Gli attimi fuggenti
dei “nostri” futuristi
Si chiude domani a Jesi la mostra nazionale curata da Stefano Papetti. Negli anni ’30 il movimento trova al Convitto nazionale di Macerata, il suo nucleo fondante con la mostra di Pannaggi. Da Roma la figlia di Sante Monachesi, Luce ricorda Rolando Bravi al figlio del Professore, Paolo presente a Palazzo Bisaccioni: “La matita deve essere sempre bene appuntita, mi esortava. E mio padre: così deve essere”
“Il mio professore di arte, Rolando Bravi, mi raccomandava di temperare sempre le matite, di tenerle aguzze e pronte per il disegno. Non credevo a questo dettaglio e lo chiesi a mio padre che immediatamente mi rispose che dovevo fare proprio come Rolando mi aveva suggerito, e aggiunse che questo consiglio era centrale , efficace, perché non proveniva solo da un importante pittore ma da un indubitabile Maestro”. Così riferisce Luce Monachesi (direttrice di un’importante galleria d’arte nel centro di Roma) intervenuta in diretta da Roma via Skype per una testimonianza sul Futurismo marchigiano che il celebre papà Sante contribuì potentemente a diffondere in Italia e nel mondo. Questa voce filiale “è entrata” a Palazzo Bisaccioni a Jesi, sede della Cassa di Risparmio di Jesi, dove si chiude domani (26 febbraio) Futurismi. Percorsi nell’arte del primo Novecento, curato da Stefano Papetti presente all’evento insieme con il vicepresidente della Fondazione, Graziano Mariani ed il segretario generale, Mauro Tarantino.
Voce filiale, dunque, che si avvicinava alla testimonianza del figlio di Rolando Bravi, Paolo, presente all’incontro con gli eredi familiari (tra questi Maurizio Capponi) dei grandi futuristi marchigiani. A Paolo Bravi, editore e fotografo, è stato chiesto qualche aneddoto o scheggia memoriale del padre, un ricordo di qualche fatto e avvenimento di quei formidabili anni ’30 che vedono a Macerata coagularsi il primo gruppo futurista: Rolando Bravi, Sante Monachesi, Cleto Capponi, Ivo Pannaggi, Umberto Peschi, Bruno Tano e, più tardi, Wladimiro Tulli. Una vera e propria avanguardia di quegli anni, non solo quattro amici al bar, quanto piuttosto una parte non provinciale di quel movimento non solo italiano che ruppe la sintassi e la grammatica della “figura”, a favore di una sperimentazione diretta alla “velocità”, al segno “dinamico”, insomma una nuova poetica che si trasferì in tutta Europa. E se si osservano le tracce di questa “movimentazione” presso la mostra jesina, se ne ha immediatamente e subito un rendiconto ed una verifica. E fu Marinetti, appunto, che nella veste di talent scout, iniziò a sondare l’Italia e la sua provincia, alla ricerca di artisti che, dentro quella “velocità” e “dinamismo”, dentro quella fertile scissione e frantumazione del realismo e della figura, potessero essere alfieri del nuovo, di un mondo che stava cambiando, accelerando, entrando nel periodo (lungo) delle Macchine, e proprio nella nostra città, Marinetti trovò la sua “setta”. Qualche data è necessaria. Marinetti pubblica nel 1909 il suo Manifesto, nel 1922 presso il Convitto nazionale di Macerata, Ivo Pannaggi organizza la prima mostra nazionale dedicata al Futurismo, i nomi sono segnali sicuri: Balla, Boccioni, Depero, Prampolini, Sironi. La miccia è accesa.
I “marchigiani” si coagulano, vanno dietro alla cometa, utilizzano la sua luce abbagliante. E’ nel 1938 che viene organizzata la prima mostra di aeropittura, a Falconara, con le opere di Bravi, Monachesi, Tano, Dottori, Di Bosco, Korampay, Montanari, Peschi, Massetani, il tutto viene “condito” da esibizioni musicali di Chesimò e Mario ‘Ermete’ Buldorini (chi non ricorda gli ottimi supplì del grande amico di Pannaggi?), musica immediatamente ispirata al volo. Una mostra importante, abituati come siamo a classificare frettolosamente e troppo sinteticamente il futurismo. Per un ristoro e re\visione sarebbe utile (magari anche a mostra chiusa) aprire un libro e “guardare”. Ebbene, ne risulterà certamente la “forza” che questi antichi “alfieri” impressero al segno, la plasticità di Monachesi (cui l’Accademia ha dedicato lo scorso anno una mostra curata da Antonello Tolve e Marianne Wild, con il coordinamento artistico dell’altra figlia del Maestro, Donatella), la spirale di Peschi, il disegno prospettico e vettoriale di Bravi, tutta una fenomenologia inedita e, per quei tempi ( ma forse anche per i nostri) fresca e “purgante”. Anche oggi i sente il bisogno di cogliere nel “quadro” un discorso, un messaggio. I futuristi, nello loro apparente “rivoluzione”, partono da una radice sicura, la necessità che il segno sia ben distinguibile, certo, parlante. Per far questo è necessario, sempre, un temperino, appuntire sempre la matita… perché Futuragrà (il movimento di Monachesi e dei suoi amici maceratesi cui appartenne Rolando Bravi) ‘vincerà!’.
(M.V.)






