Applausi per “Il servo di scena”,
un collettivo affiatato e collaudato
MACERATA - Sul palcoscenico i freschi vincitori dell’ultima edizione del Festival di Pesaro per la terza domenica della 51^ “Rassegna Angelo Perugini”
di Fabrizio Cortella
La terza domenica della 51^ “Rassegna Angelo Perugini” cala il poker d’assi portando sul palcoscenico maceratese i freschi vincitori dell’ultima edizione del Festival di Pesaro. La “Compagnia Stabile del Leonardo” di Treviso ha rappresentato “Il servo di scena” di Ronald Harwood con cui sta riscuotendo successi e premi ovunque. Il testo dell’autore sudafricano, naturalizzato britannico, è una pietra miliare del teatro mondiale fin dagli anni del debutto, avvenuto a Manchester nel 1980. In Italia, già alla fine di quell’anno, fu Umberto Orsini a farlo conoscere al pubblico nostrano con una lunga e fortunatissima tournée.
Da allora non smette di affascinare gli spettatori. La trama è nota a tutti: la storia comincia nel gennaio del 1942, al culmine della “Battaglia d’Inghilterra”, mentre la Luftwaffe bombarda incessantemente le città inglesi nella (vana) speranza di piegare i Britannici alla resa. Una compagnia di giro scespiriana, decimata dal richiamo alle armi degli attori più giovani, trascina mestamente il proprio repertorio per i teatri di provincia. Ostaggio della passata gloria, il grande capocomico (per tutti semplicemente “Sir”) sembra giunto al capolinea della propria avventura artistica e umana, preda di una non meglio definita depressione senile. Gli altri membri della compagnia, assai pragmaticamente, cercano di sopravvivere come possono alla tempesta (quella fuori e quella dentro la troupe), pronti ad abbandonare cinicamente la nave un attimo prima che affondi con il suo comandante. Solamente ad uno di loro sembrano stare a cuore le sorti di Sir e di tutta la compagnia: è Norman, l’assistente-guardarobiere-tuttofare del capocomico, il “the dresser” del titolo originale. Questi profonderà ogni sua risorsa mentale e fisica affinché il vecchio leone non soccomba a se stesso e riesca a portare in scena il re Lear, in cartellone per quella sera. Ci riuscirà, ma con degli esiti tragici.
“Il servo di scena” è l’appassionatissimo atto di amore di Harwood al mondo del teatro. Un lavoro profondamente drammatico, denso, che richiede grande sacrificio agli attori e massima attenzione al pubblico in sala. Il testo è fortemente autobiografico giacché egli stesso è stato un “dresser”, per otto anni all’inizio della sua precoce gavetta, ed è, quindi, fin troppo facile rintracciare in Norman e Sir, rispettivamente il giovanissimo Ronald e l’anziano sir Donald Wolfit, l’ultimo dei grandi capocomici inglesi del Novecento.
E, parimenti, coltissimo: il tema del “teatro nel teatro” è il tòpos più celebrato e praticato dai drammaturghi. Nel secondo atto, il “dietro le quinte” a cui assiste lo spettatore gli consente di gustare, da un punto di vista inusuale e privilegiato, brani del “Re Lear”. Soprattutto, i dialoghi tra Norman e Sir sono organizzati intorno a citazioni dalle opere del Bardo che, de-costruendo e ri-costruendo liberamente il discorso scespiriano, lungi dal vano esercizio di stile, giungono a realizzare una nuova e originale composizione artistica, genuinamente “harwoodiana”. La pièce poggia la sua forza sulla dialettica serrata che si viene ad instaurare tra Sir e Norman, psicologicamente complessa e ricca di sfumature di ogni tipo. Essi, pur nella loro quotidiana intimità, vivono in due realtà affatto separate, ma gerarchicamente legate tra di loro: Sir (Giovanni Handjaras) è il dominus di quel piccolo universo che è la compagnia, un vero padre-padrone dispotico e concentrato unicamente sulla sua missione: recitare.
Possiede l’ego smisurato dell’attore di razza al cui volere e alle cui bizze tutti si devono piegare. Nessun sentimento lo smuove o lo commuove realmente: Madge (l’inappuntabile Mara Gobbo), la fedele ed arcigna direttrice di scena, lo ama senza speranze da venti lunghi anni. Norman (Massimo Pietropoli), il “servo di scena” entrato in punta di piedi nel mondo del teatro, è un giovane dall’animo sensibile che quotidianamente fugge dallo squallore della realtà per cercare rifugio nella Bellezza che il teatro, solo, riesce ad offrirgli. Ecco che, allora, Sir può dargli tutto ciò di cui ha bisogno: egli è in grado di appagare il suo bisogno estetico, ma anche intimamente psicologico, di Bellezza; può colmare la lacuna di un padre assente (“Mio padre oggi avrebbe più di novant’anni… e forse è ancora vivo da qualche parte”); può essere il suo maestro, sopra e fuori dal palco (Norman aiuta Sir a rammentare ogni sua singola battuta, declamandola esattamente alla sua maniera, persino con gli stessi movimenti e lo stesso tono di voce); può, infine, assurgere a platonico e irraggiungibile ideale amoroso. Handjaras, supportato da una incredibile voce, calda e vissuta, ha impersonato con notevole trasporto il vecchio leone donando al personaggio di Sir naturalezza, completezza e “rotondità”, per nulla scontate. Pietropoli, dal canto suo, ha giganteggiato interpretando una parte di estrema difficoltà in cui i cambi di ritmo, di tono e di postura si succedono senza soluzioni di continuità. È stato capace di rendere le mille sfaccettature di Norman, ognuna dosata con certosina precisione, senza mai cadere nella sovra-caratterizzazione: tenero e sollecito nell’occuparsi di Sir; acido e petulante nel proteggerlo dalle attenzioni interessate della giovanissima comparsa Irene (un’esuberante Daniela Piccolo); misurato nel tratteggiare la sua discretissima omosessualità. Ma è stato l’intero ensemble degli attori che ha ottimamente contribuito a mantenere il ritmo costantemente elevato, senza sbavature né distrazioni, restituendo ai presenti la sensazione di un collettivo affiatato e collaudato.
Difficilissimo, praticamente impossibile quindi, trovare delle pecche nell’allestimento drammaturgico del regista Marco Mattiuzzo. Giusto qualche difficoltà nel cogliere appieno le battute, specialmente durante i rumori di sottofondo degli allarmi aerei, allorché pronunciate nel camerino di Sir (la scenografia di Alessandro Pietropoli ha abilmente ricreato sul palcoscenico due zone ben distinte: da una parte, il back stage del teatro inglese in cui si rappresentava Re Lear; dall’altra,il camerino del capocomico). O le luci che, in qualche occasione, sono sembrate non perfettamente centrate, lasciando in parziale penombra gli attori in scena. Decisamente ben poco da obiettare, come si può vedere, ad uno spettacolo che sicuramente competerà, agguerrito, alla vittoria finale: le altre compagnie sono avvisate!



