Un ragazzo maceratese
a tu per tu con il mondo
Franco Clementi e il suo eccezionale spirito d’iniziativa in cui compaiono la regina Elisabetta, Eisenhower, De Gaulle, Kruscev. La vicenda del sigaro di Churchill
di Giancarlo Liuti
“I ricordi. Dalle rive del Chienti a quelle del Tamigi e della Senna” è un libro nel quale il maceratese Franco Clementi racconta la sua straordinaria esperienza di vita. Straordinaria perché iniziata a ventuno anni, nel 1954, quando trasferirsi in Inghilterra per imparare l’inglese era un’avventura – oggi è molto diverso – nient’affatto comune. E straordinaria perché nel corso degli anni il suo spirito d’iniziativa lo portò a stretto contatto con persone che allora dominavano il mondo: la regina Elisabetta, il presidente americano Eisenhower, il presidente francese De Gaulle, il presidente russo Kruscev.
Io me lo ricordo bene, Franco Clementi, quando in viale Carradori noi quindicenni – con Americo ed Enrico Sbriccoli, il futuro Jimmy Fontana – giocavamo talvolta alla corsa di palline su un circuito di terra, ma lui non vi partecipava e stava per conto suo, già pensando, forse, a qualcosa di più importante delle palline di vetro. Poi lo persi di vista. E adesso lo ritrovo in questo libro che mi dà la misura di una persona la cui intraprendenza, ripeto, è straordinaria specialmente in chi è nato a Macerata , una città che può vantare tante virtù civili ma non quella del coraggio di osare, porsi in gioco, sfidare il domani.
E veniamo alla sua vita. A vent’anni, diplomato ragioniere, si iscrive all’università di Perugia e poco dopo un amico gli dice che dall’Inghilterra arrivano offerte di lavoro, una delle quali riguarda un’occupazione alla pari da giardiniere presso due coniugi di mezza età in un villaggio di Broxton a due passi da Chester. Lui risponde, viene accettato e li raggiunge. Per fare cosa? Non soltanto curare il giardino e a forza di braccia spianarne gli avvallamenti ma anche lavare i piatti e pulire la casa. Loro lo trattano come un figlio, gli si affezionano fino al punto d’impartirgli quotidiane e sistematiche lezioni d’inglese.
Ma Londra è lontana e lui ha in mente Londra. Così le si avvicina spostandosi, sempre alla pari e sempre come giardiniere, in una famiglia del Surrey, dopodiché, attraverso un’agenzia di collocamento, compie il suo primo salto in un’istituzione pubblica: l’Ambasciata del Belgio a Londra. Per fare cosa? Lo “chauffeur du chauffage”: provvedere al riscaldamento tenendo accese notte e giorno due grosse caldaie, il che imponeva un continuo trasporto di carbone da fuori con una pesante carretta. Nove mesi dopo, ecco la svolta. L’ambasciatrice, infatti, gli chiede se è disposto a sostituire un cameriere del maggiordomo e lui non se lo fa dire due volte. Passano altri mesi e il maggiordomo lascia l’ambasciata per cui a Clementi viene offerto di sostituirlo. Figuriamoci se rifiuta. Dunque maggiordomo, una bella carriera.
E qui mi corre l’obbligo di spiegare cosa s’intende con la parola “maggiordomo”, che è chi sorveglia e dirige il personale di servizio in una reggia, in una dimora nobiliare o in un’istituzione pubblica come un’ambasciata occupandosi delle spese di normale amministrazione, organizzando le cerimonie ufficiali e curando i doveri dell’ospitalità e il buon andamento di tutto. Un maestro di palazzo, insomma. O, meglio, un sovrintendente dotato di non pochi poteri, per cui, dal minuscolo, ritengo giusto passare all’iniziale maiuscola: Maggiordomo.
Ormai Clementi conosce perfettamente l’inglese parlato e scritto, ma nell’ambasciata del Belgio c’è anche un’altra lingua, il francese. E lui se ne sente attratto a tal punto che nel 1958 – cambiati gli ambasciatori, ai quali è molto legato – si propone, subito accettato grazie alle sue referenze, come vice maggiordomo all’ambasciata di Gran Bretagna a Parigi. E lì avrà inizio il capitolo di gran lunga più importante della sua vita perché, promosso quasi subito Maggiordomo, avrà continui contatti con personaggi di caratura planetaria e si occuperà direttamente di loro.
Il primo episodio riguarda Winston Churchill, uno dei vincitori della seconda guerra mondiale, al quale De Gaulle assegnò la Croce di Lorena, una delle massime onorificenze francesi, all’attribuzione della quale l’ormai molto anziano Churchill partecipò di persona. Dopo il pranzo Sir Winston sedette in salotto e si mise in bocca uno dei suoi celeberrimi sigari cubani fatti apposta per lui e Clementi glielo accese con la fiamma di un candelabro. Poi Churchill, fumatone una metà, lasciò il resto in un portacenere e si appartò. Che fece, allora, Clementi? Prese il mezzo sigaro spento e alcuni giorni dopo si recò in una bigiotteria dove acquistò una teca d’argento e cristallo in cui conservare quella che lui considerava una specie di reliquia laica.
Il secondo episodio, del 1959, riguarda l’ancora regnante Elisabetta II che al ritorno da Roma sostò all’Ambasciata inglese di Parigi e lì, saputo del Maggiordomo Clementi, lo mandò a chiamare, gli tese la mano e gli disse: “Lei è italiano, no? E di che parte dell’Italia?”. “Della zona di Ancona”, le rispose, emozionatissimo, Clementi, per farsi capire meglio. Allora la regina: “Tempo fa sono sbarcata ad Ancona col Royal Yacht, bella la città e molto belli i dintorni. Lei è fortunato, complimenti!”.
E veniamo al terzo episodio: il summit, svoltosi nel 1960 all’ambasciata inglese di Parigi nel tentativo – erano tempi di “guerra fredda – di raggiungere un’intesa fra i leader del mondo, quelli dell’Occidente e il sovietico Nikita Kruscev. Poco prima un aereo-spia americano era stato abbattuto presso gli Urali dai mig russi e Kruscev si aspettava che Eisenhower si scusasse per quella invasione di campo. Ma le scuse non vennero e il capo sovietico, infuriato, si isolò dal summit, si ritirò nelle stanze che gli erano state assegnate e partì anzitempo per Mosca. La “guerra fredda”, dunque, si era di colpo “scaldata”, tanto che l’anno dopo, Kruscev iniziò a far costruire il “Muro di Berlino”. E quale fu, in questa occasione, il ruolo, secondario ma indispensabile, del Maggiordomo? Attenuare i contrasti, per quanto possibile, curando le camere in cui s’era chiuso il capo del Cremlino (“Non mi degnava neanche di uno sguardo”, racconta ora Clementi) e provvedendo al suo breve soggiorno.
Ma Franco aveva l’Italia nel cuore e non vedeva l’ora di tornarci per sempre, cosa che avvenne nel 1962. Dovette fare il servizio militare, frequentò la facoltà di economia e commercio di Ancona e lì si laureò. Poi, ottenuta l’abilitazione, insegnò per vari anni l’inglese all’Istituto professionale per il commercio nelle sedi di Macerata e San Severino. L’insegnamento lo lasciò nel 1967 e dedicò la sua inesauribile intraprendenza alle imprese industriali marchigiane diventando direttore commerciale della “Bontempi”, giocattoli musicali, e della “Farfisa”, fisarmoniche, e continuando a viaggiare in Europa e oltre i confini europei. E adesso? Si gode un meritatissimo riposo nella sua bella casa di Macerata.
Riposo? Mica tanto. Torniamo al sigaro di Churchill che lui, gelosissimo, continuava a tenere con sé nella teca di cristallo. Bene. Proprio l’anno scorso gli è venuta l’idea di donarlo all’ambasciatore inglese a Parigi. Così ha preso l’aereo e gliel’ha portato ricevendone un’ammirata e commossa gratitudine. Ora quel sigaro, nel quale c’è anche un po’ di Macerata, è esposto in una sala dell’ambasciata.
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