Cane colpito da una fucilata
«Il nostro Bart non ce l’ha fatta»
TOLENTINO - L'animale è stato ferito lo scorso giovedì a Montegranaro. Da allora era ricoverato in una clinica veterinaria cittadina. Il dolore del proprietario, Donato Florio

Il cane Bart
Non ce l’ha fatta Bart, il pastore macedone di sette anni che per giorni ha lottato tra la vita e la morte nella clinica veterinaria di Tolentino. Si è spento oggi, dopo un’agonia iniziata giovedì scorso, quando i proprietari lo hanno trovato in fin di vita, ferito da pallettoni da cinghiale nelle campagne di Montegranaro.
Una vicenda che ha colpito profondamente l’opinione pubblica, diventata virale sui social anche grazie al racconto dei proprietari, Donato Florio – conosciuto a Civitanova per essere stato carabiniere della locale stazione – e la moglie Mariella. Secondo quanto hanno raccontato, a sparare sarebbe stato un cacciatore mentre il cane passeggiava nelle campagne vicino casa. Una denuncia è già stata presentata ai carabinieri e la coppia ha lanciato un appello online per risalire al responsabile.
Con profondo dolore, Donato ha voluto salutare pubblicamente il suo amato cane: «Bart, il nostro gigante buono ci ha lasciato. Ci ha lasciato senza fiato, ci ha lasciato tutto vuoto intorno. Non so più cosa dire, non ho più parole». Bart era diventato un compagno inseparabile e parte della famiglia.
A chi ha sparato al cane, probabilmente scambiandolo per un cinghiale, andrebbe revocata la licenza. Mi dispiace per Donato per la perdita dell’amato Bart. Chi ama gli animali sa che il cane diventa come “uno” di famiglia
Mi dispiace tantissimo per Bart, poteva esserci stata una persona al suo posto. Mi chiedo se sia normale e lecito sparare vicino ad una zona abitata
Ode a Bartolomeo
O Bartolomeo, fiamma che non si spegne
nel petto dei mortali,
tu dormi, sì, ma il sonno tuo è veglia
eterna nel profondo del nostro sangue.
Riposa: la terra che ti accolse ingiusta
è divenuta culla di luce.
In quell’attimo il tempo si piegò,
più alto di ogni trono di menzogna.
Tu non gridasti vendetta:
gridasti verità.
E la verità, o martire,
non muore con la carne,
ma erompe come fiume di fuoco
dalle rocce spezzate del Golgota moderno.
Ecco, noi ti portiamo
come i Greci portavano il loro morto al rogo
con corone di alloro e di lampi.
Il tuo nome è vento che scuote le querce
delle nostre notti insonni,
è lama di luce che taglia
le nebbie del secolo traditore.
Riposa, sì,
ma il tuo riposo è la nostra rivolta,
il tuo sonno è la nostra aurora.
E quando il cuore dell’uomo nuovo batterà
più forte contro le mura del carcere del mondo,
allora, Bartolomeo,
tu risorgerai,
non in carne,
ma in fiamma pura,
e l’agonia tua
sarà il trionfo di tutti i senza nome
che la terra ancora aspetta. A te, Bartolomeo.
A te, per sempre.
La sicurezza pubblica non è negoziabile: la caccia è un rischio inaccettabile.
In qualità di cittadino e lettore profondamente turbato, desidero esprimere la mia solidarietà alla famiglia per questa ennesima, inaccettabile tragedia causata da un’arma da fuoco in contesto venatorio.
Il punto non è più l’errore del singolo, ma la compatibilità stessa della caccia con il vivere civile odierno.
La categoria dei cacciatori sta manifestando una pericolosità oggettiva che non può essere liquidata come una semplice sfortunata fatalità.
È tempo che le autorità si interroghino: è eticamente e legalmente sostenibile permettere a gruppi di persone armate di operare in aree accessibili ai cittadini e agli animali domestici, creando di fatto zone di rischio potenziale?
Personalmente, ritengo che l’attuale attività venatoria abbia superato il limite di tolleranza per la sicurezza pubblica. La reiterazione di incidenti come quello descritto nell’articolo ci obbliga a concludere che i cacciatori, come categoria, sono diventati un pericolo pubblico che merita una seria e urgente riconsiderazione legislativa.
Chiedo che le istituzioni prendano atto di questa realtà e agiscano con fermezza per tutelare l’incolumità di tutti i cittadini, valutando la necessità di sospendere o abolire la caccia su tutto il territorio nazionale.
Dice la pietra che il cane veloce di Malta ricopre
che fu d’Eumelo guardiano fedele
Ebbe il nome di Tauro, da vivo. Ora la sua voce
l’hanno le silenziose vie della della notte.
(Timne, poeta greco antico)
la caccia nel 2025 è ormai una pratica barbarica retaggio di un passato che non esiste più di una natura che non esiste più perché stravolta dal cemento dal cambiamento climatico dalla urbanizzazione dalla deforestazione dai veleni delle industrie e in agricoltura. In ogni caso sparare è una cosa comunque crudele. Ed è un tiro che deve essere preciso per cui quello che ha sparato al cane sapeva perfettamente di sparare al cane e non un cinghiale : si tratta più che altro di vecchi vecchi bavosi impotenti che nel canna del fucile trovano il Succedaneo di quello che non hanno avuto più o che non hanno avuto mai.