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Corruzione in Comune, Molini:
«Se non avessi assecondato Bonci
la mia ditta sarebbe fallita»

ANCONA - Le parole del direttore tecnico della Mafalda srl di Cingoli, affidate al suo legale, per chiarire il suo coinvolgimento nell'inchiesta Ghost Jobs che il 7 novembre ha portato in manette cinque persone, tra cui il geometra comunale Simone Bonci. «Ma quale corruttore, per i lavori eseguiti ci ho rimesso 50mila euro»
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Tarcisio Molini

 

«Capii che per assecondare il geometra Bonci per il bagno era un male necessario, un male in ogni caso minore rispetto al rischio che i lavori effettivamente posti in essere dalla Mafalda non venissero liquidati». E’ la verità di Tarcisio Molini, uno dei quattro imprenditori (assieme a Marco Duca, Francesco Tittarelli e Carlo Palumbi) finiti in manette lo scorso novembre nell’ambito dell’inchiesta ‘Ghost Jobs’. Il direttore tecnico della Mafalda srl, ditta con sede a Cingoli, si trova ai domiciliari con l’accusa di corruzione aggravata, per aver fatto parte – sostiene la procura – di un sistema sorretto da scambi di favori tra gli imprenditori edili e il geometra comunale Simone Bonci. Molini è accusato di aver fornito al dipendente, anche lui ai domiciliari dopo un periodo in carcere, i materiali e la posa in opera di un bagno del valore di quasi 33mila euro (Iva inclusa). In cambio, Bonci gli avrebbe affidato opere che per l’accusa non sarebbero mai state eseguite, o parzialmente realizzate, o pagate di più rispetto al loro reale valore. Molini – residente a Civitanova – ha anche eseguito lavori connessi al restyling dei laghetti del Passetto per un progetto che, inizialmente, aveva un valore di 80mila euro. «L’unica colpa che si può muovere al Molini  – ha detto il difensore Tommaso Rossi – è non essersi opposto all’enorme cambiamento del progetto e ampliamento dei costi che il Comune gli ha richiesto nonché alle modalità di pagamento che il Comune stesso gli ha imposto. Certamente l’impresa sarebbe fallita, ma almeno il Molini non sarebbe andato sotto processo». Secondo la difesa, Molini asseconda le richieste di variazioni, «ovviamente sostenendo dei costi per la realizzazione dei lavori e la manodopera molto più elevati. Bonci gli dice di andare avanti, che non ci sarebbero stati problemi per riscuotere quanto effettivamente realizzato dall’impresa.  Siccome la variante non può coprire l’intero costo per il nuovo progetto, Bonci tranquillizzava Molini, preoccupato perchè l’impresa rischiava cosi di “saltare” e gli imponeva il modo con cui sarebbe nel frattempo pian piano stato pagato (con “buoni”) per altri lavori di cui il Comune non aveva necessità, ma aveva disponibilità di fondi. In certi casi non veniva richiesto di fare nulla, in alcuni altri un minimo di “lavoretto”». Quando la Mafalda srl sta finendo i lavori per l’accesso agli ascensori, «viene chiesto di fare dapprima un’isola ecologica al Passetto e poi una serie di lavori urgenti ai laghetti – dice ancora il legale -. Anche questi lavori sono pagati con dei buoni riferiti ad altre voci di cui evidentemente il Comune aveva disponibilità in bilancio. Il Molini non aveva di certo la “forza economica” per potersi opporre ai metodi di pagamento per i lavori realmente effettuati che il Comune gli imponeva, perché la ditta nel frattempo doveva pagare fornitori, lavoratori, oneri vari».

Simone Bonci all’ingresso del tribunale

In tutto questo si inserisce il particolare del bagno installato a casa di Bonci.  Per la difesa si tratta di «una precisa richiesta fatta dal pubblico ufficiale nei confronti di un soggetto in totale stato di sudditanza e soggezione economica e personale». Ha sostenuto Molini durante l’interrogatorio avuto con gli inquirenti lo scorso 23 dicembre: «Tentai dapprima di prendere le distanze, ma di fronte all’incalzare del discorso del Bonci, non potei chiudere alla possibilità in qualche modo di assecondare alla sua richiesta. Ciò in quanto avevo paura che, dato il suo ruolo, non tanto in vista di futuri appalti (non tanto pensando al fatto che “potessero ostacolarmi”, in quanto le procedure di gara sono talmente precise che non potrebbe anche volendo farlo), ma ben sapendo che lui era l’unico che si rendeva perfettamente conto (assieme a un altro collega, ndr) dal punto di vista contabile dei lavori che avevo svolto al Passetto (stradina, isola ecologica e laghetti). Se si fosse messo di traverso sui relativi pagamenti che erano dovuti alla Mafalda per i lavori del Passetto l’impresa sarebbe in breve tempo “saltata per aria”. Era ovvio che se volevo “limitare il piu possibile i danni” per la Mafalda dovevo a tutti i costi riscuotere dal Comune di Ancona il compenso spettante per le lavorazioni ordinate ed eseguite. Non mi potevo porre di certo domande su come e dove l’amministrazione trovasse le risorse, erano in ogni caso soldi del Comune di Ancona per lavori che la Mafalda aveva fatto e anche bene. Se non si riusciva a riscuotere i lavori fatti per l’impresa si prospettava solo il fallimento». Secondo i calcoli della difesa,  il Comune di Ancona si trova con lavori eseguiti per un valore di circa 181mila euro e pagati alla Mafalda 149mila euro. Più il bagno di Bonci: «Molini e la Mafalda costruzioni ci hanno rimesso oltre 50mila euro».

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