Camerino a due anni dal sisma,
il disperato appello degli sfollati:
«Vogliamo tornare nelle nostre case»

VIAGGIO NELLE SAE - Le testimonianze di chi vive nelle sistemazioni d'emergenza, tra boiler che non vanno, docce fredde e cattivi odori
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L’area sae a Varano

 

di Giovanni De Franceschi

«A due anni dal sisma non c’è ancora una gru e questo è troppo». Varano è l’ultima area sae consegnata a Camerino, una manciata di casette, su una strada di campagna a pochi chilometri dalla superstrada. Fulvio Esposito, ex rettore Unicam prima di Flavio Corradini, dal 29 settembre vive qui insieme alla moglie e come lui un’altra decina di famiglie. Pochi passi dentro questo mini quartiere, un odore sgradevole. «Viene dalle fogne, si sente vero?», chiede Esposito. Si sente, eccome. Uno dei “piccoli” problemi per chi è costretto a vivere qui.

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Fulvio Esposito

Un micro cosmo dove si intrecciano storie, volti, sofferenza, speranze tradite. Uno spaccato di umanità, di chi lentamente sta cercando di riprendersi la propria vita, la propria quotidianità. «Da due anni casa mia è un cumulo di macerie – aggiunge Esposito – e sono ancora lì. In tutto questo tempo ci hanno concesso solo di spostarle per permetterci di andare dai nostri animali. Noi siamo stati tra i primi a presentare un progetto di ricostruzione, ma ancora non è stato approvato. Ingenuamente avevo pensato di poter iniziare i lavori nella primavera del 2017. Il fatto che questo terremoto sia stata una catastrofe molto più grande di quella del ’97 giustifica che sia necessario più tempo per la ricostruzione, non certo che ancora si debba partire. Per il resto qui si sta bene. Il punto è: quanto tempo ci dovremmo restare? Noi peraltro siamo stati fortunati, perché prima di arrivare nella sae siamo stati ospitati da alcuni amici e dal punto di vista psicologico è stato un vantaggio: la possibilità di non allontanarsi troppo dalle tue macerie aiuta. Veder la casa venir giù è terribile». Le chiamano soluzioni abitative d’emergenza, di fatto sono surrogati delle case che i terremotati hanno perso. E chissà quanto tempo ci dovranno restare. Parlare di soluzioni di emergenza a due anni dalle scosse è un controsenso.  Una delle tante contraddizioni che chi ha scelto di non abbandonare queste terre è costretto suo malgrado a digerire.

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Mirella Bonvecchi e Cristiana Cinti

«Sono passati due anni e non si è mossa una pietra – sottolinea Cristiana Cinti – siamo stati due anni fermi. E poi quando sarà il momento di ricostruire chi ce lo dice che ci saranno i soldi? Ancora non sappiamo se la nostra casa è da demolire oppure no. Per due anni siamo stati in una casetta mobile: in cinque dentro 24 metri quadri, è stata durissima, non sappiamo neanche come abbiamo fatto a superare quella fase. Quindi qui al momento si sta sicuramente meglio, a parte qualche piccolo problema. All’inizio non c’era l’acqua calda e abbiamo dovuto chiamare un idraulico di fiducia, poi in alcune sae non funzionano i boiler. Speriamo siano solo questi i problemi, perché penso proprio che ci dovremmo rimanere a lungo qui». Ma c’è anche chi, a 15 giorni dalla consegna, non può farsi nemmeno la doccia. «Non posso – racconta Mirella Bonvecchi – perché lo scarico non funziona. Sinceramente non contavo neanche più di entrare in casetta, volevo rinunciare, era un continuo rimandare. Poi appena due giorni prima ci hanno detto che erano pronte e io e mio marito siamo venuti. Subito dopo il terremoto abbiamo dormito in cinque in una tenda. Quando mia figlia, i nipoti e suo marito si sono trasferiti, noi due siamo rimasti da soli in un container. E’ stata durissima: il freddo, l’umidità, senza considerare che col nevone del gennaio 2017 siamo rimasti una settimana isolati, senza elettricità, né acqua o telefoni. E in quel periodo ho perso anche il lavoro. Quello che speriamo è che ci ridiano casa nostra, se tutti i soldi spesi per cas e sae li avessero dati a noi, avremmo già ricostruito».

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Maria Forotti

Su tutto il territorio comunale sono 311 le sae, sparse su dodici diverse aree tra centro e frazioni, il numero più alto della provincia di Macerata: le prime sono state consegnate a Morro a marzo, le ultime il 29 settembre scorso a Varano appunto. Un ritardo pazzesco. In mezzo, tra le altre, c’è anche l’area Cortine Ovest. Si trova sotto al centro commerciale che dovrebbe essere inaugurato a dicembre, secondo le previsioni. Anche qui il tempo sembra scorrere lentamente. Lo sguardo degli anziani si perde tra le colline. Rassegnati, cercano di riacquistare quel poco di normalità che è rimasta. Una partitella a carte, due chiacchiere, una passeggiata col cane. Non resta molto altro. «Era meglio casa nostra – ammette Maria Forotti – ma bisogna accontentarsi. Io e mio marito siamo stati nel palazzetto alle Calvie fino a quattro o cinque mesi fa, quando siamo entrati qui. Passeggiamo, quando possiamo giochiamo a carte, ma qui non c’è niente. Prima avevamo la campagna, l’orto, tutte le cosette nostre. Adesso la vita è cambiata totalmente e l’unica cosa che vorrei veramente è riprendermi casa mia. Ma so che molto probabilmente non riuscirò a ricordarlo».

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Luigi Sensolini

Luigi Sensolini, 86 anni, è seduto davanti la casetta, guarda il paesaggio che ha davanti. Ha perso la moglie prima del terremoto. «La mia giornata? – dice – eccola, così. Ero solo prima e sono solo adesso. Qui sto bene, la mia casa dicono sia inagibile, ma non so se sia proprio vero. Ho fatto il muratore una vita». C’è anche chi era venuto qui per trovare un futuro migliore e si è ritrovato in una catastrofe.

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Valentyna Fedosova

Valentyna Fedosova era scappata dall’Ucraina, è finita in mezzo al più grande terremoto che l’Italia ricordi da diversi secoli.  «Da 20 anni faccio la badante – spiega – ma nel mio Paese ero un’insegnante di violino. Raggiunta la pensione, 50 euro al mese, sono venuta in Italia. Abbiamo salvato mio nipote prima che scoppiasse la guerra e venisse reclutato. Sarebbe dovuto andare a morire e non si sa bene neanche perché, per cosa. Adesso guardo il telefono tre volte al giorno, ho una paura tremenda che tornino le scosse. E’ una cosa che non possiamo controllare, siamo come formiche. Per me poi è stato il primo terremoto, come avere il mare sotto i piedi. E’ stata una sensazione tremenda, ci sono persone che hanno perso tutto in pochi istanti. Noi siamo stati per un anno e mezzo in albergo, ora siamo qui da qualche mese. Stiamo bene, anche il signore che accudisco si trova bene. Ma mancano un po’ di negozi, anche solo per compare un pezzo di pane. Così com’è non è fatto per le persone».

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Carlo Croia

Carlo Croia è a passeggio col cagnolino quando lo fermiamo. «Guardate – sottolinea – ho passato tutta la trafila: prima siamo stati in auto, poi abbiamo comprato una roulotte e ci sembrava l’Hilton, dal 3 gennaio 2017 ci siamo trasferiti in container e ora da qualche mese siamo qui. Mi trovo abbastanza bene, all’inizio qualche problemino: la televisione ad esempio non funzionava perché le scatole con gli allacci erano vuote, in alcune sae i boiler non andavano. Per quanto mi riguarda mi sono arrangiato da solo. Certo la catastrofe è stata enorme, ma non dobbiamo piangerci addosso. Quando ci sono queste calamità penso che i primi che debbano rimboccarsi le maniche siano proprio i cittadini. Noi siamo stati fortunati, essendo in sei in famiglia, ci hanno dato due sae. Ma per chi non ha un lavoro, per i pensionati, qui manca qualcosa che possa far loro vivere più serenamente la quotidianità. E’ importante che ci sia».

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L’area sae Cortine Ovest

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