Nella vita di ciascuno di noi
il posto d’onore tocca alla casa
LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Di proprietà oppure in affitto essa è un’irrinunciabile condizione dell’esistenza. L’insidia del terremoto, col Maceratese che purtroppo ha dovuto affrontare gravi disagi
di Giancarlo Liuti
“Casa mia, casa mia, / per piccina che tu sia, / tu mi sembri una badìa”, cioè un’abbazia. Di questa filastrocca non si conosce l’autore ma essa è talmente famosa in tutta Italia e talmente espressiva nella sua immediatezza da poter essere attribuita a un grande poeta. Sta di fatto che in questo “’inno alla casa” c’è un’intera visione della vita, dall’amore per le cose magari piccole, un amore che però le fa sembrare grandi, alla serenità di poterne godere notte e giorno, senza alcun limite. E forse è la prima volta che dei versi nati dalla spontaneità popolare si dimostrano capaci di raggiungere così rapidamente il nostro cuore e di suscitarvi emozioni delle quali, se venuteci per altre vie e per altre ragioni, potremmo perfino non accorgerci. Ma la casa siamo noi, essa è la prova della nostra esistenza, come una madre.
Qual è stata, del resto, la questione che specie in tempi di crisi economica ha suscitato più di qualsiasi altra anche animose proteste sociali se non la necessità di avere una casa magari in affitto e con un canone adeguato alle possibilità finanziarie di chi ne ha bisogno, e se adeguato non è ci si rassegna a rinunce in altri campi del vivere quotidiano? Qui da noi, oltretutto, va messa sulla bilancia pure la perfidia del destino, col terremoto che ha infierito in vaste zone del Maceratese e ha reso inabitabili centinaia di case per cui i Comuni e la Regione – meritevoli di apprezzamento, ma non sempre senza favoritismi – han dovuto ricorrere a provvedimenti alternativi, per esempio alle “Sae” (soluzioni abitative in emergenza, casette di legno “pronto uso”). E per il resto? Beh, siccome il commercio ha le sue non solidaristiche leggi, sono ovviamente aumentati il numero e il costo delle proposte d’affitto da privati.
Con un colpo al cerchio e uno alla botte, comunque, la situazione si è via via normalizzata e adesso una casa per viverci – in extremis quella di parenti disposti a qualche sacrificio – ce l’hanno quasi tutti. E chi proprio non ce l’ha – ce ne sono, purtroppo – s’arrangia, povero cristo, passando le notti in macchina o usufruendo di anonimi “dormitori” pubblici. In generale, però, la filastrocca detta all’inizio è sempre valida, a patto che in certi casi la si modifichi un po’: “Casa non mia, casa non mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badìa”.

Due cuori e una capanna, anche.