Speriamo che il Diciassette
non ci porti troppa sfortuna

Un’intervista impossibile. Questo numero ha una secolare vocazione iettatoria ma stavolta sembra disposto a fare eccezione. Sarà vero?

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di Giancarlo Liuti

La notte di venerdì scorso, credo in sogno, ho ricevuto la visita di uno stranissimo tipo che continuamente si trasformava, dapprima era un bambino, poi un ragazzo, poi un adulto, poi un vecchio, poi tornava ad essere un bambino e ricominciava daccapo. Alla fine, dopo qualche minuto di sbigottimento, mi son fatto coraggio e gli ho chiesto chi diavolo fosse. “Il mio nome è Diciassette – ha detto – e siccome non amo la troppa confidenza preferirei che mi si chiamasse signore e mi si desse del lei”. Gli ho risposto un po’ risentito: “Guardi che io dormivo, lei m’ha svegliato e non mi pare che il suo comportamento sia stato da veri signori”. E lui: “Lasciamo perdere il galateo. Se sono qui è per ragioni molto serie che riguardano l’imminente futuro. Diciassette, ripeto, è il nome mio. O meglio: io sto nascendo e sarò l’anno che vi toccherà di vivere”.
Lei dunque sarebbe il Duemiladiciassette?
– Esattamente. Ma non consideri le migliaia, che appartengono al passato e piacciono solo agli studiosi di storia. Tenga comunque presente che io, Diciassette, non vivrò a lungo ma soltanto dodici mesi. Trecentosessantacinque giorni nei quali ne combinerò di belle e di brutte.
– Scusi se glielo dico, signor Diciassette, ma il suo nome mi fa temere che le brutte saranno molto più frequenti delle belle.
– Cioè?
– Fin dagli antichi greci e romani il 17 era un numero che portava sfortuna e incuteva paura. Tremendo, nel calendario gregoriano del 1582, era poi considerato il giorno Venerdì 17, tanto che la gente non usciva di casa. Per quanto riguarda il Maceratese, del resto, di Venerdì 17 ce n’è stato uno pure quest’anno, nel mese di giugno, e il nostro litorale è stato squassato da mareggiate così forti che in estate non s’erano mai viste. Lei porta disgrazia, caro signore, ed io mi sto già toccando dove mi è stato consigliato che conviene toccarsi.
– Superstizioni, signore, sciocche superstizioni. E il terremoto dove lo mette? Non è forse cominciato l’estate scorsa, quando io stavo ancora nel grembo degli dei? Spero che lei non voglia incolparmi di una cosa nella quale non c’entro per nulla. Parliamo di me, invece, che sto appena nascendo e lei assurdamente già mi accusa di essere uno iettatore”.
– Sia ragionevole, signor Diciassette. Ricorda la prima guerra mondiale con tutte quelle cataste di morti? Non mi dirà che lei non c’entrava.
– Certo che c’entravo, ma in compagnia di altri anni che io neanche conoscevo: il Quindici, il Sedici, il Diciotto. Dare solo a me la responsabilità di quell’orribile strage è un’autentica vigliaccata.
– Senta, non prendiamoci in giro. Che il Diciassette porti male lo diceva pure Pitagora e sta scritto perfino nell’Antico Testamento a proposito del diluvio universale. Ma questo m’interessa fino a un certo punto. Io, egregio signor Diciassette, mi preoccupo soprattutto di ciò che lei farà succedere a Macerata, dove vivo e vorrei stare tranquillo.
– Ma io avrò tantissime cose da fare e di Macerata potrei perfino fregarmene …
– Magari fosse così! Sarebbe meglio che lei non si occupasse di nulla e invece mette il naso dappertutto. E non si salverà neanche Macerata. Ma veniamo al sodo. Il sindaco Romano Carancini ha annunciato che nel corso del nuovo anno saranno compiute varie cose per il benessere della città, come la strada Mattei-Pieve, il “polo” alle Casermette, il centro giovanile ai Salesiani, la riqualificazione del Centro Fiere e il recupero della ex Gil. E lei, signor Diciassette, in che modo si comporterà? Gli metterà i bastoni fra le ruote com’è nel suo maledetto potere?
– La ringrazio per ciò di cui m’ha così bene informato e stia sicuro che ne terrò conto.
– Povero Carancini, lei gli butterà tutto all’aria? Ci rinunci, la scongiuro.
– Beh, cercherò di farle questo favore.
– Me lo promette?
Ma qui il signor Diciassette ha atteggiato il suo viso a un perfido ghigno e s’è dileguato nel buio senza rivolgermi nemmeno un saluto.


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