Lo scartoccià, un lavoro e una festa
LA DOMENICA con Mario Monachesi
di Mario Monachesi
In tempi lontani, tra la fine di agosto e i primi di settembre, il granoturco (termine che sta a significare grano esotico), una volta raccolto, trasportato con i carri sull’aia e disposto in un cumulo allungato, dava il via al rito “de lo scartoccià”, cioè separare a mano le “sfoje da li tutuli (pannocchie). Il lavoro cominciava sotto la luna, rischiarato dalla luce dei lumi a olio o a petrolio. Ai componenti della famiglia che iniziavano verso “l’Avemmaria”, via via si aggiungeva il vicinato e non solo. Intorno al grosso mucchio di pannocchie gli innamorati si sistemavano accanto, come facevano anche gli spasimanti con le loro “prede” e, tra loro, frasi d’amore, promesse, sospiri e gelosie erano all’ordine del giorno.
Le pannocchie “scartocciate” finivano da un lato e le “sfoje” dall’altro. Le “sfoje” migliori venivano poi “rcapate” (scelte) per sostituire quelle vecchie nei “pajericci” (materassi). A lavoro ben avviato la serata era rallegrata dai “canti a vatoccu” (Lu somaru jó ppe’ lu fossu / lu patró va a collu tortu: / lu somaru va ragghjenne, / lu patró va biastimenne: / un gorbu a lu somaru e a chj lu mena!), dai “canti d’amore” (Non te ne accorgi che mi fai morire? / La notte mi fai perdere lo sonno, / lo giorno senza cuore mi fai jire! ), dai “canti a dispettu” (all’uomo che intonava, “‘Ffaccete a la finestra, mocciolosa; / nemmeno una camicia sai lavare, / porti una treccia tutta jennolosa / e li pedocchj comme le cecale”, la donna rispondeva “che vai facenno, merlu, de ‘ste parte, / che le contraje l’hai jirate tutte?”). Non mancava tra i presenti “lu pizzicore”, il prurito provocato dalle barbe delle pannocchie, cioè da quei filamenti che sbucano dalla punta delle pannocchie stesse. Se sfregate, liberano nell’aria un pulviscolo fastidioso che si insinua ovunque.
Il vuoto tra una grattata e un canto e l’altro, veniva riempito dalle risate provocate dalle “grasse” (crasse) battute che gli scartocciatori non lesinavano a scambiarsi. A fine lavoro la famiglia ospitante offriva la cena che consisteva nel polentone “rencoatu” (polenta solida, tagliata a fette con il filo, e messa a strati con sugo di carne in pentole di terracotta tenute a lungo sulla carbonella). Altri usavano servire “lo cece co’ le coteche” o addirittura ” l’oca arustu”. Si ha pure notizia che qualcuno, a metà serate, offriva “lu ciammellottu co’ lo vi’ cotto”. Malgrado l’ora tarda l’appetito mai mancava e alle prime note dell’organetto, i più giovani si portavano al centro “dell’ara” (aia), intanto ripulita, per dare il via al ballo, quasi sempre “lu sardarellu”. I canterini intonavano: “Lo benedico lo fior de spi’ bianco / me pizzica lu còre fora e drento, / quanno me veco la mia bella ‘ccanto”. Altre strofe continuavano: “La donna piccolina fa ll’amore / lo sa fa’ e co’ ‘na parolina / tutti ll’omini fa calà / dopo che sso calati / pori ommini sfurtunati / dopo che so calati a ffa ll’amore”. La festa andava avanti fino a che “lu vergà'” faceva notare l’ora tarda.
