Macerata, il quadro del rettore:
«Sta vivendo una crisi d’identità
E un algoritmo non può essere il futuro»

L'INTERVISTA DELLA SETTIMANA - Francesco Adornato traccia un bilancio a un anno dai tragici fatti di inizio 2018: «Il vecchio mondo non c'è più, quello nuovo non è comparso all'orizzonte e in questo vuoto momentaneo si è inserito un sentimento di panico e di stordimento». La fatica a ritrovare un senso di comunità: «Manca una mediazione, mancano punti di riferimento e la capacità di creare aggregazione intorno a un nuovo ideale. C'è bisogno di una grande discussione collettiva». Sul ruolo di capoluogo: «E' cambiata la configurazione geopolitica del territorio»
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Il rettore Francesco Adornato

 

di Giovanni De Franceschi

Facce felici sì, ma che nascondono una malinconia di fondo difficile da cancellare. Un po’ come nei quadri di Raffaello. Una città che ha perso punti di riferimento: il vecchio mondo si è sgretolato, quello nuovo non si vede all’orizzonte, e il presente è avaro di figure e personaggi capaci di indicare la via. Insomma, una crisi d’identità. Ma anche una crisi politica e sociale profonda. «Che cos’è oggi Macerata? Qual è il futuro che la aspetta?». Sono le domande che pone e si pone il rettore di Unimc Francesco Adornato. E a cui tenta di dare una risposta, concedendosi anche qualche frecciatina tra le righe. Lo abbiamo intervistato a un anno dai terribili fatti che hanno sconvolto la città e non solo: l’omicidio brutale di Pamela, il folle raid razzista di Luca Traini.

Rettore, com’è cambiata la città dal quel tragico 31 gennaio?

«Il primo pensiero è di pietas e partecipazione al dolore della famiglia, e poi un pensiero profondo per il percorso tragico di questa ragazza che il destino ha condotto qui. E’ un fatto importante che deve farci riflettere e che si concatena all’altro episodio (il raid razzista di Traini, ndr), due fatti che hanno sollevato qualcosa che stava sotto la crosta della città. Fatte le debite differenze, i colpi di pistola di Traini, in qualche modo hanno avuto lo stesso effetto dei colpi di pistola esplosi a Sarajevo da Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria. Quei colpi hanno di fatto dato il là alla Prima guerra mondiale, l’impero austroungarico si è dissolto, sono tornati i nazionalismi. Quel mondo di valzer, di leggerezza, di apparente tranquillità e sollievo aspettava un detonatore e così è stato per Macerata. Macerata per tantissimo tempo è vissuta appagata, chiusa in se stessa in una sorta di autosufficienza dentro un modello di sviluppo positivo che la rendeva serena, in sostanza la città era per i suoi abitanti una piccola patria. Ecco quel mondo oggi non c’è più».

Adornato_UniMc_FF-6-650x434E che mondo c’è?

«Il mondo nuovo ancora non è comparso all’orizzonte e in questo vuoto momentaneo si è inserito un sentimento di panico e di stordimento nella città. Vedo nei volti dei maceratesi una felicità malinconica, che è un ossimoro. E’ un po’ quello che capita guardando i quadri di Raffaello. E la mia preoccupazione è per le nuove generazioni, il fatto che non abbiano punti di riferimento, certezze».

Restando nel solco del paragone storico, la crisi scatenata dalla prima guerra mondiale – come ha detto – portò al rigurgito di nazionalisimi come immediata conseguenza. Oggi è lo stesso, anche qui da noi?

«Non spetta a me parlare di politica, diciamo che c’era uno schema sociale e un’aderenza politica, culturale e religiosa che accompagnava questa identità. Macerata oggi è una sorta di prototipo di un nuovo modello di essere città del centro Italia e delle Marche, oggi l’Italia del centro è qualcosa che ha perso la sua definizione e non ne trova una nuova. I marchigiani in generale sono tanti capaci individualmente, quanto mancano di impegno collettivo. E i maceratesi sono uomini con un forte individualismo».

Adornato_UniMc_FF-3-650x434Come se ne esce?

«Bisogna ritrovare un senso di comunità, che è stato lacerato dai colpi di pistola, ma si fa fatica. Anche perché manca una mediazione, mancano punti di riferimento, manca la capacità di creare aggregazione intorno a un nuovo ideale. La città e quel vecchio modello di sviluppo si è sfarinato, un processo iniziato ben prima dei colpi di pistola con il crac di Banca Marche, un colpo che ha minato la fiducia. Poi penso al sistema del pubblico impiego sui cui la città si basava, che non c’è più. Tutto questo ha portato al dissolvimento di quella piccola patria. La crisi economica e le ferite inferte al senso di comunità hanno portato ad una crisi di identità. Che cos’è oggi Macerata? Qual è il futuro che la aspetta? Non sono domande banali».

E lei come risponde?

«Si sente che Macerata vuole uscire fuori da questa situazione. Ma manca una grande discussione collettiva che riguardi la politica, l’università, la società civile, la borghesia, quel ceto medio che si è frammentato e dove si sono acuite le divaricazioni. Non dobbiamo avere imbarazzo a mettere a nudo cosa siamo oggi. Ma il futuro non si può discutere a tavolino con degli algoritmi, perché è un sentire comune. E il nostro compito è di dare fiducia nel futuro, cercare di individuare le direttrici lungo le quali la città del futuro dovrebbe muoversi».

Tra un vecchio mondo che non c’è più e uno nuovo tutto da inventare, c’è un presente in cui Macerata sembra stia perdendo sempre di più il suo ruolo baricentrico.

«Macerata ha perso anche quel ruolo di riferimento per il territorio, quella attrattiva naturale legata alle funzioni istituzionali che la città svolgeva. C’è un mutamento geopolitico in atto. L’autorevolezza e il ruolo da capoluogo va riconquistato. Bisogna costruire un modo nuovo per riappropriarsi di quell'”egemonia”, bisognerebbe mettersi insieme e studiare questa nuova configurazione geopolitca del territorio».

Adornato_UniMc_FF-9-650x434Il ritorno di Unimc a Civitanova va in questo senso?

«Il ruolo dell’università è ancora più importante in questo momento di crisi e il ruolo dell’università è innanzitutto quello di stare nel centro storico come campus internazionale, perché il centro è lo spazio che dà senso al tutto. L’idea di andare fuori dal centro la vedo come un’errore e non riesco a capirne le motivazioni. Per quanto riguarda Civitanova, la fondazione Colocci non era più in grado di reggere la presenza dell’università a Jesi e di conseguenza l’università aveva bisogno di spazi».

L’impressione è che senza l’università a Macerata resti ben poco.

«L’università è un soggetto che crea valore, culturale ovviamente, ma anche economico. Basti pensare alle lauree: l’anno scorso ne sono state celebrate circa 1.900, è facile immaginare che indotto abbiano potuto creare. E poi c’è la vitalità dei giovani che organizzano iniziative, appuntamenti, eventi. Cosa sarebbe il centro se non ci fossero gli studenti? Sicuramente senza università Macerata avrebbe un volto diverso, ma mi sembra che il suo ruolo sia sottovalutato».

A buon intenditor poche parole, verrebbe da dire. Ma quand’è che si è incrinato il rapporto con la politica?

«Penso ci siano visioni differenti, tutto qui. Anche se il nostro legame con la città resta solido».

Adornato_UniMc_FF-10-650x434A proposito, sull’ex Upim: c’è ancora una possibilità o state pensando ad altro?

«Tutto quello che è utile lo guardiamo con interesse, vedremo cosa potrà succedere».

Sisma e ricostruzione: cos’è che non va? Lei per esempio è molto legato a Gualdo di Castelsantangelo, una frazione devastata.

«Ci andavamo sempre, il rumore del Nera incanalato, gli alberi di noci: era come ritornare alla mia infanzia in Aspromonte, a quei campi dove lavoravano i miei genitori. Di ricostruzione però non sono in grado di parlare. Posso solo dire che come università abbiamo più volte scritto ufficialmente al nuovo commissario Farabollini, senza però aver mai ricevuto risposta».

(foto di Fabio Falcioni)

 



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