“L’Italia che non volle morire”
negli anni finali della guerra
Un libro di Lino Palanca sulla situazione di tre comuni dal ’44 al ’46. Tenacia, pazienza, generosità. Con Macerata sullo sfondo
di Giancarlo Liuti
Stavolta Lino Palanca, il fondatore e direttore della rivista culturale “Lo Specchio”, ha indossato i panni dello storico e col libro “L’Italia che non volle morire” si è occupato delle vicende di Recanati, Loreto e Porto Recanati negli anni conclusivi della seconda guerra mondiale. Sono centosessanta pagine fitte di documenti scritti, testimonianze orali, fotografie e una straordinaria moltitudine di nomi. E perché limitate a quei tre comuni? Per un trasporto dell’animo, lui portorecanatese ma profondamente legato a Recanati, sua “città madre”, e a Loreto, sua “città sorella”.
Anche Macerata, forse, avrebbe bisogno di un analogo e altrettanto analitico viaggio nella memoria. Qualcosa del genere fu lodevolmente compiuta, quattordici anni fa, da Franco Torresi coi volumi “ La città sul palcoscenico dal 1884 al 1944” e soprattutto, nel 2005, con “Dai documenti la storia, 1943-44, anni duri a Macerata e dintorni”, nel quale si parla dei movimenti resistenziali cittadini – la parola “libertà” veniva scritta nottetempo sui muri – e delle indagini di polizia che tentavano invano di soffocarli. Ma il libro di Palanca, ora, pur limitato a tre comuni, ha un’ampiezza che si estende ai molteplici aspetti civili e sociali di quelle società. E non solo. Esso infatti è perfino attuale, perché anche oggi è in corso, nel mondo, una guerra sempre più vicina a noi e perché anche oggi la nostra democrazia vacilla a causa dei virus autoritari che le si stanno diffondendo dentro , per cui l’espressione “L’Italia che non volle morire” non è soltanto un ricordo del passato ma diventa una speranza per il futuro.
Da tale minuziosa ricerca non ci si deve aspettare che emergano fatti di eclatanza nazionale, tali da far credere che in questo angolo di Marche aperto sul mare siano state compiute imprese a tal punto significative da aver lasciato il segno nella storia italiana di quel tempo. Ma il merito dell’autore sta nell’aver rappresentato le virtù – tenacia, pazienza, generosità – della gente comune, non priva , dalle nostre parti, di quel tanto di fatalismo che per sua natura si esprime anche in forme di solidarietà verso gli altri. E Palanca l’ha fatto citando tantissime singole persone ormai dimenticate.
Cos’è, in particolare, che lui pone in risalto? L’accoglienza riservata in due fasi ai profughi italiani provenienti da Zara, l’accoglienza in città e in campagna degli ebrei che tentavano di mettersi al riparo dalle persecuzioni razziali fasciste e naziste, l’accoglienza degli sfollati da Macerata, da Ancona e da Livorno dopo i bombardamenti angloamericani (l’eccessiva vivacità dei livornesi non piaceva a coloro che li ospitavano ma si chiudeva un occhio e li si sopportava). I problemi non mancavano, sia per il cibo che per la sicurezza. A Recanati, per esempio, i non recanatesi sopraggiunti a causa delle già dette ragioni erano 4.694 su una popolazione di 6.500 abitanti!
Né si deve credere che questi luoghi fossero risparmiati da pur modesti lanci di bombe da aerei. Per via del fiume Potenza e dei suoi ponti, Porto Recanati ne subì ben 140, ad opera prima degli alleati che ostacolavano il ricompattarsi della Wehrmacht nella “Linea Gotica” in formazione dal Tirreno fino all’Adriatico pesarese e poi dei tedeschi che intendevano frenare l’avanzata da sud degli alleati. Eppure, nonostante ciò, le informazioni comunicate alla prefettura repubblichina di Macerata erano abbastanza concordi nel dire che la loro situazione era “discreta”. E non è questa una prova della volontà di non morire?
Il prezzo da pagare per quegli anni è stato alto, soprattutto a causa della furia devastatrice dei tedeschi in fuga nei primi mesi del ‘44 (le tre città furono liberate all’inizio di luglio) con danni ai fabbricati e alle aziende che a Recanati furono stimati in trenta milioni di lire, una cifra, per allora, assai ingente. I tedeschi arraffavano tutto, perfino le uova (da Castelfidardo giunse a Recanati l’ordine di “requisirne” cinquecento). Ma la gente, in quei tre anni, resistette. Una resistenza diversa dalla Resistenza con la lettera maiuscola che si sviluppò nell’alto Maceratese, ma anch’essa diffusa e tenace, come dimostra , a partire dall’ottobre del ’43, il fallimento del reclutamento di lavoratori coatti da spedire in Germania o nella Repubblica di Salò. A Recanati, Loreto e Porto Recanati, infatti, furono moltissimi i giovani che scelsero la via della clandestinità , in città, nelle campagne o, alcuni, in montagna per unirsi ai partigiani. Nel marzo del ’44, verso la brigata del maceratese e medaglia d’oro Achille Barilatti operante in armi sulle alture di Cessapalombo si diressero una ventina di portorecanatesi che si salvarono dall’eccidio di Montalto solo perché avvertiti appena in tempo da un contadino, ma in quel massacro trovò la morte il recanatese Bebi Patrizi.
Poi, nel ’45 e nel ’46, la lenta ripresa civile e sociale. Palanca fornisce dati sugli orientamenti politici che già prefiguravano la futura situazione nazionale e locale. Nel voto del ’46 per l’assemblea costituente, quei tre comuni videro la vittoria della Democrazia Cristiana con oltre il trenta per cento. Diverso, in quell’anno, fu il risultato delle prime elezioni amministrative, con effetti che, sebbene non sempre, si sarebbero protratti nei decenni futuri. A Loreto prevalse la Concentrazione Repubblicana (Psi, Pci, Pri, Partito d’Azione) con un sindaco socialista e a Porto Recanati una coalizione socialcomunista pure con un sindaco socialista, mentre a Recanati si affermò largamente la Dc e democristiano fu il sindaco.
Ma nel libro c’è molto altro: gli schedati dalla polizia fascista in quanto pericolosi per l’ordine pubblico (118 a Loreto, 91 a Recanati, 14 a Porto Recanati), i collaborazionisti col regime, i successivi processi contro di loro, le condanne (ma nessuna vendetta sanguinosa), la carestia, la fame, il mercato nero dell’olio che arrivava in treno dal meridione ed era atteso con ansia in stazione dalle massaie di Porto Recanati, l’elenco dei caduti in guerra e sepolti in cimiteri austriaci, tedeschi e polacchi, l’elenco dei dispersi in Russia. Ripeto: centinaia e centinaia di nomi, un pubblico omaggio mai reso prima a singole persone cui non toccarono ruoli da protagonisti o da eroi. Un grande merito, questo, di Lino Palanca.

