Un volo da Macerata a Mosca:
è la magia della musica della Form

SINFONICA - Il secondo concerto della stagione musicale dell'orchestra marchigiana è stato un vero viaggio nel vasto "continente" russo attraverso alcune delle sue composizioni più evocative

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La Form sul palco del Lauro Rossi

 

di Marco Ribechi

Torna l’Orchestra Filarmonica Marchigiana a Macerata e trasporta il Lauro Rossi in un meraviglioso viaggio nelle terre russe. Si intitolava Mosca – San Pietroburgo la splendida serata andata in scena ieri sul palco del teatro cittadino per la rassegna Geografie Musicali, che caratterizzerà l’intera edizione della stagione Sinfonica.

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Il Maestro Manlio Benzi

Dopo l’Austria di Brahms, Haydn e Beethoven del primo appuntamento questa volta, dato anche il clima gelido e sempre più desolato del centro cittadino, si è deciso di approdare nelle immense steppe rutene attraverso la produzione di alcuni dei geni musicali vissuti a cavallo tra ‘800 e ‘900: Aleksandr Borodin, Sergej Rachmaninov e Pëtr Il’ič Čajkovskij. Un programma davvero interessante e avvincente, studiato per trasmettere, attraverso le note, lo spirito del tempo e soprattutto del popolo di appartenenza. “La musica, secondo me, deve essere espressione della complessa personalità del compositore. La musica deve esprimere il paese di nascita del compositore, i suoi amori, la sua religiosità, le letture che l’hanno influenzato, le pitture che ama”, queste le parole usate nel dettagliato programma di sala da Cristiano Veroli, citando Rachmaninov.

10-1-650x433E in effetti, durante l’esecuzione finemente realizzata da tutti gli interpreti sul palco, l’ascolto è stato in grado di far viaggiare il pubblico davvero attraverso lo spazio, il tempo e le idee. Le tante idee che la “grande Madre Russia” ha fornito per secoli all’Europa, creando in continuazione dei veri e propri geni in ogni campo del sapere e dell’arte. Menti creative la cui grandezza ha fatto spesso da contraltare a follia e scelleratezza, caratterizzando il carattere estremo di questo popolo che oggi vive, tristemente, una situazione di grande isolamento a causa delle sue scelte politiche. Una Russia che però ha essa stessa gettato le basi per la cultura europea e che, in sala, sembra di rivedere come attraverso fotogrammi di un film, la colonna sonora di un’epoca. A dare immediatamente questo impulso di attraversamento delle fredde lande russe è il breve ma evocativo schizzo sinfonico di Borodin che fa da apertura e introduzione alla serata. Intitolata “Nelle steppe dell’Asia centrale” e dedicata al suo mentore Franz Liszt, la composizione celebra i venticinque anni dalla salita al trono dello zar Alessandro II e la sua politica di forte espansione ad est dell’impero russo. Il suono di violini, sottile e persistente dell’apertura, richiama l’immagine di un plotone di soldati che sulla linea dello sterminato orizzonte delle steppe dell’Asia centrale fa da scorta ad una carovana di asiatici del Caucaso, aumentando in solennità con il crescere dei fiati. Durante il brano si alternano due melodie, una russa e una asiatica, che simboleggiano l’unione tra le due anime della grande Russia.

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Al piano Gianluca Luisi

Con l’entrata in scena di Gianluca Luisi, uno dei massimi talenti dello strumento riconosciuto nel panorama nazionale, si apre anche il Concerto per per pianoforte e orchestra n.1 in Fa diesis di Rachmaninov, un turbine di emozioni capace di evocare i sentimenti più nascosti nel profondo dell’animo umano. Di scuola Romantica la sua era: “un’arte quasi interamente votata al sentimento della nostalgia e del rimpianto: per la patria, innanzitutto, l’amatissima Russia, che il compositore fu costretto ad abbandonare nel 1918 dopo la Rivoluzione d’Ottobre e a sostituire con una nuova patria, gli Stati Uniti. […] Secondo la sua sensibilità, la missione più profonda e autentica della musica era rappresentare la vita interiore, la totalità dei sentimenti umani” (C. Veroli). Obiettivo che, a circa 80 anni dalla sua scomparsa, pare pienamente raggiunto. Il concerto si struttura in tre movimenti secondo lo schema allegro-adagio-allegro. Un densa struttura sinfonica che si alterna, come in una gara più che un dialogo, con il piano solista impegnato in un’ardua prova tecnica-espressiva. Poi si scende nel meditativo per esplodere in tutta la sua vivacità nel finale. Una composizione fatta anche di innovazione con frequenti cambi di ritmo e di tempo e un lento digradare dell’armonia verso estremi di luce e ombra. Attraverso queste mutazioni anche lo stato d’animo dell’ascoltatore si plasma portandolo su tematiche e riflessioni esistenziali.

Form-san-pietroburgo-mosca-7-650x433La seconda metà della serata è interamente dedicata a Čajkovskij e alla sua Sinfonia n.5 in Mi minore, poco apprezzata al momento dell’esordio ma poi elevata a capolavoro immortale, forse il maggior contributo del compositore alla storia della musica. Un eccesso di colori e artifici che lasciò freddi gli ascoltatori dell’epoca ma che, nel tempo, si trasformò da difetto a vero e proprio tratto stilistico, capace di esprimere il suo nucleo sentimentale e ideologico. La tragica cupezza iniziale si alterna con melodie a volte folli e eteree, altre malinconiche, facendo leva su una instabilità di fondo (sia musicale che psicologica) capace di catturare la vera natura umana del suo autore. Il finale vuole essere una conclusione felice ed ottimistica con il recupero dell’oscuro motto iniziale trasformato da minore a maggiore, ovvero dando luce e positività. Ma il risultato è opposto: una caduta disperata, dai toni quasi apocalittici. “Così, l’artificiosa costruzione di un finale lieto mostra con chiarezza, proprio per la sua evidente insincerità, ciò che di vero sta al di sotto e che Čajkovskij, sempre fedele a se stesso, non può evitare di esprimere: la certezza dell’impotenza di fronte alla tragicità della vita” (C. Veroli).

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Il Maestro Benzi e il pianista Luisi salutano il pubblico

Ecco quindi che la musica, in una serata magica, è stata capace ancora una volta di esprimere in maniera chiara ciò che linguisticamente gli uomini non riescono ancora a comprendere, riavvicinando un orizzonte culturale oggi percepito come ostile ma che in realtà, nei secoli, è sempre stato al fianco dell’Europa tra momenti di grandiosa magnificenza e momenti di grandiosa tragicità. La finezza della Form, diretta con lode dal Maestro Manlio Benzi ed esaltata dal piano di Luisi (autore anche di un bis con Chopin, polacca “Eroica” in la bemolle maggiore Op. 53), ha impreziosito ancora di più una serata che, come tutti gli appuntamenti di Sinfonica, non è dedicata solo agli appassionati o agli addetti ai lavori ma a tutti coloro che desiderano arricchirsi di un altro linguaggio per comprendere il mondo e l’essenza umana.

Il prossimo concerto in programma il 2 febbraio porterà Macerata nel cuore dell’Europa attraverso una notte dedicata specialmente al piano con un programma che attingerà dal repertorio di Weber, Schumann e Mozart.

 

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