Oltre disabilità e clandestinità,
quattro studenti Unimc a Mattarella:
«L’università è il nostro riscatto»

MACERATA - Arianna Giulianelli, Damian Czarnecki, Viorica Ursu hanno raccontato le loro storie al presidente Mattarella, sfide vinte grazie allo studio. Il rappresentante degli studenti, Nicola Maraviglia: «L’idea di comunità che caratterizza l'ateneo è la nostra forza per uscire da situazioni difficili come quella attuale»
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Il discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l'inaugurazione dell'anno accademico di Unimc

 

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Arianna Giulianelli

 

di Federica Nardi (foto di Fabio Falcioni)

«Mi sono sempre fatta condizionare dalla mia disabilità. Oggi, che sto frequentando l’ultimo anno della laurea magistrale in Giurisprudenza, posso dire che, se sono più sicura di me stessa, gratificata del mio percorso e fiduciosa nel futuro, lo devo anche al sostegno dell’Ateneo». Arianna Giulianelli è una dei quattro studenti dell’Università di Macerata che oggi ha testimoniato la propria esperienza al cospetto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in città per l’inaugurazione del 730esimo anno accademico. Quattro storie e visioni differenti, raccontate sul palco del teatro Lauro Rossi, unite dal filo conduttore della collaborazione, dell’inclusione e del riscatto sociale.

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Sergio Mattarella sul palco del Lauro Rossi

Ad esempio, ricorda Giulianelli, prima di iniziare le persone «mi dicevano: “Sai, nella tua situazione, non riuscirai ad affrontare un percorso di studi universitario”. Oppure chi, al contrario, sosteneva che i miei risultati erano frutto del pietismo mostrato dai docenti nei miei confronti. Ma ho avuto la determinazione di dimostrare a me stessa ed agli altri che non ci sono né barriere né limiti se, come me, pensi di voler raggiungere un obiettivo e hai una forte voglia di riscatto. Oggi, che sto frequentando l’ultimo anno della laurea magistrale in Giurisprudenza, posso dire che, se sono più sicura di me stessa, gratificata del mio percorso e fiduciosa nel futuro, lo devo anche al sostegno dell’Ateneo che s’impegna a creare le condizioni che mi consentono di vivere questi miei importanti anni di formazione e di crescita personale».

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Damian Czarnecki

L’inclusione è un tema fondamentale per l’università di Macerata, che lo declina anche attraverso il racconto di due studenti stranieri, Damian Czarnecki e Viorica Ursu. Entrambi italiani di fatto anche se lo Stato, almeno nel caso di Czarnecki, ancora non gli ha riconosciuto la cittadinanza.

«Sono arrivato in Italia a quattro anni – racconta Czarnecki -. Un bambino che in quel momento riusciva soltanto ad apprezzare il calore del sole a mezzogiorno. Una sensazione sconosciuta per me che venivo dalla Polonia. Questo calore mi accompagna ancora, anche se è capitato di avvertire la freddezza e financo lo scherno che suscitava nei miei coetanei il cognome “Czarnecki”, uno straniero. Ho sempre sentito di essere cittadino italiano anche se gli altri e la legge non me lo riconoscono ancora. L’iscrizione all’Università e la frequenza dei corsi di Scienze politiche hanno segnato un nuovo inizio: ho conosciuto tantissime ragazze e ragazzi, italiani e di altre nazionalità, che mi hanno dato la forza di lottare per la mia identità, aiutandomi ad arricchire il mio bagaglio culturale, anche semplicemente parlando con loro oascoltandoli. Vivo l’università come una sorta di redenzione contro chi vorrebbe limitare i miei progetti, ritenendoli un po’ troppo ambiziosi, dimenticando che sono un mio diritto. Qui, a Macerata, ho scoperto infiniti mondi. Nazionalità, religioni, generi non costruiscono barriere ma facilitano l’incontro, la conoscenza, lo scambio, la condivisione. Insieme si possono fare cose piccole, ma di alto valore e profondo significato. Una mia cara amica e collega, oggi all’estero, Nada Bahid, di fede musulmana, si è impegnata perché l’ateneo potesse avere uno spazio della preghiera: un luogo dove studenti e studentesse di fedi differenti potessero ritrovarsi e professare liberamente. E’ anche grazie a lei e ad altri come lei se, ora, posso affermare che l’università è la mia fonte di riscatto».

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Viorica Ursu

Viorica Ursu ha lasciato la Moldavia «per cercare una vita migliore. Per qualche anno sono stata clandestina, vivendo nel timore di dover tornare in Moldavia. Dopo i primi lavori precari, ora sono residente ed ho potuto iscrivermi all’Università. Ricordo il mio primo giorno, la mia prima lezione, l’eccitazione e la fierezza per aver coronato un sogno: conquistare il diritto di studiare e, insieme, l’uguaglianza e la dignità di “persona”, non più clandestina. Con la cultura, per me si è aperta la strada della rinascita, come cittadina, consapevole di avere un ruolo nella società, come se mi fossi liberata dallo spettro di una mera e sterile sopravvivenza. La nostra generazione, conoscendo il valore dell’istruzione come conquista di civiltà e come mezzo per contrastare il pregiudizio, è chiamata ad impegnarsi ogni giornoper favorire, anche nella comunità accademica, una mentalità inclusiva, accogliente e rispettosa delle diversità. Solo mantenendo vivo il ricordo del passato,e del sacrificio di tanti,possiamo contribuire a costruire una convivenza fondata sui valori sanciti dalla Costituzione Italiana, senza distinzioni di razza, sesso, religione ed opinioni politiche».

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Nicola Maraviglia

Il rappresentante degli studenti Nicola Maraviglia apprezza l’idea di università «come “avamposto culturale”, che fa da argine alle derive sociali e che s’impegna con noi nelle sfide dell’emergenza climatica, sulle questioni legate alla pace, alla libertà, all’inclusione, all’uguaglianza: solo per citarne alcune. In questi mesi di emergenza sanitaria si è aggiunta un’ulteriore sfida: salvaguardare il diritto allo studio, il diritto all’istruzione, che è di tutti. E nessuno delle nostre colleghe e dei nostri colleghi deve rimanere indietro o ritrovarsi escluso. Tante sono le situazioni di difficoltà che non dobbiamo dimenticare e per le quali dobbiamo fare qualcosa noi studenti: insieme alle istituzioni e agli organi dell’ateneo. Torna forte quell’idea di “comunità” che ci caratterizza da più di sette secoli e che credo sia la nostra forza e la chiave di volta per uscire da situazioni difficili come l’attuale. Qui, a Macerata, abbiamo provato a farlo e siamo riusciti a ripartire ma non ci possiamo e non ci dobbiamo accontentare. Il mio è un invito a farci sentire, a prendere parte ai processi decisionali in prima persona: perché ci riguardano come studenti, come persone, come cittadine e cittadini, che vivono l’Università come palestra di partecipazione e di democrazia. Non deleghiamo il nostro futuro. Dialoghiamo per progettarlo e impegniamoci per costruirlo».

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