Permessi a costruire in sanatoria,
rigettato il ricorso del Comune

CIVITANOVA - La vicenda nasce da un contenzioso di un privato che si è visto comminare come sanzione il costo di costruzione applicato al periodo attuale e non l'onere maturato nel periodo in cui è avvenuto l'abuso. L'avvocato Santini: «Sentenza del Consiglio di stato molto attesa dai tecnici e che riporta chiarezza»
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L’avvocato Susanna Santini

Permesso a costruire in sanatoria, alle eredi il Comune chiede 70mila euro applicando le cifre attuali anziché quelle degli anni ’70 quando lo stabile fu realizzato. Le eredi di un immobile sul corso ricorrono e il Consiglio di Stato dà loro ragione. Farà giurisprudenza una sentenza emessa nei giorni scorsi dal Consiglio di Stato e partita da un contenzioso fra un privato e il Comune di Civitanova in merito ad un immobile su corso Umberto I. Un pronunciamento molto atteso dai tecnici dal momento che stabilisce i criteri per definire il “quantum” delle sanzioni edilizie. Una questione che ha per molti anni lasciato in mano alla pubblica amministrazione la discrezionalità di stabilire l’importo della sanzione da versare nelle casse comunali in caso di richiesta di permesso di costruire in sanatoria. La vicenda nasce dal ricorso proposto innanzi al Tar Marche dall’avvocato Susanna Santini di Civitanova. Il giudice amministrativo regionale aveva già ritenuta fondata l’interpretazione giuridica assunta dalla professionista in controtendenza con la pratica posta in essere da molte amministrazioni comunali, di applicare sanzioni parametrate al costo di costruzione per metro quadrato deliberato in Consiglio Comunale, costantemente aggiornato anche per abusi realizzati decenni prima e quindi retroattivamente. Con il risultato di dover versare somme ingentissime perché attualizzate per abusi commessi molti anni prima. Nel caso specifico la cifra richiesta era pari a 70mila euro perché il calcolo prevedeva per gli edifici a destinazione residenziale una sanzione pari al doppio del costo di produzione della parte dell’opera realizzata in difformità dalla concessione. Una cifra stabilita considerando però la delibera del consiglio comunale del 2015 e non la legge sull’equo canone. In pratica anziché conteggiare 129 euro a metro quadrato il Comune considera 1.120 euro a metro quadrato. «La modalità di calcolo applicata dal Comune poteva essere applicata agli abusi realizzati nel 2015/2016 in quanto la somma posta a base del calcolo corrisponde all’effettivo costo di produzione del momento, ma è una abnormità totalmente censurabile se applicata ad un immobile realizzato nel 1969 e in ogni caso rappresenta una violazione di legge» ha sottolineato l’avvocato Santini a commento della vicenda, una decisione sicuramente apprezzata perché riporta chiarezza e certezza su un tema importante e molto sentito sia dai giuristi ma ancor più da tutte le professioni tecniche che tutti i giorni si trovano a dover affrontare questi temi.

(l. b.)



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