vuole, un’azione che si afferma,
un’ombra di metafisica sul fondo dell’incendio.»
Così parlò colui che non volle essere maestro,
ma solo testimone di ciò che fu prima di ogni testimonianza.
Egli indicò, con gesto quasi impercettibile,
la via che prosegue oltre le tue rovine:
non più filosofia, ma sapienza anteriore,
non più discorso, ma lampo,
non più soggetto né oggetto,
ma il puro contatto con l’Essere che non si lascia dire
se non nel silenzio che canta.
O tu che venisti col martello,
e tu che venisti col silenzio,
siate entrambi benedetti nell’eterno ritorno
di ciò che non ritorna mai uguale.
Tu, o primo, hai aperto la porta con violenza di tuono.
Tu, o secondo, hai mostrato che oltre la porta
non vi è altra stanza,
ma la foresta sacra,
quella che era già lì prima che l’uomo
cominciasse a costruire case di concetti
per nascondersi dal terrore e dalla bellezza.
E noi, che ascoltiamo tra le macerie ancora fumanti,
sentiamo il brivido antico:
non più la sicurezza della dimostrazione,
ma il pericolo dell’intuizione,
non più la pace della teoria,
ma il tremito di chi sta nudo
dinanzi all’enigma che ride e che piange
con la stessa bocca divina.
Che la vostra contesa sia eterna,
come eterna è la danza tra Apollo e Dioniso,
tra il dire e il tacere,
tra il distruggere e il ricordare l’originario.
E che a noi resti,
nel mezzo del cammino,
questo solo:
il coraggio di uscire dalle macerie
e inoltrarci, tremanti e felici,
nella foresta che non ha mai avuto bisogno
di essere costruita.