Bebi Patrizi, eroe dimenticato
MEMORIA - Il ricordo di un giovane recanatese che si unì ai partigiani e fu fucilato
di Donatella Donati
I primi di febbraio del 1945 erano i giorni dello sbarco degli alleati nell’Italia centrale a sud di Roma; anche gli studenti del liceo classico di Recanati sentivano che i tempi erano cambiati e che presto la liberazione, come la chiamavano loro, sarebbe arrivata. Era di questo che si parlava dappertutto nelle classi liceali, più sotto voce quando erano vicini i due figli del preside Ripari che frequentavano la seconda liceo. Il preside della scuola era radicalmente fascista e iscritto al partito.
Bebi era un bellissimo ragazzo con gli occhi azzurri un po’ più grande dei suoi compagni, ed era uscito dal seminario dove aveva fatto i primi studi classici dopo la morte dei genitori e l’affidamento allo zio di Recanati, guardiano della Cassa di risparmio in una connessa abitazione. Bebi era adorato dagli zii ma non resistette alla tentazione di fuggire di casa e di raggiungere il piccolo gruppo di partigiani che facevano parte della brigata Italiana ed erano accampati in una zona protetta presso la città di Ascoli.
Assai poco protetta perché caddero tutti pochi giorni dopo nelle braccia dei fascisti.
Bebi si attardò nel colloquio con una ragazza del paese e fu imprigionato all’ultimo momento, insieme con gli altri. Furono messi in fila uno accanto all’altro e fucilati uno ad uno dalle brigate fasciste, ultimo Bebi che non riuscì a fuggire in tempo.
Oggi si celebra in Italia la morte violenta delle vittime del fascismo, ma nessuno ricorda quel caro compagno di scuola e la sua immagine con i brillanti occhi azzurri è quasi scomparsa dalla memoria dei recanatesi, lui unico vero eroe di una giovinezza infelice e disastrata.
Ho ritrovato l’avvertimento che giunse a mio padre, e che mio padre finse d’ignorare, della mia espulsione da tutte le scuole del regno per la protesta contro l’uccisione di Bebi fatta da me e dalle mie coraggiose compagne ,secondo lui da me fomentate: Graziella Fortuna scomparsa a Torino pochi mesi fa, Maria Pia e Nola Marconi e alcune altre coraggiose di cui oggi vorrei dire i nomi ma che i lunghi anni passati hanno cancellato dalla mia memoria.
Spero che ci sia qualche giovane innamorato della libertà che sappia fare una commemorazione adeguata alla morte di Bebi e al coraggio delle studentesse del liceo Leopardi di Recanati nell’anno scolastico 1943/44.

Bebi Patrizi è un esempio positivo per i giovani d’oggi. Quello di morire per un ideale, che all’epoca ancora non era vincente, mentre dopo la liberazione quasi tutti diventarono antifascisti e partigiani. Come è indicativa la dimostrazione d’orgoglio di quelle giovani studentesse recanatesi che si ribellarono…
Ancora oggi mi commuovo al pensiero del comandante Decio Filipponi, conoscito da alcuni Compagni di Corridonia, che si fece impiccare per salvare gli ostaggi di una frazione di Sarnano, che i tedeschi stavano per fucilare…
All’epoca, molti stavano in silenzio ad aspettare che passasse la nottata della guerra e del disordine. Ci fu, però, chi, dall’una e dall’altra parte, i quali, in nome di un ideale contrapposto, agirono.
Mi piace ricordare un mio concittadino – Giuseppe Bartolazzi – che, pur fascista ed ex-podestà di Corridonia, nascose in casa sua, in alcune stanze, la cui porta d’accesso era stata murata e nascosta da un mobile, una famiglia di ebrei, che così si salvarono. I tedeschi erano a Corridonia e “sor” Peppe Bartolazzi rischiò la libertà e la vita per un senso di umanità che in Italia salvò una enorme quantità di ebrei.
Veramente la soave prof testimonia che nel febbraio del 44 tutti avevano capito che il fascismo aveva perso la sua paranoica guerra, che il suo delirio di grandezza stava crollando verso la disfatta. Il fascismo era morto e infierire su un morto potrebbe apparire maramaldesco. E’ anche vero che la figura storica di Maramaldo è molto diversa dall’immagine che ne danno i miserabili manuali in uso nelle nostre sventurate scuole. Fabrizio Maramaldo era un condottiero straordinariamente violento e crudele ma non vigliacco. Il vile era Francesco Ferrucci, tanto vile da far impiccare un inerme messo inviatogli da Maramaldo. E’ per vendicare il suo messo che Maramaldo, fatto prigioniero Ferrucci, lo ammazzò a sangue freddo, non avendo tutti i torti. Questo per dire che la realtà è sempre più complessa di come ce la raccontano e che gli occhi azzurri non sono una particolare grazia…
Resta l’amarezza per una scuola che ora come allora non prepara alla vita, non permette di entrare nella vera cultura, ignora ad esempio la saggezza del grande monregalese che ha scritto:
”Il mondo è un gran teatro nel quale vi sono tanti commedianti quanti sono gli uomini. Procura il più possibile di essere uno spettatore non un personaggio. Coloro che recitano penano, ma quelli che guardano ridono e si divertono”. Queste poche parole avrebbero potuto salvare Bebi Patrizi dalla sua tragica quanto inutile fine.