Due anni fa moriva Silvia Radossevich
Il papà: «La storia di una grande figlia»
LUTTO - Il ricordo della 43enne stroncata da un malore. «Che peccato sarebbe stato se non fosse venuta al mondo, nell'arco della sua breve vita ci ha fatto capire il vero significato delle parole comprendere, perdonare e amare»
«A volte penso che se Silvia non fosse venuta al mondo per diversi motivi, che peccato sarebbe stato, perché nell’arco della sua breve vita ci ha fatto capire il vero significato delle parole comprendere, perdonare e amare». E’ il papà Franco a ricordare Silvia Radossevich a due anni dalla sua morte per un tumore con commozione e uno sconfinato amore. «Quando mia moglie ha scoperto di essere incinta – racconta – non eravamo ancora sposati e stavamo vivendo un periodo molto difficile sotto diversi aspetti, avevamo pensato anche all’aborto. L’omelia di don Andrea Leonesi mi ha fatto ripensare a quei momenti così difficili. Ma se avessimo interrotto la gravidanza ci avrebbe tormentato il senso di colpa e ci saremmo privati di una grande gioia».
Domenica 15 novembre alle 11 nella chiesa di Consalvi a Pollenza, dove Silvia era impegnata in attività di solidarietà, si svolgerà una messa in ricordo di Silvia.
Di seguito il ricordo integrale del papà.
«Eccomi, storia di una grande figlia
Silvia nasce il 10 di ottobre di 43 anni fa per amore e desiderio del padre e della madre ed inizia a crescere velocemente, come tanti bambini nel mondo, in un ambiente sereno pieno di affetto, gioia ed attenzioni e con il necessario coinvolgimento esperto e affidabile dei nonni paterni e materni.
Purtroppo però dopo pochi mesi di vita, nonostante le necessarie ed opportune premure da parte di tutte le persone che le volevano bene, la salute di Silvia viene attaccata e quindi compromessa sistematicamente una volta al mese e per la durata di circa una settimana, da una serie di disturbi riconducibili, secondo i dottori, alle oramai conosciute crisi acetonemiche che le crea forti dolori di testa e di stomaco, accompagnati dal vomito, dall’appannamento della vista e dal tremore.
Detti disturbi, purtroppo, diventeranno per Silvia una condizione permanente anche dopo la pubertà e la maggiore età.
Nonostante l’instabile condizione di salute Silvia, dopo aver fatto tanti umili mestieri, troverà lavoro in una grande ditta di giocattoli e con impegno e serietà riuscirà in poco tempo a conquistare la fiducia di tutti i colleghi che la farà sentire necessaria; condizione questa che la gratificherà immensamente.
Dopo alcuni anni trascorsi con relativa serenità Silvia a 36 anni si accorge per caso, mentre fa la doccia, di avere una piccola protuberanza al seno.
Inizia così per Silvia un percorso a dir poco straziante che durerà tanto tempo tra paure, angosce, interventi chirurgici, analisi, terapie, ricoveri, fino ad arrivare al 13 novembre 2018, alle tre circa del pomeriggio, quando mia figlia, dopo sei anni di malattia, all’età di 43 anni, ha lasciato la vita terrena, l’amato fratello, i cari genitori e tutte le persone che gli avevano voluto bene, per salire in cielo e diventare per sempre l’angelo invisibile della famiglia.
Nella veste di padre sento fortemente il bisogno di scrivere queste cose perché devo far sapere, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerla, com’era d’indole mia figlia.
Era una ragazza onesta, buona, dolce, educata e sensibile, sempre paziente e gentile con tutti, comprensiva fino all’esagerazione, generosa sempre e per tutti. Riusciva, con un insolito sorriso che iniziava prima dagli occhi quasi socchiusi e poi finiva tra le morbide labbra, a perdonare anche le persone che le avevano fatto del male.
Era una grande lavoratrice, instancabile, veloce, scrupolosa e disponibile con tutti. Era una donna umile e semplice, come quelle di una volta che si accontentavano del necessario, senza esagerare e sprecare, per essere felice. Amava il profumo del mare, la pace della montagna, la neve e la primavera.
La musica, da Vasco ai Pink Floyd, era per lei un deterrente per cancellare dalla mente le brutte cose che a volte la vita implacabilmente ti costringe ad affrontare. Le piaceva e voleva spesso giocare a tennis con me o con il ragazzo perché voleva essere sempre competitiva ed alcuni anni fa, prima della malattia, aveva anche imparato a sciare.
Cucinare ed in particolare fare i dolci, era la sua passione. Non dimenticherò mai più il sapore dell’ultimo dolce che fece quasi all’estremo delle proprie forze.
La malattia e le cure devastanti che faceva per cercare di annientarla, non le diedero scampo. Pazientemente e silenziosamente mia figlia accettava la sfida con la malattia ma questa inesorabilmente non si lasciava sconfiggere e piano piano, giorno dopo giorno, mese dopo mese seguitava a distruggerla psicologicamente e fisicamente togliendole praticamente tutto ciò che aveva: la fiducia nelle terapie, la speranza, il futuro, il lavoro e tutto ciò che desiderava il matrimonio, la famiglia, i bambini che avrebbe voluto e che le piacevano tanto e, negli ultimi mesi, il piacere di camminare, il gusto di mangiare, il parlare ed infine il respirare.
E’ morta così, in una stanza dell’Hospice di Macerata con affissa nella parete al lato della porta d’ingresso una targhetta con il disegno di una “quercia” con accanto il papà, la mamma, il fratello, e con alcuni oggetti prelevati dalla sua cameretta una grande figlia. Quando ritornava dal lavoro, all’ora di pranzo o di cena, parcheggiava scrupolosamente l’auto che tanto le piaceva e che aveva comprato con i propri sudati risparmi, saliva le scale, apriva la porta d’ingresso, e giunta sull’uscio diceva: “Eccomi” e noi, dall’interno dell’abitazione, la salutavamo e le chiedevamo sempre come era andata la giornata lavorativa e lei con voce rassicurante rispondeva sempre così: “Bene, bene”. Lo stesso faceva ogni volta che rientrava a casa. Anche durante la malattia qualche volta la vedevamo malinconica e le chiedevamo “Silvia come stai?” e lei continuava a rispondere con coraggio fino alla fine “bene, bene”.
A proposito dell’auto ricordo con amarezza che il giorno della sua morte, abbiamo trovato la macchina ammaccata e con grande dispiacere non abbiamo visto sul parabrezza il consueto quanto necessario bigliettino di scuse che in quella circostanza così drammatica ci avrebbe aiutato tantissimo. Addirittura qualche settimana fa, sempre per opera di una persona, che non saprei come definire, abbiamo trovato una rigatura sulla fiancata della stessa auto e questa volta il danno ci è sembrato molto più grave del primo perché così facendo aveva in qualche modo sfregiato l’immagine di nostra figlia. Ricordo di aver letto da qualche parte che il grado di civiltà di una popolazione può essere valutato anche su come frequentano e gestiscono i cimiteri. Noi andiamo al cimitero tutti i giorni per essere vicini ai resti di Silvia e per lasciarle un fiore. Preghiamo mattina e sera e ci aiuta tantissimo, è come se la raggiungessimo nella dimensione in cui si trova. Ci aiuta ad andare avanti. Ricordo ancora a malincuore e con profondo dolore, quando il medico di famiglia mi invitò nel suo studio per dirmi che Silvia non ce l’avrebbe fatta a vivere a lungo e che, secondo lui, l’unica cosa giusta da fare era quella di ricoverarla in ospedale per aiutarla a morire dolcemente. E così è stato».
