Innocent Oseghale
di Gianluca Ginella
«Inverosimile la ricostruzione che Innocent Oseghale abbia consumato un rapporto sessuale con Pamela Mastropietro nel sottopasso del parco di Fontescodella, inoltre la ragazza non avrebbe acconsentito di avere rapporti non protetti e al momento del rapporto Oseghale ha approfittato delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della 18enne, sia per l’assunzione di eroina, sia per lo stato di scarsa lucidità della giovane». Così la Corte di Cassazione nella sentenza in cui viene riconosciuta l’aggravante della violenza sessuale nell’omicidio di Pamela Mastropietro e che è valsa l’ergastolo per il 36enne Innocent Oseghale, nigeriano, per aver ucciso la 18enne romana il 30 gennaio del 2018 nella sua casa di via Spalato a Macerata.
Pamela Mastropietro
La condanna è diventata definitiva lo scorso 24 gennaio. Ora sono arrivate le motivazioni (23 pagine) della sentenza.
Per la Corte di Cassazione tra gli elementi che provano che Oseghale non avrebbe detto il vero sul rapporto consenziente, c’è innanzitutto l’averlo inizialmente taciuto e che quel giorno c’erano i controlli nel parco di Fontescodella della Polizia locale. Inoltre, dicono, «non vi sarebbe stata altra ragione per acconsentire che Pamela accedesse all’abitazione dell’imputato, se i fatti fossero andati come ricostruito da lui: logicamente, l’unica ragione per posticipare la dazione della dose e accogliere la ragazza nell’abitazione era quella di consumarvi il rapporto sessuale, così consentendo alla giovane donna – si legge nella sentenza – di assumere lo stupefacente, operazione che la ragazza altrimenti avrebbe ben potuto compiere, se avesse già assicurato il “pagamento” della dose nel sottopasso, in assoluta solitudine all’esterno della abitazione, ove invece trovò tragicamente (e in modo incontestato) la morte».
Altro elemento chiave, secondo la Cassazione «la volontà della giovane donna era quella di avere rapporti sessuali protetti come aveva avuto negli ultimi due giorni, con soggetti estranei, in contesti anche abitativi analoghi a quelli sperimentati con Oseghale; per altro, rafforzava la prova di tale determinazione volitiva della giovane donna l’acquisizione di ulteriori due profilattici» e ancora, scrivono «Pamela non poteva accettare, se presente a se stessa, un rapporto non protetto, rischiando di poter essere infettata da patologie del partner o di dare inizio a una gravidanza».
Gli avvocati Umberto Gramenzi (a sinistra) Simone Matraxia
Oseghale, difeso dagli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, ha sempre negato di aver ucciso la ragazza. Era stato condannato per il delitto di Pamela sia al tribunale di Macerata, che alla Corte d’appello di Ancona, sia in Cassazione che aveva rinviato alla Corte di appello di Perugia per chiarire se vi fosse stata la violenza sessuale. I giudici perugini hanno ritenuto vi fosse.
La Cassazione ha poi confermato la sentenza, il 24 gennaio scorso, respingendo il ricorso della difesa e condannando Oseghale all’ergastolo. Secondo le sentenze l’aver costretto Pamela ad un rapporto non protetto sarebbe stato l’innesco del delitto con la paura che il 36enne aveva di essere da lei denunciato. Pamela aveva incontrato Oseghale poche ore prima del delitto, la mattina, ai Giardini Diaz di Macerata, la ragazza cercava eroina. Oseghale, stando alle sentenze, aveva ucciso la 18enne con due coltellate, poi aveva fatto a pezzi il corpo e lo aveva messo dentro due trolley che poi aveva abbandonato a Casette Verdini di Pollenza, sperando di far sparire le prove. Al processo erano parte civile i familiari di Pamela, tutelati dall’avvocato Marco Valerio Verni, zio della 18enne, il Comune di Macerata, assistito dall’avvocato Carlo Buongarzone e il proprietario della casa dove viveva Oseghale, assistito dal legale Andrea Marchiori.
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