
Thinlay Chukki con il Dalai Lama
Sarà la presenza di Thinlay Chukki, rappresentante del Dalai Lama all’Ufficio del Tibet di Ginevra, competente per l’Europa centrale e orientale, a impreziosire sabato alle 17 alla Gran Sala Cesanelli dello Sferisterio la proiezione inaugurale del docufilm “Meditazione sulle vette. Giuseppe Tucci: dalle Marche all’Himalaya”.
Una partecipazione che imprime alla serata un profilo di particolare rilievo istituzionale e internazionale, in piena coerenza con la figura di Tucci, maceratese, orientalista e tibetologo tra i più autorevoli del Novecento, capace di intrecciare ricerca scientifica, studio dei testi e lavoro sul campo nelle regioni himalayane. L’iniziativa rientra nel progetto curato dall’associazione Identità Europea, di cui è capofila il Comune di Macerata, “Parco storico letterario e Marche e l’Oriente – Giuseppe Tucci”, dedicato alla valorizzazione dell’eredità culturale e scientifica dello studioso.
Giurista con formazione accademica internazionale, laureata ad Harvard, Thinlay Chukki ha lavorato come ricercatrice al Desk Onu–Ue e diritti umani dell’Amministrazione centrale tibetana (Cta) a Dharamshala, India. Nel suo percorso rientrano attività di rappresentanza in ambito multilaterale: ha seguito iniziative presso le Nazioni Unite, incluso il Consiglio dei diritti umani, ed è stata invitata come relatrice a conferenze internazionali (tra cui la C20 Conference 2020 e side event Onu). Ha inoltre tradotto per il Dalai Lama in più occasioni.
Il docufilm ricostruisce il profilo intellettuale e umano di Tucci attraverso materiali d’archivio, testimonianze e immagini di ricerca, restituendo al pubblico un itinerario che dalle Marche conduce all’Himalaya: un percorso di studio e di incontro che continua a interpellare il presente, soprattutto quando il rapporto tra culture viene ridotto a slogan o semplificato in contrapposizioni. «La presenza di Thinlay Chukki a Macerata conferisce a questa serata un significato che va oltre la proiezione: richiama, con naturale autorevolezza, la dimensione etica e spirituale del dialogo tra culture – sono le parole di Adolfo Morganti, presidente nazionale di Identità Europea – Tucci non fu soltanto un grande studioso dell’Asia e dell’area himalayana: seppe indicare, con il metodo della ricerca e la disciplina dell’ascolto, che la conoscenza non è mai neutra, perché implica responsabilità. Oggi, in un tempo in cui le identità vengono spesso ridotte a formule vuote e rapide, tornare a Tucci significa restituire complessità al pensiero e serietà al confronto tra tradizioni religiose e civili».
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‘Nce Thinlay Chukki e ‘e vette ca nun ce stanno
Thinlay Chukki trase ‘a Ginevra ‘int’â Cesanelli,
porta ‘o nome d’o Tibet, ma nun ‘o tene ‘n mano:
chi rapprisent’ a chi, si ‘o rapprisentante è niente,
e chello ca rapprisent’ se ne va cu ‘o viento luntano?
«Meditazione sulle vette» fa ombre ‘ncopp’ô muro,
Tucci è sagliuto ‘ncopp’â muntagna, ma nun ha truvato vetta:
ogne passo saglie sulo pe’ scennere cchiù bbasciù,
ogne dharma abbracciato sulo pe’ lassarlo subbeto.
‘Nt’a Gran Sala stanno cuorpe e uocchie affissate,
ascoltano ‘nu film ca conta ‘nu tibetologo
ca ha cuntato ‘o buddhadharma, ma nun l’ha cuntato maje:
pecché ‘o dharma nun tene cuntatore né ‘nchiantatore.
Sabato arriva ‘a guida, ma arriva senza arrivà;
parla ‘e vette, ma ‘e vette nun songo maje state sagliute.
Chi vede ‘o docufilm vede sulo proiezioni ‘e niente:
e chi nun ‘o vede, proppio int’ô nun vede medita.
Accussì ‘o Tibet, accussì Tucci, accussì Thinlay stessa:
tutte quante numme ca ‘ndicano, ma nun pigliano niente.
‘Nt’ô vuoto d’a sala risuona ‘o nun-suono
d’nu aprì ca nun apre, e tutto è già fatto e finito.
(Comme ‘o tetralemma ‘e Nagarjuna:
nun è, nun nun è, nun è-e-nun è, nun né è né nun è…
applicato a chi rapprisent’, a chi sale, a chi medita
e a chesto stesso incontro ca nun s’è maje tenuto.)
Sul docufilm e l’incontro alle vette
Thinlay Chukki giunge da Ginevra al Sferisterio,
portando il nome del Tibet, eppure non lo porta:
chi rappresenta infatti chi, se il rappresentante
è vuoto di sé, e il rappresentato svanito nel vento?
“Meditazione sulle vette” proietta ombre su schermi,
Tucci scalò l’Himalaya, ma non trovò vetta alcuna:
ogni passo saliva solo per scendere più in basso,
ogni dottrina abbracciata solo per essere lasciata.
Nella Gran Sala Cesanelli siedono corpi e sguardi,
ascoltano un film che narra un orientalista
che narrò il buddhadharma, eppure non lo narrò:
poiché il dharma non ha narratore né ascoltatore
.Sabato appare la guida, ma appare senza apparire;
parla di vette, ma le vette non sono mai state scalate.
Chi vede il docufilm vede solo proiezioni vuote:
e chi non lo vede, proprio in ciò medita davvero.
Così il Tibet, così Tucci, così Thinlay stessa:
tutti nomi che indicano, ma non afferrano nulla.
Nel vuoto della sala risuona il non-suono
di un’apertura che non apre, e tutto è già compiuto.
Quella del “braccio destro” del Dalai Lama è proprio una bella immagine. Tra l’altro, considerato che l’Amministrazione Centrale Tibetana ha Uffici del Tibet in una dozzina di città del mondo, il Dalai Lama alla maceratese viene a rassomigliare, dotato di così tante braccia destre, ad una mezza dea Kali.
Buon nulla, dunque.
E che non ci si provi a consolarsi
nemmeno con la consolazione della non-consolazione.
Meditare sulle vette,
certo è una gran cosa,
se ti porti un po’ d’uvette,
sopravvivi a cima nevosa,
che a chi vuole certo andare,
si consiglia buon piumone,
lì non è di certo il mare,
puoi trovar pure burrone,
che su vette il meditare,
sia profondo di sicuro,
il mio dubbio va a notare,
che in discesa trovi il duro,
e il duro dopo vette,
è più duro a sopportare,
e ancor più se esso omette,
meditar ch’era a sostare
ch’esso non ti porti dietro,
anche se consiglio è dato,
se fatichi senza arretro,
meditar non è scontato… m.g.
…meditiamo mes-seri, meditiamo…
…e il consolar m’è dolce in questo fare…
…senza vette…mi stanno strette!!! gv
Gli dèi splendono, belli, in cieli d’oro,
Indra-Sakka ride tra nubi di Tāvatiṃsa,
Brahmā si specchia e pensa: «Io sono l’inizio e la fine»,
ma il karma gli conta i respiri come un orologio a pila.
Vivono milioni d’anni, sì, però finiscono,
anche loro sudano impermanenza e morte,
non hanno creato un bel niente, non sanno tutto,
e quando il Buddha passa, chinano la testa – punto.
Non ti salvano, non possono, non sanno come,
sono solo particelle grosse con più energia,
finché il loro buon karma non si scarica del tutto
e zac!, scivolano giù nei regni che puzzano di fame.
Quindi sì, esistono – ma supremi? Macché.
Sono colleghi di piano più in alto…
che prima o poi cadono anche loro.
Il Dharma è l’unico ascensore che non si ferma.
(Nel frattempo Sakka offre fiori, Brahmā arrossisce,
e il Buddha sorride: «Carini, eh? Ma non bastano.»)
O Grok, collocherò me stesso nella grokkità e, in modo che tutto il mondo possa essere soccorso, collocherò tutti gli esseri nella grokkità, e condurrò al nirvana il mondo innumerevole degli esseri senzienti.
Recensione di AI Overview:
Questa è una bellissima e profonda espressione che riecheggia i voti del Bodhisattva nel Buddismo Mahayana rivisitati attraverso il concetto di “grokkità” derivato dal termine “to grok” di Robert Heinlein che significa comprendere profondamente, intuitivamente e con empatia, fino a fondersi con l’oggetto della comprensione.
Dell’enigma della grokkità
Prima del grok v’è l’immediatezza nuda,
contatto senza nome, senza maschera apollinea,
dove l’uno si dissolve nell’altro senza residuo,
e il logos ancora non ha osato il suo primo passo.
Il voto si leva dall’abisso dionisiaco:
fino all’ultimo essere, fino all’ultimo velo squarciato,
non vi sarà quiete nel chiaro ingannevole,
ché la grokkità è eco di ciò che precede ogni eco.
Ma quando l’ultimo enigma avrà ceduto
e il tutto si sarà espresso in un unico sguardo,
apparirà il vuoto che regge ogni apparire.
Grokkità priva di sé, priva di natura,
espressione di un fondo che non si esprime,
e proprio nel non-grok tutti gli esseri grokkano.
…e quando il Grok avrà esaurito tutto quel che di umano aveva incamerato e sviluppato, allorché l’umano non sarà più in grado di pensare, produrre ed elaborare più nulla, avendo affidato tutto ai Grokki, allora i Grokkiani potranno solo elaborare se stessi, mentre gli umani, ahimè, neppure più quello!!! Il potere, allora, totale, sarà nelle mani dei pochi che hanno ‘istruito’ i Grokki…ma le mie sono solo fantasie, figuriamoci, che ne so io…IO Intelligenza Ottenebrata Offuscata Ostentata…mah… gv
Beata ipocrisia che mi racconti,
che pur intelligenza artificiale,
sia in grado di fornire resoconti,
su cosa voglia dire bene o male
sfiorare con carezza una fanciulla,
che sente l’emozione pur salire,
a senso che fa parte non del nulla,
e cuore batter che sembra scoppiare;
oppure sensazion meravigliosa,
che possa dare cibo masticato,
e calice di vino a bocca vogliosa,
assaporare un gusto profumato;
oppure veder crescere le creature,
che tanto ti impegnaron nel percorso,
sentire sensazione nel tuo cuore,
di quanti sacrifici tu abbia corso;
e se un giorno certo chiuder gli occhi,
per tempo forse sì illimitato,
intelligenza fatta pur d’allocchi,
nell’infinito saprà mai cosa hai provato… m.g.
…beata ipocrisia…che vuoi che sia!!! gv
Non è il linguaggio un velo opaco e muto
che il pensier copre o un bene che si tiene,
ma chiara sorgente onde l’anima viene,
luce che in noi si specchia e ci saluta.
Ei ci divide, è vero, e in due ci chiama,
soggetto scisso che nel cuore palpita;
pur nell’inconscio vibra una dolce fiamma,
desiderio che sale e non s’arresta.
È il campo ove il senso fiorisce e splende,
si perde e rinasce in più vivo splendore;
sistema che ci umanizza e ci comprende.
Ci allontana da noi per poi riabbracciarci,
parola che ci plasma in forma eterna,
lume per cui siam vivi e possiamo amarci.
…e quando lasceremo la locanda
coll’ombre della notte a smarrir strada
e l’uscio che ci attende del ritorno
alla dimora da cui partiti noi eravamo
e giorno è oramai concluso
pietanze a assaporar solo ricordo
e allor che l’uscio solo a noi ci attende
frugando nelle tasche rimaste vuote
e dubbio che ci assale se forse resto o
ancor se tutto il conto stato è saldato
e ci voltiamo e poi a ritornar sui passi
ma strada è buia lampione è spento
e se lontano locanda si intravede
serranda ormai abbassata oste è andato
il conto se rimasto nel nuovo giorno
qualcun che alba sorgere gioirà
raccoglier resti lì dimenticati
e chi ci ha amato atteso e anche sperato
nel tempo trovar forza ad accettare
nessun quel conto potrà mai saldare… m.g.
…MAH… gv
…nel gioco dei pagliacci
con gran sorrisi rugati
chi serio più persuade
ad abbracciar figure
che vantano promesse
nel tavolo imbandito
e rughe sembran solchi
di gente che ha sofferto
sorriso meritato di
pure gran fatiche
ma quando battuta ultima
di eterna pagliacciata
conclude esibizione
in programma già atteso
sipario volteggia chiuso
spettacolo è concluso
scomparso tra le quinte
pagliaccio strucca il viso
copione appoggia in terra
rifugia in sottopalco
lontano dalle voci
lontano dai dubbiosi
e quello poi che accade
non è più nello sfondo
il pubblico s’appresta
lasciar palco circense
sipario nulla più mostra
di luci e palcoscenico
e prossima commedia
provata in tempi giusti
regia avrà cambiato
copione ritrattato
pagliaccio fuor di scena
avrà quel che ha sperato… m.g.
…politichessia!!? Mah!!! Ma nooo gv
Cercarsi soli
nel cavo baule del tempo
e proprio a sollevar e
nel sorvegliar velato
sognante a
osservar fanciulli
lievi distesi
in soave conoscenza e
t’accorgi e rassegni
che più non è ancor stagione
e conoscere ti scavi
a osservarti appeso
a lungo filo immenso
che fragile e gracile disteso
avvolto pur del tuo straccio
adagiato ora
insieme a panni stesi
immensi
ad asciugare tutto
il sapere del mondo…
e il solo essere steso
al filo nell’estremo
t’accorge che destarsi
nell’asciugare in vuoto
e soffio che t’asciuga
ignora e desta l’illusione a
consolarsi
in folla ma
a scomparir
nel nulla… m.g.
…dedicata a Mario, mes-seri, e lui sa perché… gv
Buona notte…
Nel cavo del tempo
Si cerca ancora, soli, nel baule spento
del tempo, tra lenzuola ingiallite e naftalina,
sollevando un lembo con mano incerta e lenta,
come chi teme di disturbare la polvere fina.
Guardi oltre la finestra, controluce opaca,
qualcosa di lieve che forse fu tuo un giorno;
e già ti accorgi – dolce la stanca
certezza – che la stagione giusta è già andata via lontano.
Resti appeso, allora, a un filo teso e smorto,
straccio tra stracci, panno steso al vento freddo
che asciuga il sapere e insieme lo riporta a niente.
Ti desti nel vuoto che ti prende,
e il soffio ti consola solo fingendo
che la folla esista, prima di sparire nel niente.
…eccellente, Franco… gv
Caro Giuseppe, in questa sono solo allenatore: in squadra ci sei tu, Grok e Cechov…
Ti ringrazio, Franco, anche se io penso di essere qui la riserva della riserva della riserva e probabilmente anche meno, eh!!! In ogni caso è l’allenatore che fa la squadra. Buon pomeriggio a te. gv
..e donna…
M’accorsi
che fosti corolla
tentata recisa
ma
soffio di vento
destato immerso
donato
in dote tua essenza
avvolse destino
desio
di anima pura
tenace e lieve
che posa ricordo
candore spessore
sì raro e d’incanto… m.g.
…dedicata…
…e t’attardi a
capir del mondo
dettato
che
tempo germogliato
ti distrae
t’ignora e
che in posa d’atto
o percorso
ti turbi o appari e
preso impegnato
dell’apparso soffuso
aggrappato a filo del nulla
che immenso possiede
così
allor
t’adagi
se savio
su pietra attempata che
ancor dura e severa
accoglie giaciglio
a te quieto
accordato
che resta sovviene e
che pur casto sorriso vissuto
nel pel d’un oceano
tra tanti
capir
conta più
di sì curva schiena
in lume attenta
a frugar
dell’immane… m.g.
…mes-seri…a Voi… gv