Federico Buffa a colori per Overtime:
dall’oro azzurro al giallo Super Lega
«La Uefa ha solo vinto Gara1»

MACERATA - Sul palco del Cinema Italia sold out, il narratore sportivo è stato intervistato dal giornalista Dario Ronzulli per la terza serata del festival. «L'emozione più grande alle Olimpiadi è stata la medaglia nel canottaggio di Federica Cesarini e Valentina Rodini». Poi ancora il tema delle "magliette rosse", da Garibaldi alla finale di Coppa Davis vinta da Adriano Panatta e Paolo Bertolucci nel 1976. Infine, una riflessione sulle difficoltà delle donne nello sport e sul movimento Black Lives Matter nel Vecchio continente: «In America è qualcosa di veramente sentito. Invece agli Europei era meglio non fare niente a questo punto. Abbiamo dimostrato che è un argomento che non interessa, qui»
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Dario Ronzulli e Federico Buffa

 

di Leonardo Giorgi

«Quest’estate mi hanno chiesto se Federica Pellegrini mi abbia fatto commuovere. La sua è stata un’impresa, una quinta olimpiade non è da tutti, ma non è stata lei a farmi emozionare più di tutti. L’emozione più grande è stata la medaglia d’oro nel canottaggio di Federica Cesarini e Valentina Rodini. E vi dico perché». Per Federico Buffa, intervistato ieri sera in un Cinema Italia sold out dal giornalista Dario Ronzulli, lo sport è una cosa seria della vita e questa non è una novità. Anzi, il ritorno di Buffa all’undicesima edizione di Overtime festival di Macerata dimostra che per Buffa non ha neanche senso dividere la sport dalla vita in generale e viceversa. Sarà, come dice lui, per quella brutta caduta in bicicletta a 5 anni insieme al nonno e il conseguente trauma cranico. Forse. Quel che è sicuro è che Buffa funziona in modo diverso da tutti gli altri narratori del settore.

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Federico Buffa

«Quell’oro è il più emozionante – racconta il commentatore  – per diversi motivi. Quelle ragazze hanno vinto all’ultimo colpo di remi. Si vede dalle immagini delle televisioni che quella dietro fa a quella davanti: “Guarda che penso che abbiamo vinto”. Queste si sono fatte quattro anni di remate al freddo nel Nord Italia per quel momento lì. Per un giorno hanno festeggiato alla grande, so che a Varese quando sono tornate c’è stata parecchia bisboccia. Ma dal giorno dopo hanno ricominciato ad allenarsi, con i riflettori spenti. E rimarranno spenti per altri quattro anni. Ecco, queste sono le storie che mi fanno commuovere». Anche quest’intervista, come tutta questa edizione di Overtime, ha come tema i colori. Nonostante un’estate d’oro e di azzurro, si ritorna lì, verso quel rosso e blu da dove è iniziato tutto. «Il Genoa è stato il primo club calcistico d’Italia. Fondato addirittura nel consolato inglese. Gli inglesi che esportavano questo gioco meraviglioso per intrecciare rapporti commerciali. Pensate a quante squadre argentine con nomi anglofoni: Boca Juniors, River Plate, Racing, eccetera. È grazie al Genoa se in Italia gli allenatori vengono chiamati “mister”. Era proprio così che voleva essere chiamato lo storico allenatore William Garbuth, ex giocatore inglese che era finito a lavorare al porto di Genova e, su segnalazione di Vittorio Pozzo, nel 1912 venne arruolato per la panchina del club». Inglesi, colori, magliette. Storie che si intrecciano addirittura col mito di Garibaldi. «Quando l’eroe dei due mondi, dopo la campagna italiana, andò in Inghilterra, venne accolto come una star. Dai balconi delle case sventolavano le magliette rosse in suo onore. La stessa regina si indispettì e voleva mandarlo via al più presto. Quelle magliette comunque originarono il termine “Garibaldi red”, per definire quel rosso. E le magliette Garibaldi red divennero le divise ufficiali del Nottingham Forest». Tutti però volevano un pezzo di quel Garibaldi red così affascinante. In Italia almeno tre squadre: Milan, Juventus e Palermo.

«Il fondatore del Milan, il calciatore inglese Herbert Kilpin, volle a tutti i costi il rosso Garibaldi sulla maglietta della squadra. Al massimo concesse di appoggiarci sopra un po’ di nero, per ricordare i diavoli». Poi toccò alla Juventus, che fece però confusione con qualche indirizzo. «Inizialmente la Juve giocava col colore rosa. Poi per qualche motivo non venne ritenuto adeguato e quindi la società, come tante altre, ordinò le magliette Garibaldi red dal Nottingham Forest. Solo che per un errore la comunicazione arrivò invece al Nottingham County. Il County spedisce le magliette a Torino, ma c’è un problema: sono a strisce bianco nere. Da quel momento il bianco e il nero diventano i colori ufficiali della squadra». Il caso a tinte sbiadite del Palermo: «Anche il Palermo ordinò delle magliette rosse. Pare che per via di uno scolorimento, il rosso delle magliette divenne rosa. Con quelle maglie rosa il Palermo vinse la partita successiva 5-0. E di conseguenza il presidente ordinò di non sostituire assolutamente quelle magliette rosa con altri colori».

Maglietta rossa che per un attimo l’applauditissimo Buffa mette da parte, ma che tornerà prima della fine della serata. In un’annata in cui lo sport è stato smosso in tutto il mondo da importanti temi sociali, Buffa non può non citare un argomento che gli sta molto a cuore e per cui ha anche lavorato nella sua carriera: «Le donne nello sport vanno tutelate. Se facciamo un’indagine in Italia verrà fuori che le bambine iniziano lo sport verso i 6 anni, magari con la ginnastica artistica per poi passare a qualcos’altro, e un buon 70-75% di queste bambine smetteranno attorno ai 14 anni. Magari per studio o per il fidanzato, in ogni caso sarà sempre così finché lo sport non sarà protetto dalla Costituzione». L’avvocato, interpellato sulla questione Super Lega e sulla possibilità di costruire una “Nba del calcio europeo”, spiega le differenze culturali intrinseche tra la cultura americana e quella europea. «Negli Stati Uniti – spiega – se io e altre tre persone vogliamo formare una lega di basket privata tra di noi possiamo farlo. Andiamo nelle città che non hanno già una franchigia dell’Nba e facciamo i tornei che vogliamo. In Europa e in Sudamerica non puoi organizzare qualcosa del genere senza aver prima pagato un “pizzo” legale. Ma la sentenza dell’Aia, in arrivo il prossimo anno, darà probabilmente ragione alle tre squadre (Real Madrid, Barcellona, Juventus ndr) fondatrici della Super Lega. Ceferin ha solo vinto Gara 1, al massimo». Differenze culturali che si sono sentite anche quest’estate nel periodo degli Europei, con tutto ciò che ha riguardato il tema del movimento Black Lives Matter. «In America è qualcosa di veramente sentito, qualcosa per cui un giocatore, Colin Kaepernick, inginocchiandosi durante l’inno americano, si è giocato la carriera nello sport per cui si è allenato una vita, sacrificandosi per tutti quanti. Le discussioni in Europa sul BLM invece sembravano uscite da un film di Nanno Moretti: “Io mi inginocchio se si inginocchia lui”, “Ma se lui non si inginocchia noi non ci inginocchiamo di sicuro”, “Ci inginocchiamo solo in Inghilterra” e via dicendo. Dimostra che è un tema che non interessa, qui. A questo punto era molto meglio non fare niente e lasciar perdere, così hanno fatto solo peggio. Non siamo abituati a gesti del genere in Italia. Anche se…».

È arrivato il momento di rimettersi la maglietta rossa: «Anche se, in effetti, una volta è capitato che nello sport italiano un atleta abbia fatto un gesto simile, di sua spontanea volontà, coinvolgendo anche un suo compagno. È la finale di Coppa Davis del 1976. La partita si tiene nell’Estadio Nacional di Santiago del Cile, nel paese del dittatore Pinochet. Nei mesi precedenti, la discussione in Italia sull’accettare o meno di andare a giocare la finale è stata feroce. La sinistra in particolare non voleva che si giocasse questa partita. Alla fine l’Italia ci andò. Adriano Panatta, la notte prima della finale, disse al compagno Paolo Bertolucci: “Paolo, te la sei portata la terza maglia che ci hanno dato? Quella rossa dico”. E Paolo: “Sì sì, me l’ho portata. Ma perché?”. “Domani scendiamo in campo con la maglia rossa, per fare un gesto importante”. Bertolucci non ci pensava per niente, anche perché, a differenza di Panatta, era uno un po’ più a destra come schieramento politico. Alla fine però Adriano riuscì a convincerlo e si presentarono in campo con la maglietta rossa. La finale venne vinta e Panatta era convinto di aver cambiato tutto con quel gesto, di aver fatto qualcosa di scioccante. Purtroppo però, in Italia, a quanto pare, a quei tempi nessuno si era accorto di questa maglietta rossa. Solo più tardi questa storia è tornata fuori, tanto da essere diventata anche un docufilm di Mimmo Calopresti, chiamato proprio La maglietta rossaPanatta, al ritorno in Italia, disse solamente: “Non so se sia peggio il fatto che le persone non abbiano capito quel gesto oppure che le persone lo abbiano capito e proprio per questo non abbiano detto niente”».

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