Un economista alla guida
del Centro Studi Marche

INTERVISTA - È Massimo Ciambotti di San Severino, attuale prorettore dell’Università degli studi di Urbino, subentrato alla guida del CeSMa all’imprenditore Franco Moschini, a sua volta nominato presidente onorario. Il neo presidente ha parlato con Cronache maceratesi dei futuri programmi del Centro, ma soprattutto del futuro delle aree terremotate

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Massimo Ciambotti

 

di Alessandro Feliziani

Da alcune settimane il Centro Studi Marche (CeSMa) ha un nuovo presidente. Per la prima volta è un economista, Massimo Ciambotti di San Severino, docente presso l’Università degli studi di Urbino, dove attualmente ricopre l’incarico di prorettore con delega al bilancio.

Professor Ciambotti, il suo mandato alla guida del Centro studi è iniziato in un momento in cui una vasta area della nostra regione, comprendente circa un terzo dei comuni marchigiani, sta vivendo gravi disagi a causa degli eventi sismici. Il programma che il CeSMa sta approntando per il 2017 e per gli anni immediatamente futuri tiene conto di tale situazione?

«Certo, non possiamo dimenticare le difficoltà del territorio ed è nostro dovere tenerne conto. Nel mese di dicembre il CeSMa ha partecipato a Borgo Lanciano di Castelraimondo ad un incontro fra le istituzioni e le categorie economiche per raccogliere fondi a favore di aziende in difficoltà nelle aree terremotate. In tale contesto – dove peraltro la Comunità dei Monti Azzurri ha annunciato la donazione di due lotti di terreno urbanizzati a Pian di Pieca con l’obiettivo di metterli a disposizione di imprese che volessero trasferirsi in quella località, tra San Ginesio e Sarnano – abbiamo preparato un progetto rivolto ai sindaci del cratere per creare una zona commerciale a Maddalena di Muccia. Riteniamo che questa area, oggi crocevia di ingresso alla catena dei Sibillini e alla superstrada mare-monti di collegamento tra le Marche e l’Umbria, possa fungere da area di mercato per la commercializzazione dei prodotti locali, favorendo l’incontro domanda-offerta a vantaggio delle piccole attività del comprensorio».

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Un evento organizzato dal Cesma

La missione del Centro studi Marche – che, ricordiamo, è intitolato al famoso chirurgo Giuseppe Giunchi, medico personale di pontefici e di presidenti della repubblica, nonché per un periodo sindaco di Serravalle di Chienti – è comunque legata al territorio soprattutto dal punto di vista delle attività culturali.

«Esatto. Il CeSMa fu fondato nel 1983 proprio con lo scopo di valorizzare le ricchezze culturali delle Marche. Personalmente ritengo che le iniziative che svolgiamo in campo culturale, a Roma o all’estero, possono favorire non solo la promozione turistica del territorio ma le stesse attività produttive delle aziende marchigiane. Per esempio, gli eventi che organizziamo nella capitale rappresentano un’occasione per far conoscere la bontà dei nostri prodotti agroalimentari sempre molto apprezzati. All’estero, collateralmente agli eventi, organizziamo presentazioni di prodotti marchigiani, sia del settore agroalimentare, sia dell’industria della moda o dell’artigianato. Inoltre, abbiamo una rete di rapporti con varie associazioni regionali interessate a visitare le Marche e quindi siamo promotori anche di tour turistici nella nostra regione».

A proposito di turismo. Nelle aree colpite dal terremoto si stava lentamente sviluppando da anni un importante turismo naturalistico, rurale, agroalimentare e di “nicchia”, in grado di sostenere e far sviluppare l’economia di quei territori. Ora che il terremoto ha messo in ginocchio quasi tutte queste attività, si rischia di perdere d’un solo colpo quanto era stato costruito. Lei, da economista, come vede il fenomeno e quali le possibilità di recupero?
«L’esperienza del terremoto del ’97 ci dice che con la ricostruzione si attivano sempre energie nuove, capaci di innovare l’offerta relativa all’accoglienza e all’ospitalità turistica. Sono fiducioso che ciò possa avvenire anche in questa occasione, nonostante la prova che attende il territorio sia molto più dura di venti anni fa. Il vero rischio è che quelle energie giovani che nel recente passato hanno saputo investire, accrescendo l’offerta agrituristica, questa volta si disperdano. Anche per questo è importantissimo ridare fiducia ai giovani, specie da parte delle istituzioni che dovrebbero favorire interventi di politica economica a sostegno di investimenti e di nuove iniziative in questo campo. Poi, si dovrebbero incentivare nuovi insediamenti produttivi. La Regione in primis deve attivarsi in ogni modo da evitare uno squilibrio tra i territori delle province».

Oltre all’edilizia abitativa e produttiva, il terremoto ha colpito pesantemente anche il patrimonio storico-artistico della regione. Lei ritiene che si possa conciliare la permanenza delle opere d’arte nel territorio di appartenenza con la salvaguardia e il godimento delle stesse?
«Io sono convinto che la rete museale, dove è raccolta gran parte del patrimonio storico-artistico presente nella nostra Regione, vada ancor più rafforzata, valorizzando maggiormente proprio il concetto di rete. Molto si è fatto, ma su questo si può e si deve fare di più, specie da parte delle istituzioni. Il terremoto pone sicuramente dei problemi di salvaguardia e di fruibilità dei beni artistici, ma questa può essere anche l’occasione per rinnovare l’offerta museale, accogliendo anche le opere recuperate dai siti distrutti o che richiederanno lunghi tempi di ricostruzione o restauro. Un punto centrale è, comunque, favorire una maggiore integrazione di rete degli stessi musei, magari innovando anche il modo di concepire il museo stesso, visto tradizionalmente come qualcosa di statico, di chiuso».

La necessità di mettere in sicurezza una gran quantità di dipinti, statue, arredi antichi ha provocato un vivace dibattito sulla collocazione delle opere d’arte e sulla loro fruizione. Lei ritiene siano da cogliere le disponibilità manifestate da altri comuni marchigiani o di altre regioni che si sono offerti di collocare le opere d’arte presso i loro musei?
«A tal proposito penso che la diatriba sia sorta su un falso problema: ben venga tutto ciò che può favorire il turismo d’arte nelle aree terremotate e se per questo può essere utile prestare opere per mostre temporanee o esporle sempre temporaneamente in musei prestigiosi lontani da noi, perché opporsi? Ritengo che non ci si debba abbandonare ad eccessivi campanilismi».

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I locali della Svila

I tempi della ricostruzione materiale dei tanti borghi e paesi colpiti dal sisma si preannunciano assai lunghi. Secondo lei questo può mettere in crisi anche la salvaguardia del tessuto socio-economico dei territori e la sopravvivenza stessa delle comunità?
«Come accennavo a proposito delle attività legate al turismo, il rischio vero è che i giovani vadano via dalle nostre zone e cerchino lavoro altrove. Noto, comunque, che c’è molto attaccamento affettivo alla nostra terra, sempre molta voglia di restare e di lavorare. Un esempio è dato dalla Svila di Visso, acquistata alcuni anni fa da un americano di origini italiane (Alexander Palermo n.d.r.) che ha trovato un ambiente di lavoro nel quale ognuno si sente come a casa, è partecipe degli obiettivi aziendali, si immedesima con essi e contribuisce ognuno per la sua parte alla creazione di valore non solo per i clienti, ma per tutti gli “stakeholder” locali, cioè la proprietà, gli stessi dipendenti, le loro famiglie e le istituzioni locali».

La Svila di Visso che, ricordiamo, produce ogni anno milioni di pizze surgelate in gran parte vendute all’estero è stata portata ad esempio anche in altre circostanze. Cosa la caratterizza?
«Prima, non a caso ho detto “ha trovato” a proposito dell’imprenditore americano. L’azienda, infatti, è nata nel 1974 con ottime capacità imprenditoriali che sono state poi valorizzate dalla nuova proprietà, che ha capito subito qual è il punto di forza dell’azienda: la voglia di lavorare, di creare, di imparare, di mettere a frutto le proprie capacità, le proprie competenze e l’affetto alla propria terra da parte dei dipendenti. Avendo trovato tutto questo, la nuova proprietà ha investito ulteriormente, arrivando ad avere oggi 140 dipendenti, tra l’altro facendo leva sulla ricchezza ambientale del nostro territorio, in primis, l’acqua. Una “famiglia unita”: così la proprietà ha definito la sua azienda. In questo senso, per riprendere il discorso iniziale, resta comunque cruciale la necessità di investimenti nel nostro territorio. In questo è necessario che la politica faccia la propria parte».

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Palazzo Claudi a Serrapetrona

Lei è presidente anche della Fondazione Claudi che in questi anni, attraverso un importante recupero edilizio e poi con diverse attività, ha “rivitalizzato” sotto l’aspetto culturale il piccolo centro di Serrapetrona. Quali sono i progetti della Fondazione e vede possibili sinergie con il Centro Studi Marche?
«La Fondazione Claudi ha investito molto nel territorio, sia con l’importante restauro di Palazzo Claudi a Serrapetrona, oggi contenitore di mostre e di eventi culturali di grande risonanza, sia con varie iniziative culturali promosse nel maceratese in questi ormai dieci anni di attività. Vogliamo continuare sicuramente anche nel 2017 e stiamo predisponendo un ricco programma che sarà ufficializzato al più presto.
Con il Cesma si è stabilita un’ottima collaborazione e le sinergie sono moltissime, soprattutto sul piano della rete di rapporti che abbiamo in Italia e nel mondo. Abbiamo molte iniziative in cantiere specie in campo internazionale. La prossima è in preparazione per il prossimo mese di aprile al Cairo, in Egitto e sarà una mostra sulla produzione della carta. Ma di questo ci sarà occasione per parlarne».


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