Né per discendenza né per nascita:
cittadini del Paese che si ama
LA PROPOSTA - Il dibattito intorno all’introduzione dello Ius soli. Cittadinanza incentrata su condivisione della storia, della cultura, della lingua, della Costituzione e degli usi e costumi di una nazione
di Mauro Giustozzi
Negli ultimi giorni il dibattito intorno all’introduzione dello Ius soli, che sembrava essersi pacato, è tornato con forza alla ribalta tanto da diventare una pericolosa mina per il governo Gentiloni. Ciò avviene, per di più, nel mentre il nostro Paese viene preso d’assalto da masse di profughi nel totale disinteresse della UE con conseguenze devastanti sul piano dell’alimentazione di populismi e divisioni in Parlamento e nel Paese.
Mentre molti paesi hanno da tempo coniugato, e senza grossi problemi, “ius sanguinis” (per discendenza) e “ius soli” (per nascita), in Italia, il confronto politico, ancora una volta, si sviluppa per fronti contrapposti, non scevri da retaggi ideologici, incapaci di trovare una soluzione equilibrata e influenzati da opportunismi elettorali. Cui prodest? a chi andranno i voti degli immigrati? Da una parte il solidarismo cattolico e l’internazionalismo della sinistra, dall’altro, l’integralismo nazionalista e la difesa (talvolta ai limiti della xenofobia) dell’identità nazionale della destra.
La questione non è semplice ed anzi assai “divisiva” (come va di moda dire oggi) se ben 28 disegni di legge in Parlamento non hanno avuto finora esito. Andrebbe quindi valutata, al netto di stereotipi, per le implicazioni geo-politiche che comporta. Milioni di persone in cerca di benessere premono alle porte della vecchia Europa: la ricetta “buonista” ha considerato tutte le implicazioni che il fenomeno porta con sé a partire dal differenziale di natalità delle famiglie immigrate che potrebbe far saltare il welfare con lacerazioni sociali e risultati opposti all’integrazione perseguita? Inoltre, va ricordato che la cittadinanza di un stato dell’unione abilita ai diritti Ue e non è, quindi, un problema solo nazionale. A ben vedere, ius sanguinis e ius soli si fondano entrambi su automatismi: quello, soggettivo, dell’essere discendenti di italiani, e quello, oggettivo, dell’essere nati in Italia. Se lo ius soli può minare l’identità nazionale e trasformarci, secondo alcuni, in un reparto di ostetricia, lo ius sanguinis non dà risposta alla domanda di integrazione della seconda generazione di immigrati e perpetua lo schema dell’ “italiano all’estero”: figura, spesso retorica, che talvolta non ha mai visto l’Italia e che nulla ha a che vedere con essa se non, appunto, il sangue dei propri avi.
Esiste una terza via? Io credo di sì. Consiste nel riconoscere che, in fondo, il proprio Paese non è, automaticamente, ne’ quello dei propri genitori ne’ quello in cui si nasce: è invece quello che si sceglie, che si ama e si dimostra di amare. Significa privilegiare uno ius culturae et identitatis incentrato sulla condivisione della storia, della cultura, della lingua, della Costituzione e degli usi e costumi di una nazione. Dare la cittadinanza dopo una seria valutazione sull’esistenza di questi elementi, valorizzerebbe la scelta identitaria basata su motivazioni esistenziali, lontano da utilitarismi e pure convenienze come, talvolta, il doppio passaporto. L’appartenenza a un Paese e a un Popolo non può essere una questione burocratica. O è un “comune sentire” oppure non è. Ciò vale, ahimè di più, per chi italiano lo è già, da sempre, ma forse non si è mai chiesto davvero cosa significa.

Questione rilevante che molti invece tendono a relegare in seconda fila perché per me il problema non è dove si nasce,come si vive,da quanto tempo,chi sono gli antenati ma chi rispetta le regole e paga regolarmente le tasse (contribuendo quindi al benessere morale ed economico)stabilite nel paese in cui vive può dirsi cittadino a tutti gli effetti.