Li picculi calendari prufumati
de li varbieri

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario Monachesi

di Mario Monachesi

“Fino a tutti l’anni ’70, durante le feste natalizie, li varbieri era in usu regalà’ a li clienti, in cambiu de la mancia, picculi calendari prufumati a la vanija, targo (talco), acqua de cologna (colonia) e atre essenze, dolciastre, che te ‘bboccava dentro. Vinia dati a fine taju, statia dentro ‘na vustina trasparente de carta velina, tipo quelle che li spacci usava per venne le sigherette sciorde. Li picculi livretti, da le 12 a le 16 facciate, adèra tinuti assème da un curduncì’ co’ lu fiucchittu. Le pagene ci- avia, all’incirca, ‘na grannezza de 6 cm per 10, capià (entrava) vè’ dentro lu portafoju. In un primu tembu, a li joenotti vinia dati quilli un po’ osé, co’ le modelle menze svistite, a le persó’ (persone) più anziane, ‘nvece, quilli co’ le figure dell’opere liriche, de li quadri ‘mportanti, o quilli ço’ le facce de l’attori o l’attrici famose”.

Anche se ai ragazzi dell’epoca importava poco, la loro utilità era legata all’opportunità di avere sempre a portata di mano un calendario che consentisse di sapere subito quali fossero i giorni festivi e quelli lavorativi. Da una parte i giorni del mese, o anche altre notizie, dell’altra le figure. Nati nell’ottocento, ma realizzati in grandi quantità nel corso della prima parte del ‘900, si può affermare che sono i discendenti diretti del vecchi almanacchi già esistenti fin dal ‘700. Fu la Rimmel, fondata a Londra nel 1834, la prima azienda ad individuare nei calendarietti tascabili dei validi strumenti per la promozione pubblicitaria. I più antichi calendario italiani risalgono agli anni intorno al 1875, e venivano prodotti dalle più importanti ditte che producevano profumi, saponi e creme varie, tipo Bertelli, Borsari, Migone, Colli Fioriti, Valsecchi, Morosetti. Tra il 1920 e il 1940, i più importanti illustratori furono Plinio Codognato (già illustratore Fiat), Nicolò De Bellis, Erberto Carboni, Filippo Romolo e altri ancora.

Questa strenna natalizia, con le pinup seminude o nude, non è mai appartenuta “a li varbieri ‘mpruvvisati de campagna, quilli che tajava li capiji la sera, a casa, perche magari avia ‘mparato a fallo sottol’arme” (durante il servizio militare). In quegli anni, i barbieri di paese o di città, erano aperti anche la domenica mattina, allora capitava spesso che tra Natale e Capodanno, qualche campagnolo capitasse “a fasse li capiji pe’ avé’ lu calendarijttu distinatu a un…pubblicu maschjle”. Nel secondo dopoguerra, i calendarietti da tasca più diffusi erano quelli dedicati al cinema. Dagli anni ’50 si passò dalle dive ritratte in baby-doll, a quelle in pose più audaci. Anche una splendida Laura Antonelli, nel 1975, posò per un calendarietto.

A rifornire le barbierie erano di solito le ditte produttrici di cosmetici, poi a consegnarli manualmente al cliente, era di solito “lu vardasciu de vottega”, appena finito de spazzolallu addossu e buttate via le schidine (schedine) vecchjé de lu totocargiu co’ cui lu varbiere ci-avia rpulito lu rasó’, se a lu criente j’avia fatto pure la varba”. Oggi questo gadget , datato motivo di turbamento per i più giovani, è oggetto da collezione. I più ricercati sono quelli realizzati dai più famosi illustratori (già citati sopra) cin rappresentazioni dell’Art Dėco e del Liberty, con fondi dorati o argentati. I meno ricercati quelli che si aprivano a fisarmonica.



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