I cinquant’anni di oblio
per Augusto Marchesini

Ma ora lo salva un libro di Mirko Grasso sui suoi meriti professionali, culturali e sociali. Un carattere rigoroso e difficile. I trecento milioni per la formazione musicale dei giovani. L’opaca sorte delle sue volontà testamentarie

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di Giancarlo Liuti

Corrono tempi nei quali si vive la quotidianità del presente ignorando il passato e non pensando al futuro, per cui non ci si deve stupire se personaggi che in altre epoche hanno avuto un ruolo importante nella città e anche al di fuori dei confini cittadini sono vittime di un inesorabile oblio. Un plauso dunque a chi si propone di ricordarli e di porre in luce i loro meriti in un libro. Stavolta, poi, per il personaggio di cui ci accingiamo a parlare, l’oblio è in qualche misura dipeso dalla spigolosità di un carattere che lo indusse a non deflettere mai dal rigore delle proprie idee e a non cercar di stabilire rapporti di reciproca simpatia coi detentori del potere. Ma anche per questo è giusto, oggi, rendergli omaggio e rievocarne l’attività in vari campi, da quello strettamente professionale a quello delle benemerenze sociali e dei multiformi e incessanti interessi culturali.
Il libro s’intitola “Dal regno d’Italia alla Repubblica. Le opere e i giorni del notaio Augusto Marchesini (1873-1954)”, edizioni dell’università di Macerata. E l’autore è il professor Mirko Grasso, già noto per varie pubblicazioni sulla storia del Mezzogiorno ed ora insegnante di lettere al nostro istituto tecnico agrario. L’incarico gli è stato affidato dall’università ed è stato finanziato dalla fondazione “Notaio Augusto Marchesini” che continua ad operare nel nome di chi l’ha creata. Qual è il filo conduttore del libro? Soprattutto la radicale, ferma e gelosa certezza di Marchesini sulla funzione etica della professione notarile, una certezza che rimase intatta a prescindere dalle varie fasi storiche, dapprima l’Italia umbertina, poi quella giolittiana, poi quella fascista e infine quella della costituzione democratica. “Sono sempre stato repubblicano mazziniano”, lasciò scritto di sé. E ancora, ormai avanti negli anni: “Sono diventato vecchio senza essere stato giovane. Sempre incompreso. E incompreso pure il mio austero altruismo. Sono un galantuomo senza macchia e senza paura”.

Ritratto di Augusto Marchesini agli inizi '900

Ritratto di Augusto Marchesini agli inizi ‘900

Laureatosi in giurisprudenza a Macerata nel 1895, egli trascorse alcuni anni a Roma specializzandosi in questioni economiche e scrivendo un trattato sul commercio del bestiame che fu apprezzato a livello nazionale. Poi tornò a Macerata e trovò lavoro presso la Congregazione di Carità, della quale, più tardi, ebbe a dire: “Le rendite vengono assorbite da orde di famelici e incompetenti nominati soltanto per virtù della tessera di partito in cui sono entrati a scopo mangereccio”. Ed era l’inizio del Novecento! Fin da allora non vide di buon occhio i partiti, il che trovò conferma non già nella sua militanza nel fascismo, che non vi fu, ma nell’apprezzare l’ordine sociale imposto dell’ideologia mussoliniana, che tuttavia, dopo la durissima fase conclusiva della guerra mondiale, definì come segue: “Ho il cuore angosciato nel vedere la mia Patria, che amo tanto, calpestata e vilipesa dallo straniero in conseguenza delle malefatte di un re vigliacco e spergiuro e di un avventuriero criminale, volgare e inetto che l’hanno piombata nel caos e nella rovina”.
Speranza di ottenere favori dalla nuova classe dirigente? Figuriamoci! Più semplicemente la riaffermazione di quella sua intransigente indipendenza da tutto e da tutti, ad eccezione della professione che per cinquant’anni fu per lui una ragione di vita (ben 11.168 atti organizzati in 153 volumi e 783 testamenti). Divenne notaio nel 1904, prima a Belforte del Chienti, poi ad Appignano, poi a Corridonia e infine, nel 1924, a Macerata, dove via via seppe affermarsi come il numero uno della categoria. Interessi culturali? Molti, in un eclettismo (paleografia, diplomatica, archivistica, storiografia, viaggi all’estero) che ben dimostra l’ampiezza della sua apertura mentale.
Non facile, per Mirko Grasso, la stesura di questo libro. Sia per la difficoltà di trovare notizie (l’oblio, le ombre pesanti dell’oblio!) sia – ripeto – per l’autonomia intellettuale di Marchesini da tutto e da tutti. Ma non poco è riuscito a mettere insieme, il professor Grasso, ricavandolo dalle testimonianze dei pochi che lo ricordano, dai suoi diari, dalle sue lettere e dagli articoli di cronaca che come giornalista lui scrisse per la Tribuna di Roma e per il Corriere della Sera di Milano. E i suoi rapporti, dal dopoguerra in poi, col Comune di Macerata? Pessimi: “Mai il Comune, amministrato con criteri unilaterali e spenderecci, mi ha usato alcuna deferenza considerandomi un individuo da lasciarsi in disparte salvo a spennarlo con imposte informate a malignità e ingiustizia”. E si scontrò subito, nel ’46, col primo sindaco democristiano Otello Perugini per la proprietà di un palco al teatro Lauro Rossi.

Il notaio Marchesini con la famiglia

Il notaio Marchesini con la moglie Livia Lauri e col giovane e futuro notaio Mario Affede

Ma veniamo al Marchesini benefattore, un gioiello, questo, che merita un capitolo a parte. Appassionato di musica lirica e specialmente bandistica, fin dal 1950 manifestò l’intenzione di creare “una buona banda cittadina che a Macerata vergognosamente difetta” progettando di istituire anche una fondazione a suo nome: “Un istituto o ente che deve essere apolitico ed esclusivamente a vantaggio dei maceratesi poveri e di altri provenienti da famiglie oneste, serie e dabbene, con esclusione assoluta dei bacati, fannulloni e politicastri”. Inoltre espresse il desiderio che alla sua morte “la via dei Sibillini ove trovasi la mia casa venga intitolata al mio nome. Fra tanti nomi di forestieri e illustri sconosciuti il mio nome onorato e di antica famiglia maceratese potrà benissimo essere ricordato nella più modesta via della città”.
Morì nel 1954, a 81 anni, e nel suo testamento, oltre a lasciti per la biblioteca “Mozzi-Borgetti” e per il museo marchigiano del Risorgimento, dispose ben trecento milioni di lire (una somma che a quei tempi avrebbe reso ricca più di una famiglia) destinati a finanziare un “Ente per l’educazione e l’istruzione musicale e bandistica dei giovani residenti a Macerata, Appignano, Corridonia e Urbisaglia”. A far da traino alla realizzazione di questa volontà si formò nel giro di due anni una “Banda Notaio Marchesini” comprendente 75 esecutori di varia provenienza e diretta – scherzi dell’omonimia – da un Marchesini che aveva guidato a Roma la banda della pubblica sicurezza. Ottime esecuzioni anche fuori Macerata ed entusiasmo popolare in città. Il che durò qualche anno, poi la banda si sciolse. E le scuole musicali? Niente. Su queste ultime vicende Grasso non si sofferma perché la sua ricerca doveva limitarsi a ciò che il notaio Augusto Marchesini era stato e aveva fatto da vivo.
Comunque, sia pure senza commenti, il libro si chiude con un articolo dell’Avvenire d’Italia uscito nel 1965, dove si rivela che il testamento s’era concluso così: “L’amministrazione dell’ente sarebbe considerata decaduta qualora si rendesse inadempiente a quanto categoricamente disposto dal testamento e in tal caso l’amministrazione di tale ente passerebbe al locale istituto salesiano”. La qual cosa è avvenuta. Misteri? Sta di fatto che le scuole di musica non hanno mai funzionato e la via dei Sibillini ha continuato a chiamarsi via dei Sibillini. Ingratitudine del potere politico? Chissà che ne pensa l’anima del notaio Augusto Marchesini in qualche parte di un paradiso laico dove ora si trova.


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