Sisma, la campana non suona più

LA STORIA - Orazio Rozzi, 86 anni, vive in un container vicino la chiesetta di Santa Maria d’Alto Cielo a San Ginesio. Momenti di commozione oggi quando ha chiesto di poter ascoltare per l'ultima volta i rintocchi, durante l'intervento di rimozione dei vigili del fuoco
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Orazio Rozzi con la campana della chiesa di Santa Maria D’Alto Cielo

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di Federica Nardi

L’emozione della prima comunione, le cresime, le promesse eterne in quella chiesetta di Santa Maria d’Alto Cielo distrutta dal terremoto sono ricordi di famiglia che per l’86enne Orazio Rozzi avevano tutti una cosa in comune: il suono della campana. Che oggi è stata portata via dai vigili del fuoco, arrivati in mattinata nella frazione di San Ginesio, ma che lui ha chiesto di poter ascoltare per un’ultima volta. Perché i tempi della ricostruzione sono incerti. E dopo aver perso la casa, inagibile, quella campana che dondola mentre viene portata giù con l’autogru dalla torre è l’immagine della paura di perdere la concretezza della memoria. “Ha un suono straordinario – ha detto Rozzi – come non ne ho mai sentito da altre parti”.

I vigili del fuoco di Macerata sono arrivati stamattina con mezzi e uomini per portare in salvo la campana dalla torre della chiesa semidistrutta dal sisma. Un’operazione di recupero come altre centinaia in questo anno segnato dal terremoto ma che i residenti di Santa Maria D’Alto hanno vissuto con grande commozione. In particolare uno. “Non ha più casa, vive in un container, ora anche la campana è stata portata via, è stata un’emozione molto forte per lui – racconta la figlia Susi -. Mio padre è nato lì e da quando la casa è inagibile vive in un container proprio vicino alla chiesa. È un uomo molto religioso, tutta la nostra famiglia ha ricevuto i sacramenti in quella chiesa, al suono di quella campana, anche i miei figli. Per questo ha chiesto di poterla sentire un’ultima volta”. Due rintocchi prima che il furgone del Comune la portasse via e una fotografia sono il desiderio esaudito dell’86enne. “È stato come un saluto – dice Susi Rozzi -. Un arrivederci”.

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