Severino, “Lo Zibaldone” ed io

LUTTO - In ricordo di Cesari che cambiò il volto dell’editoria italiana degli ultimi 50 anni. Una storia anche marchigiana
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Severino Cesari

 

E’ morto il 26 ottobre a Roma Severino Cesari, fondatore e direttore editoriale di Stile Libero, la collana di Einaudi che l’anno scorso aveva festeggiato vent’anni. Il 30 novembre avrebbe compiuto 66 anni. Malato da tempo di tumore, Cesari era nato a Città di Castello nel 1951. Stile Libero, fondata nel 1996, è subito diventata una collana di grande successo. Autore di un famoso libro-intervista con Giulio Einaudi, pubblicato da Theoria, Cesari ha curato anche le prime pagine culturali e l’edizione domenicale del Manifesto, tra gli anni ’70 e ’90 ed è stato tra i curatori de La Talpa Libri. Cesari ha condiviso la sua vita con il cancro sulla sua pagina Facebook, e i suoi pensieri dovrebbero diventare un libro. 

 

di Maurizio Verdenelli

E’ stato definito l’uomo che ha cambiato l’editoria degli ultimi 50 anni, senza di lui non ci sarebbero forse scrittori come Niccolò Ammaniti, Simona Vinci, Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo (“Romanzo criminale”) e di altri ancora destinati a fare felici ogni volta con la loro presenza i bravi organizzatori della nostra rassegna letteraria ‘Macerata Racconta’. Tutti ‘nati’ da lui (e da Paolo Repetti) da quella collana ‘Stile Libero’ che dava con 64 nuovi titoli all’anno spazio a nuovi, possibili talenti. Da Giulio Einaudi il silenzioso e timido Severino aveva avuto ‘carta bianca’.

“Ma chi è ‘sto frego (ragazzino, ndr) di Quinto Ginnasio che ha scritto ‘sta pappardella?!” sentenziò un redattore de ‘Lo Zibaldone’ giornale del Liceo Classico ‘Annibale Mariotti’ di Perugia, fondato dallo studente Eugenio Spagnoli morto precocemente in un incidente stradale e che l’importante famiglia finanziava nel suo ricordo. Quell’articolo constava di numerosi fogli, quelli di solito utilizzati per il fatidico compito in classe (5 lire l’uno nella tabaccheria di fronte al liceo), scritti a mano da Severino Cesari. Eravamo all’inizio di anni che avrebbero cambiato la scuola italiana: gennaio 1967. E quell’articolo ci era pervenuto tramite la cassettina aperta a tutti nella speranza di riempire, almeno ogni tre mesi Lo Zibaldone: la famiglia Spagnoli aveva infatti fatto sapere che non era soddisfatta di un giornale che usciva si è e no due volte l’anno, e minacciava di tagliarci i generosi fondi. Eppure da tempo, al Classico, fucina di futuri talenti nel mondo del giornalismo umbro e nazionale (tra quest’ultimi Massimo Bucchi, designer principe di ‘Repubblica’, Florido Borzicchi inviato del ‘Carlino’, autore dello scoop sul delitto marchigiano del catamarano, e Nunzio Bassi, direttore della scuola Rai da cui sono usciti Monica Maggioni, Francesco Greco; Alessandro Preziosi) nessuno sembrava aver voglia di scrivere per Lo Zibaldone. Dunque solo per mera necessità e ad onta del fatto che fosse ‘solo’ un ginnasiale, salvammo il primo servizio dell’uomo che avrebbe cambiato il volto all’editoria italiana dell’ultimo mezzo secolo e fatto nascere una generazione di grandi scrittori. Inoltre il ‘frego’ aveva avuto il buon gusto di firmarsi soltanto con il nome di battesimo: Severino. Il tema era incentrato sulla ‘Beat Generation’ e il pezzo, pur lungo, non era male per essere scritto da un quindicenne “che veniva dalla provincia” (sic!).

severino-cesari-1-325x252Il ragazzino in realtà era davvero in gamba e soprattutto non in competizione con noi ‘liceali’ che senza ritegno ci facevamo indegna concorrenza pur di apparire. Due i motivi: il ’68 prossimo venturo che già sentivamo nelle vene e, chiaramente, le ragazze: eterna idea fissa. Severino, sempre vestito di nero (lo avevo soprannominato un po’ impietosamente ma c’era pure affetto ‘Quello strano tipo di Mortimer’) appariva inoltre quasi avvolto volontariamente su se stesso in una mossa capriata di spalla –l’ho riconosciuta, quella postura, nelle foto di adesso, prima della sua dolorosa scomparsa la settimana scorsa. E quel sorriso amico eppure a labbra strette te lo faceva sentire vicino eppure sempre un po’ distante. Una dicotomia che non spiegavi ma in ogni caso accettavi. Severino che ogni volta sembrava volersi confondersi sulla parete retrostante e che in estate faceva lunghi viaggi (ne ricordo uno in Turchia) non voleva neppure ‘firmare’ su Lo Zibaldone. Eppure i suoi scarsi articoli erano i migliori in un giornale pur denso di firme che avrebbero fatto strada: Lucio Biagioni, per 40 anni capo dell’ufficio stampa della Regione; Mauro Natali, Mauro Volpi poi valorosi docenti universitari come Massimo Montella e Silvia Ferretti, professori di ‘primissima fascia’ all’Università di Macerata. Scriveva dunque poco Severino dal suo ‘margine’ che aveva scelto come punto di osservazione, ma non l’avevamo ancora intuito allora. Intanto era successa un fatto spiacevole: qualcuno da una finestra del Liceo, la scuola d’elite per eccellenza nella Perugia alla vigilia della Contestazione, aveva sputato sugli operai di un’officina meccanica sottostante. E il quindicenne Cesari aveva concluso la propria analisi su Lo Zibaldone: “Lo sputo sui giovani operai è, per noi, solo l’inizio di quel processo ‘logico’, preciso, chiaro, sistematico quasi industriale che ha già portato a 500.000 bimbi che lavorano, a due miliardi di persone che neppure si chiedono come faranno a mangiare, e anche a colui che, dopo aver letto questo si chiederà ‘Embe?’. E’ un prodotto anche lui”.

L’anno scolastico successivo mi ero autoproclamato, con un colpo di mano’, ‘vice direttore responsabile’ (una figura fantasmatica nel giornalismo) nominando direttore responsabile Gianfranco Lucantoni, quarantenne redattore de ‘La Nazione’ di Perugia dove io avevo intanto cominciato a collaborare. Tale ruolo mi aveva fatto fare un balzo in avanti nella considerazione della redazione, seppure a denti stretti. Da vicedirettore avevo fatto tuttavia importanti modifiche al giornalino: formato tabloid, e due pagine dedicate ‘all’altra metà del cielo’. Furono numeri importanti, uno dietro l’altro. La famiglia Spagnoli era finalmente soddisfatta. Io però avevo un chiodo fisso: ottenere una collaborazione continua da parte di quel genio introverso che faceva parte (che cavolo!) di una redazione piena zeppa della più bella gioventù del luogo: tutti superbravi e rampolli di famiglie importanti. Alla fine riuscii a convincerlo. Tuttavia Cesari impose una condizione per il suo atteso servizio dal titolo ‘Lontano dal Vietnam’. In calce sarebbe dovuto apparire soltanto l’iniziale del suo nome: S. Così fu. L’articolo concludeva in questo modo: “Oggi non riuscirò a scrivere nulla di buono. Pensavo che anch’io dovrei aver superato la lotta aperta, la tensione nervosa, il voler prendere in considerazione una realtà estranea, indifferente, il vivere giorni da ubriaco, ma non ne sono affatto sicuro. Penso che anch’io fuggirò ogni giorno, una fuga che sia solo la ricerca e creazione lentissima di un mio tempo interiore, che sia la risposta a tante domande. Penso che dovrò ancora girare a lungo per le strade, avere ancora paura. Penso che non potrò più credere a chi vorrà dirmi qualcosa, io stesso non ho niente da dire”. Era il numero dell’aprile 1968, il Movimento bussava alle porte ed anche il Pci. Fui accusato di deviazionismo socialdemocratico (pensare che mi ritenevo socialista ‘di sinistra’) e destituito in una riunione segreta in un’inaccessibile casa di campagna. A mio favore votò solo Silvia Ferretti che a Macerata avrebbe consegnato la laurea ‘honoris causa’ in Scienze della Comunicazione al Premio Oscar Dante Ferretti, molti e molti anni dopo alla San Paolo.

Severino non partecipò alla riunione ‘carbonara’. Io e Lucantoni fummo sostituiti seduta stante da una giornalista professionista indicata (forse) dalla Sinistra ufficiale la quale nel plauso degli ‘insorti’ invitando tutti a scrivere liberamente pose pleonasticamente un limite solo: “Mi raccomando: niente apologia del fascismo”.
PS. Severino Cesari, dopo la Maturità, andò a Roma dove il suo talento ebbe modo di dispiegarsi compiutamente. Avendo pure modo di partecipare a ‘La Grande Bellezza’ di Sorrentino con il grande attore maceratese Franco Graziosi (nel film il Conte Colonna).

Perugia solo qualche raro ritorno. In uno di questi, l’incontro con gli amici di un tempo. Tra questi Lucio Biagioni, già importante dirigente della Regione Umbria, che i nostri lettori hanno modo talvolta di leggere su Cronache Maceratesi. Parlarono di un libro (di Lucio) in preparazione da pubblicare su ‘Stile Libero’. “Severino non ne farà nulla” dissi all’amico, ancora entusiasta dell’opportunità. ‘Ma se abbiamo anche brindato! Perché allora?’. “Semplice: per Severino tu sei ‘arrivato’, sei istituzionale”. Andò proprio così.



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