Il Bramante ricorda Leonardo Natali
con il suo “amico” ricercatore
MACERATA - Il responsabile di Genomica dell'università di Bologna ha dialogato con gli studenti dopo aver accompagnato nella sua malattia il ragazzo petriolese morto a 17 anni
Nel rapporto annuale di Eduscopio della Fondazione Agnelli, che confronta la posizione tra gli istituti tecnici del settore tecnologico e economico in un raggio di 30 chilometri, l’istituto “Bramante” di Macerata, spicca con la sua terza posizione dopo due istituti di Jesi ma occupa la prima posizione nella provincia di Macerata rispetto all’Itas “Matteo Ricci” che è settimo e all’agrario “Garibaldi” ottavo. Un risultato ottenuto per il secondo anno consecutivo anche per l’offerta formativa, che si è arricchita di un altro importante evento. Sabato scorso infatti, all’assemblea d’istituto è arrivato Pierluigi Strippoli, ricercatore universitario responsabile del laboratorio di Genomica del dipartimento di Biologia e Genetica dell’università di Bologna. Un titolo importante portato con leggerezza ma anche con profonda consapevolezza da un medico che oltre a occuparsi di rilevanti ricerche nel suo campo, ha il coraggio di seguire gli ammalati nel loro percorso che non è sempre quello sperato.
“Un anno fa – dice la professoressa Elisabetta Marcolini – quando ha conosciuto all’ospedale Rizzoli di Bologna Leonardo Natali, (lo studente petriolese morto a 17 anni lo scorso giugno, leggi l’articolo, ndr) ha poi accompagnato lui e la sua famiglia nei lunghi mesi della malattia e non li ha più lasciati: è nata un’amicizia che oggi l’ha portato anche a incontrare i ragazzi dell’Itcat, insieme alle classi 4 e 5 dell’Ips “Pannaggi” venute anche loro per ascoltarlo. È stata un’occasione per approfondire la genetica e insieme l’affetto per l’indimenticabile Leonardo. I suoi studi riguardano la sindrome di down, la trisomia 21, che è una disabilità intellettiva costituzionale e riguarda 1 ogni 700 neonati. Jerome Lejeune di Parigi è stato il primo nel mondo a scoprire e pubblicare delle ricerche sulle cause genetiche di questa sindrome.
«Si pensava di dare la causa a molti disparati fattori mentre si è accertato che si tratta solo di una questione cromosomica. L’unico fattore riconosciuto costituisce in realtà solo un rischio maggiore, ma con un’incidenza minima, legato all’età avanzata o viceversa molto giovane della madre. Perché la vita è un avvenimento che si trasmette con i cromosomi e tutti nasciamo come una sola cellula» ha spiegato il professor Strippoli alla platea attenta e pure stupita di quasi 300 studenti, anche attraverso numerose immagini e un video. Oggi il professor Strippoli continua con il suo gruppo queste ricerche di cui ha parlato diverse volte con Leonardo che gli chiedeva tanto, ascoltava e valutava tutto, benché provato dalla sua malattia: invece non parlava molto perché “le parole non vanno sprecate”.
Molte le domande da parte degli studenti: “Lo shock rimane tutto – risponde Strippoli- quando i genitori hanno questa diagnosi per un figlio, ma tanti di loro che l’hanno accettata dicono che oggi non rinuncerebbero mai al loro bambino”. C’è chi sostiene che sono bambini meravigliosi così: e allora perché curarli? Il professore non si accontenta: “Siccome amiamo il malato, amiamo la sua malattia ma vogliamo curarlo perché vogliamo il suo bene, vogliamo che stia bene: amiamo malato e odiamo la malattia”. A tutti chiede: “Il traguardo nella vita è il successo, il lavoro… o è amare e essere amati? Ho conosciuto una mamma: al medico, che l’avvertiva che, se fosse nato, quel figlio con la sindrome di down non avrebbe mai potuto vincere i 100 metri o studiare a Harward, ha risposto: “Perché lei l’ha fatto?”



