Verità contro menzogna,
duello a teatro
RECENSIONE - A Macerata Teatro in scena la compagnia “Quanta Brava Gente” di Grottaglie
di Walter Cortella
Proveniente dalla Puglia, è approdata a Macerata la Compagnia “Quanta Brava Gente” di Grottaglie che ha presentato “Niente altro che la verità” di Domenico Marchigiani, nell’adattamento di Fabiano Marti, che ne ha curato anche la regia. Dunque, ancora un esordio sulla ribalta del teatro Lauro Rossi da parte di una formazione giovane che ha già raggiunto, in breve tempo, traguardi di tutto rilievo.
Dopo il lusinghiero successo ottenuto al Festival di Pesaro, gli amici tarantini sono andati a bersaglio anche nella kermesse maceratese. Il pubblico ha apprezzato la riuscita performance dei quattro protagonisti della commedia, una pièce divertente ma dal deciso sapore amaro, quando addirittura non sfiora la tragedia. Il tutto comincia in una casa disabitata, nel bel mezzo della campagna. Appartiene a Giovanni che ha deciso di cederla in uso temporaneo al suo amico Marco, reduce da una recente separazione coniugale. Il suo matrimonio con Cristina è fallito. La donna ha avuto decine di amanti di cui il marito era, peraltro, a conoscenza. Ciò che non sapeva era che lei lo tradiva anche con i due suoi migliori amici, lo stesso Giovanni e Paolo. Alla base della rottura del loro rapporto, dunque, il tradimento della fiducia. Circondati da una montagna di scatoloni, i tre uomini dialogano scherzosamente. Non mancano le frecciatine, ma tra vecchi amici tutto è lecito. Questo ed altro. Tuttavia, nel corso della conversazione affiora il sospetto che quelle frasi dette e non dette possano celare qualche allusione, addirittura lo spettro di un pettegolezzo o qualcosa di più. Marco è il primo ad avere questa spiacevole sensazione. I tre sono amici da anni. Il loro rapporto è così forte che non è ammissibile che possa essere inficiato da menzogne o peggio ancora da inganni, da tradimenti. Per questo propone di giurare che in futuro il comportamento di ciascuno sarà improntato alla più cristallina schiettezza, al rispetto dell’amicizia. Mai che una bugia o una mezza verità possano incrinare la loro solida amicizia!
Il giuramento dovrà, però, avere i crismi della sacralità, perciò pretende che sia pronunciato al cospetto di una divinità. Sì, una divinità. E così tutti e tre giurano solennemente dinanzi ad un improbabile dio Arujà adorato, secondo Marco, dalle popolazioni indigene del Brasile. La sua effigie fa bella mostra di sé, appesa ad uno degli scatoloni, con il dovuto corredo di foglie e piume colorate. Ha una voce possente e quando parla la sua bocca si illumina! Tra il serio ed il faceto, i tre amici giurano di dirsi sempre la verità, nient’altro che la verità. È davvero un impegno solenne, che assumono con una buona dose di superficialità. Tanto è un gioco….. Ma i tapini non sanno che quel giuramento potrebbe influire sul corso degli eventi. Immediato il richiamo alla mente di quell’innocuo gioco di società che si fa talvolta tra coppie di amici, così, tanto per ingannare il tempo. Ciascuno deve rispondere con sincerità alle domande che gli vengono poste. Si richiede di dire la verità, soltanto la verità. Più semplice di così! Eppure quelle tranquille serate si sono spesso trasformate in piccole tragedie famigliari, con conseguenze imprevedibili e poco piacevoli. È ciò che accade ai protagonisti della commedia. Gianni, Paolo e Marco, nel rispetto delle regole del gioco, aprono i loro cuori e danno spazio alle loro verità, vagamente intimoriti dagli anatemi scagliati da Arujà.
E così ciascuno di essi finisce per scoprire che….. Ma no, forse è meglio non dire e lasciare allo spettatore il gusto di scoprire da sé come si conclude la vicenda e quali temi propone alla sua attenzione. Che cosa trionferà? L’amore o l’odio verso chi ci ha tradito? L’amicizia o la lealtà? È preferibile una verità schietta ma scomoda o rifugiarsi in una rassicurante menzogna? Una canzone degli anni ’60 diceva che la “la verità mi fa male” ed è vero, ma di certo la menzogna non scherza. Ne sa qualcosa chi rimane vittima di una calunnia o di una falsità. Nel corso della commedia di Domenico Marchigiani si alternano situazioni comiche e momenti forti, in cui tutto sembra precipitare nella tragedia. Fa riflettere ma è anche molto divertente grazie alle numerose gags intelligenti. I quattro interpreti hanno dato vita a personaggi affatto diversi tra loro. Gianni (Pasquale Arpino) è un modesto ragioniere. Conduce una vita coniugale tranquilla, accanto alla sua Francesca, della quale sentiamo soltanto parlare. Ha un aspetto dimesso e un carattere insicuro. Al contrario, Paolo (Piero Buzzacchino) è un affermato avvocato, sicuro di sé, quasi spavaldo. È scapolo per libera scelta. Marco (Giovanni Filaninno) è uno psicologo con alle spalle una fallimentare esperienza coniugale. Anche lui sembra molto deciso nelle sue scelte. Infine, Cristina (Anna Colautti), la sua ex moglie, è una donna padrona del suo corpo, sicura di sé, che sa perfettamente ciò che vuole. Lo dimostra anche sulla scena, con il suo incedere fiero, determinato, quasi di sfida. A fronte delle loro peculiarità caratteriali legate al personaggio, tutti e quattro hanno a fattor comune una elevatissima professionalità. Sulla scena sono sempre a loro agio e si muovono con assoluta padronanza dei gesti, della voce e della espressione corporea, tutte qualità acquisite in specifici corsi e in anni di militanza teatrale ad alti livelli. La pregevole performance fornita dalla Compagnia pugliese è dovuta soprattutto al regista Fabriano Marti che, con un’intelligente operazione di adattamento, ha saputo conferire al testo di Marchigiani una più decisa presa sul pubblico e un’interessante chiave di lettura. Niente altro che la verità implementa il già ricco campionario di opere di elevata qualità artistica presentate quest’anno al 50° Festival Macerata Teatro.
(Foto di repertorio)
